“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Domenica, 20 Dicembre 2015 00:00

Il ritorno

Scritto da 

Ricky

Lui è un bambino di sette anni. Gli piace contemplare le fantasiose evoluzioni aeree delle rondini dalla terrazza di casa che svetta su una collina dolcemente digradante.
Di ritorno da un lungo viaggio in volo dall’Africa, ogni anno − sempre meno numerose a causa del surriscaldamento della Terra e dell’inquinamento atmosferico − nelle stagioni propizie le rondini roteano, volteggiano, si separano con scatti verso svariate direzioni, planano all’improvviso, si rialzano e il gruppo si ricompone dando corpo a imprevedibili forme geometriche nel cielo di un azzurro intenso a tratti cangiante sul dorato, poi di nuovo si separano.
Ricky è irresistibilmente attratto da quello spettacolo della natura, che cerca di seguire con il movimento degli occhi in larghe volute. Fantasticando.

E s’immagina tante cose. Per esempio, vorrebbe essere una rondine per poter spiare dall’alto suo fratello alle prese con giochi e scherzi dai quali lui, ancora piccolo, viene solitamente escluso. Suo fratello Amos ha quindici anni; passa interi pomeriggi scapicollandosi assieme agli amici tra lunghi filari di viti perfettamente paralleli e alberi da frutta che si snodano davanti al podere di famiglia. Tra loro ci sono anche alcune ragazzine alle quali Amos lancia sguardi che sembrano attendere risposta.
Pur somigliandosi in modo impressionante quei fratelli hanno caratteri del tutto diversi. Stando alle aspettative dei genitori, non appena avranno l’età per farlo verranno inseriti nella gestione della proprietà.


Amos

A vent’anni ha preso a stento il diploma di perito agrario. Di lavorare nei campi, però non ne vuole sapere. È intenzionato a bruciare le tappe e fare soldi in fretta per trasferirsi poi all’estero dove, a suo dire, lo spirito d’iniziativa dei giovani è più incoraggiato. Per ora si è messo in testa di darsi alla vendita di apparecchi high-tech. Non perde occasione per ripetere che sul mercato vanno alla grande. E avranno uno sviluppo straordinario nei prossimi anni, conclude con un piglio che non lascia dubbi sulle sue intenzioni.
I genitori cercano di farlo ragionare. Ma non funziona.
Dopo snervanti discussioni finisce che il padre sborsa una considerevole somma per consentire ad Amos di aprire un negozio nel centro del paese.
“Pochi anni e mi farò la Ferrari... Vedrete” Amos.
Suo padre finge di non avere sentito.
Ricky frequenta con profitto la scuola media e già pensa al suo futuro di viticoltore ed enologo a fianco del padre. Ma non gli basta, si è iscritto a un corso di lingua inglese con ottimi risultati. Come premio, i genitori gli hanno regalato un cannocchiale perché possa osservare meglio le sue rondini e darsi al birdwatching in ogni stagione dell’anno. Anche all’estero, spera Ricky.
Da subito il negozio vende molto, e nelle giornate di punta Amos deve ricorrere all’aiuto di un occasionale commesso.
Si arriva così alle feste natalizie e di fine anno. Un autentico boom.
Nessuno voleva crederci, ma ce l’ho fatta, dice fra sé Amos. E con malcelata soddisfazione non manca di farlo notare ai suoi.
Oggi è una giornata di luglio stranamente ventosa. Amos entra nel salone di un concessionario d’auto e si accende una sigaretta, subito nota un lieve tremito alle mani. Sarà l’emozione, pensa.
Dal garage sottostante sbuca il titolare del salone alla guida di uno scintillante Suv. Amos l’ha appena acquistato con pagamento rateale. Della Ferrari se ne parlerà più in là. Con quell’auto, tuttavia, pensa di fare una bella sorpresa ai suoi.
Arriva a casa a bordo del Suv proprio nell’istante in cui, madido di sudore e con in testa il logoro cappellaccio di paglia, suo padre raggiunge arrancando la cima della collina dove ha lavorato duro tutto il giorno.
Il padre lo vede scendere dall’auto e storce la bocca incredulo.
“Ti piace, pa’? Con il vento in poppa delle mie vendite me la posso permettere, giusto?”.
“Bella davvero... A proposito, Amos, gira voce che presto aprirà qui vicino un ipermercato che metterà in vendita con molte promozioni i più aggiornati prodotti dell’elettronica e della tecnologia... quelli che vanno di moda... Sì, proprio qui, a meno di un paio di chilometri dal tuo negozio...”.


Martina

Domenica. L’estate al culmine. C’è chi va in cerca di un angolo fresco e appartato, in fondo alla collina dove i filari sono più fitti creando larghe zone d’ombra. Amos e la sua ragazza sono languidamente sdraiati sopra una coltre di terreno punteggiato di ciuffi d’erba e guardano il cielo. Si lamentano di quanto sono brevi quei momenti così intimi.
Poche rondini volano sopra di loro. “Come va con mio padre?” chiede lei. “Be’ Martina, che ti devo dire? In sostanza mi sta mantenendo”.
“Ma dài! Quanto basta per darti il tempo di trovare un lavoro stabile. Da quando hai dovuto chiudere il negozio, rivendere il Suv e saldare le rate alla finanziaria, mio padre ti ha semplicemente dato la possibilità di guadagnarti da vivere lavorando come magazziniere nella sua azienda. Quello che conta è prima di tutto superare questi momenti di crisi con i tuoi. Poi le cose andranno a posto. Ne sono sicura, vedrai”.
“Tutta colpa di quel Centro Commerciale di merda!”.
Martina scuote la testa.
“Ho in mente un’idea” Amos, fissandola.
“Cioè?”.
“Me ne ha parlato un amico. Si chiama Max. Tu non lo conosci, abita dall’altra parte della vallata, è uno tosto. L’idea è di arruolarci nell’esercito, la Brigata Folgore farebbe al caso mio, perché potrei ottenere un ingaggio nella missione di pace − si fa per dire − in Afghanistan. Lì sì, prenderei dei bei soldi! Sembra proprio che si guadagni bene: circa quarantamila euro all’anno, per non parlare delle indennità supplementari per certi interventi dove si rischiano scontri armati. E sono tutti netti. Insomma, senza spese. Niente male, eh!”.
“Stai scherzando... con tutti quei pericoli... E le missioni quanto durano?”. “Dipende da come vanno le cose. Volendo, potrei scegliere un ingaggio a termine. Che so... due o tre anni. Si vedrà”.
“E io dovrei stare tutto quel tempo così lontana da te?”.
“Ci sono le licenze, Marti. Tu considera il bel gruzzolo che potrei mettere da parte”.
“Ma se le cose stanno così, come andrà a finire tra noi?” La voce di Martina si è come spezzata.
“Marti, ascoltami bene: non ti perderò. Per nessuna ragione al mondo. Immagina che io sia via per lavoro. Sai, non sempre ci si può permettere di mettersi in viaggio per andare in vacanza. Ma al mio ritorno ci sposeremo e sarai la donna della mia vita”.
Lei si riprende, cerca lo sguardo di Amos, per un attimo esita. Poi un sospiro. ”Sì, ti aspetterò”.


Max

Dopo un severo addestramento, i due sono a Kabul arruolati nella Folgore.
Sei mesi dopo Amos è promosso caporale, condizione necessaria per rimanere in missione di pace.
La promozione gli procura una breve licenza premio.
In quei cinque giorni il paese sembra non esistere, per Amos: c’è solo Martina. Solo lei. L’ardore della ragazza nei loro incontri lo eccita e lo fa sentire più forte, pronto ad affrontare la missione. Poi torna a Kabul. Per due settimane Amos viene ordinato di guardia al campo, deve recuperare il turno saltato a causa della licenza.
È successo all’improvviso senza il minimo segno premonitore: uno sms di Martina ad Amos: Sono incinta. Chiamami, ti prego!
Amos non ha difficoltà a ottenere il permesso di imbarcarsi su un aereo militare in partenza per l’Italia.
Tre giorni dopo il paese è in fermento.
Il cielo promette il meglio che si possa sperare. Alberi in fiore, colmi di luce. Un allegro vociare di parenti e amici si diffonde lungo la tavolata imbandita sull’aia dei genitori di Martina. Musica country − di cui probabilmente pochi tra i presenti capiscono il senso, pensa Ricky − diffusa da due casse di risonanza sistemate con cura dallo stesso Ricky ai lati della tavolata.
Al centro siedono Amos e Martina. È la festa del loro matrimonio. L’hanno dovuto celebrare in tutta fretta perché il permesso di Amos dura solo una settimana.
Quando tutti se ne sono andati, i genitori degli sposi rientrano in casa con gli amici più stretti per accordarsi su come aiutare i figli, confidando in un congedo anticipato di Amos.
Ricky è l’unico rimasto sull’aia. Scruta il cielo armeggiando col suo cannocchiale.

A osservarlo bene il territorio dell’Afghanistan mette una certa inquietudine. Lungo quel livido ventaglio di aspre montagne e vasti altopiani in apparenza privi di vita ma insidiosi, i due hanno già partecipato ad azioni di ricognizione senza doversi impegnare in scontri a fuoco.
È il momento del rancio prima che scenda il buio profondo. Amos volge uno sguardo interrogativo a Max. “Questi talebani sono davvero così pericolosi?”. “Sembrerebbe di sì, a quanto si vede e si sente. Non hai ascoltato la radio oggi?”.
“Non ne ho avuto il tempo, ero di guardia. Ma che è successo?”.
“Hanno conquistato Kunduz... quei fanatici integralisti. È la capitale della provincia settentrionale. Morti per le strade, civili in fuga... decine di dispersi. E per reazione la Nato bombarda ma sbaglia obiettivo colpendo un ospedale di Medici senza Frontiere. Nove morti, anche medici e infermieri. C’è da preoccuparsi o no?”.
“D’accordo, Max, ci vanno di mezzo un po’ tutti. Ma, secondo te, chi rischia di più, la popolazione o noi?”.
“Be’ ce n’è davvero per tutti, in maniera diversa. Guarda come trattano le donne: qui sono considerate esseri inferiori, senza nessun diritto civile. Quanto a noi cercano semplicemente di farci fuori, per loro siamo degli invasori”.
“Già, invasori! Porca troia, stiamo cercando di portare la pace da queste parti e, se proprio vuoi sapere come la penso, siccome qui so di rischiare grosso io voglio almeno fare un sacco di grana, anche se la paga è un po’ meno di quanto speravo. A casa ho una moglie che mi aspetta, con un bambino in arrivo. E tu sai che sto puntando a un’indennità più alta, mi sono offerto come volontario per certe azioni lampo dove se ti va male puoi lasciarci la pelle”.


Brigata Folgore

È mattina. Fuori l’aria è gelida, il paese avvolto nella nebbia. Campi sbiancati dalla brina. Temperatura di un febbraio nella sua fase più acuta.
Una lunga auto blu con le insegne militari si ferma davanti alla casa dei genitori di Amos. Il team della Folgore composto da due ufficiali raggiunge l’ingresso. In casa c’è solo il padre. Dalla finestra li vede e subito apre la porta. Con poche, formali parole quello che sembra essere il più alto in grado gli annuncia che suo figlio Amos è stato ferito durante un attacco dei talebani contro una sede distaccata del quartier generale italiano. Ci sono stati anche due morti nella sua squadra. Il caporale, dicono, non è in pericolo di vita. Domani un aereo lo riporterà in Italia e verrà ricoverato nel più vicino ospedale militare.
Lesione del midollo spinale con deficit neurologico. Le gambe paralizzate. Amos è in ospedale da un mese. Secondo i medici è presto per una prognosi, mancano ancora alcune analisi per poter valutare se il grado di compressione spinale è tale da potare ridursi gradualmente, con o senza intervento chirurgico.
“Come va oggi?” Martina. Lei è lì in ospedale e ci resterà fino a sera: un cappuccino, qualche biscotto e un po’ di frutta sono i suoi pasti. Vorrebbe esserci tutti i giorni, non fosse che il suo ginecologo non si stanca di dirle che ha bisogno di una vita tranquilla e di nutrizione equilibrata. E poi, quei viaggi in macchina nelle sue condizioni!
Amos deve stare sdraiato in posizione supina. “Marti, per favore, chiama l’infermiere e digli di sollevarmi il cuscino così potrò vederti meglio”.
“Sì, ma tu non mi hai ancora risposto. Dimmi come stai”.
“Che ti devo dire, Marti. Mi sento come... un candidato alla sedia a rotelle”. “Su coraggio! Ci vuole pazienza, vedrai che presto ti rimetteranno in piedi”.
“Lo sai, Marti, che se la lesione non guarisce noi due non potremo più...”.
“Smettila! E pensa piuttosto alla creatura che sta per nascere”.
Due giorni dopo le lacrime di gioia di Martina contagiano tutti i famigliari. Il piccolo Filippo è stato puntuale, ed è ora tra le braccia della mamma che lo coccola teneramente. Ci ha pensato suo padre a dare la notizia ad Amos, chiamandolo sul cellulare.
“Portatemelo qui... lo voglio vedere... lo voglio vedere” Amos.
“No ragazzo, dovrai pazientare. Per ora non si può. Lo capisci, vero?”.

Il tempo sembra essersi fermato. Amos deve rimanere altri due mesi in ospedale, occorre un consulto con un medico francese specializzato in casi di quella gravità che al momento è relatore a un convegno internazionale.
Per Martina le giornate non hanno mai fine.
Di prima mattina arriva la telefonata. Il medico si è limitato a dire che il quadro clinico è definito e a disposizione dei famigliari.
Alla guida dell’auto è il padre di Martina, lei al suo fianco e dietro, il padre di Amos e Ricky che ha voluto portare con sé il cannocchiale. Il piccolo è a casa con le nonne.
Quando entrano in reparto notano lo sguardo enigmatico di Amos.
Appena fuori dal reparto c’è un terrazzo con alcune sedie occupate da degenti e visitatori che parlano sottovoce. “Tu Ricky aspettaci lì” dice suo padre.
Due medici dall’espressione indecifrabile attraversano lentamente il lungo corridoio, verso il reparto. Il primario ha in mano dei fogli.
Fuori, Ricky punta il cannocchiale e in un solo istante − quasi non crede ai suoi occhi − ecco apparire un folto stormo di rondini, quante non se ne vedevano da qualche anno, che solcano il cielo disegnando eleganti arabeschi. E distingue gli armoniosi colori del loro piumaggio: il blu metallizzato tendente al nero, il bianco pallido, persino il rossiccio-bruno di gola e fronte.

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