“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Domenica, 14 Febbraio 2016 00:00

Quel tipo di persona

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Mi manca. Cazzo, quanto mi manca. Dico a mia moglie: “Dài, apriamo un po’ ‘ste finestre. Non vedi che sole? Godiamocelo”.
“Certo che un inverno così sarà meglio dimenticarcelo” Kitty.
Per tante ragioni, penso.
Da oggi, dopo tre giorni, scorre vivace il traffico automobilistico sotto di noi. Il blocco è cessato, le polveri sottili rientrate nei limiti. C’è stato uno smog senza tregua.
La via dove abitiamo è stretta, i marciapiedi sui due lati lasciano poco spazio ai pedoni, non è certo un luogo da movida. Mi affaccio alla finestra dopo aver aperto le tende bianche, e subito mi torna alla mente quel marciapiede diviso in due della movimentata Rambla Santa Monica di Barcellona, così largo che è un piacere passeggiare, soffermarsi davanti alle vetrine dei negozi, alle bancarelle, lanciare lo sguardo in alto dove si affacciano elegantemente bizzarri balconi dal tratto architettonico che sembrano volerti ricordare un surrealista Gaudì.

Qui siamo nel centro di Milano. Da sempre sono convinto che, in origine, nel disegnare l’urbanistica di questa mia città ci sarebbe voluta una visione più ampia, quasi a volerne immaginare lo sviluppo futuro in dimensione metropolitana. Ma Milano è sorta con una vocazione inizialmente orizzontale, spazi non costruiti, giardini per creare vicinanza, calore umano tra i suoi abitanti. Non a caso, in passato era attraversata − e in poche zone lo è ancora oggi − da navigli che, col passare del tempo e per le esigenze di vita cittadina, sono stati affossati nel buio con le  loro  torbide acque correnti. Sotto casa nostra, in Visconti di Modrone, il naviglio è stato coperto da tempo.
Rinasce invece a nuova vita in Piazza XXIV Maggio, giusto in tempo per l’Expo, la darsena, il porto di Milano, per riaprire una finestra che faccia entrare aria, gioia, voglia di stare insieme. Milanesità di ritorno.
Ma tornando alla mia via, l’avere aperto una libreria in un ambiente per niente favorevole al passaggio pedonale è stato un atto di coraggio. Da parte di quella persona.

Due anni prima. “Buon giorno, vorrei Plateforme” dico con pronuncia inesorabilmente francese.
Sta sistemando il ripiano più alto del lato dove sono esposti alcuni libri, probabilmente i meno richiesti. Scende verso l’ultimo gradino della scaletta mobile. Una bassa figurina irrigidita, ben oltre i settanta. Piega la testa verso il basso, le palpebre gonfie e rugose gli coprono quasi del tutto gli occhi. “Cosa?”.
“Ah, sì. Vorrei Piattaforma di Michel Houellebecq”.
Fa per posare il piede sul pavimento, è incerto nei movimenti. Mi avvicino alla scaletta, rischia di cadere. “Stia pur comodo, ce la faccio. Ma, piuttosto, perché non comincia con Le particelle elementari? È il romanzo giusto per prendere confidenza con questo scrittore... i suoi studi scientifici, in quelle pagine...“.
“Non saprei, mi hanno consigliato Piattaforma”.
“Guardi, li prenda tutti e due. Le farò uno sconto speciale. Ma attenzione, questo qui è un nichilista, una sorta di ‘professore di disperazione’ − per come lo definirebbe una certa scrittrice franco-canadese. Capisce? E già che ci siamo, mi dica cos’è, per lei, la letteratura... e come mai ha scelto Houellebecq? Forse perché è uno scrittore estremo? O c’entra il sesso, per caso? La questione è tutta lì”.
“Beh, leggo per distrarmi dalle rogne quotidiane. Per rilassarmi quanto basta, o sbaglio? E gli scrittori da leggere di solito me li consiglia qualche amico, capita anche che mi salti all’occhio un interessante recensione sulla pagina culturale di un giornale... quando lo compro, il giornale. Normale, direi”.
“Nessuno può dire a un lettore se sbaglia o no quando sceglie un autore piuttosto che qualcun’altro. Però, ci pensi bene, questa è materia su cui ci sarebbe molto da dire. Penso che con lei se ne potrebbe parlare. Intanto, andiamo al bar qui di fianco a prenderci un buon caffè”. Non c’eravamo mai incontrati prima.
Rientrato a casa ne ho parlato con Kitty. Il suo nome è Caterina, quando l’ho conosciuta ho pensato che Kitty le si adattasse meglio. Ragazza avvenente e gaiamente vivace, ancora adesso, over quaranta, dopo aver messo al mondo i nostri due figli, svagati liceali alle prese con l’affacciarsi alla prime promesse della vita adulta... e alle isterie di quell’età.
“Che buffo personaggio hai incontrato!” fa lei.
“Sì, ma non è tutto. Al bar ha voluto che ci sedessimo a un tavolino: prima mi dice che sull’Espresso un certo giornalista ha dichiarato che tra gli scrittori italiani di oggi, per quanto pieni di talento, non c’è nessun Wallace, nessun Houellebecq, nessun DeLillo, che sappia raccontare il mondo in cui viviamo, poi − senza  neppure lasciarmi il tempo di fiatare − mi allunga un biglietto da visita, si alza di scatto dicendomi con quel poco di voce, quasi un soffio, che domenica sera mi aspetta nel retrobottega della libreria. Dire che sono rimasto senza parole è poca cosa, credimi”.

E ora il libraio Augusto Corbellini mi manca di brutto. Libreria di nicchia, la sua.
Da quel giorno ci siamo incontrati almeno una volta la settimana, sempre nel retrobottega, dopo cena.
Tutto ha avuto inizio dalla mia prima visita in libreria. “Mi è bastato un niente per cogliere nel tuo sguardo una sorta di messaggio in codice” – mi ha detto la domenica sera quando sono andato da lui – “un messaggio che mi ha fatto scattare la decisione di farti da mentore”. E poi: “Ne ho conosciuta di gente in trent’anni di attività: voraci lettori, potenziali scrittori − dei quali non pochi velleitari. Un po’ di tutto, insomma. Il fiuto non mi manca”.
“Da mentore a me? e perché mai?”.
“Ho subito percepito la tua modesta caratura come lettore. Ma al tempo stesso ho colto in te sotterranei segni, a te ignoti e quindi inespressi, di una vocazione alla letteratura... non solo come fruitore di storie narrate da altri, seppure con approccio in superficie, ma anche, e soprattutto, come scrittore”.
“Scrittore io? Si figuri... figurati, anzi. Sono solito trafficare con le noiosissime pratiche da sportello della banca dove lavoro per clienti impazienti e spesso ignoranti quanto basta per mettermi a rischio depressione”.
“Fidati di me. Ma come ti chiami?".
”Franco Rimoldi”.
“Un nome che diverrà famoso”.
Per almeno un anno ci siamo visti ogni settimana, erano "incontri a tema”, così li chiamava lui. E già dalla prima sera mi sono sentito stranamente coinvolto in quella incredibile avventura, che fino a pochi giorni prima mi sarebbe parsa per lo meno fantascientifica, e neppure ho avvertito per un solo istante l’esigenza di chiedermi che ci faccio qui. 
Quando uscivo di casa per quegli incontri, Kitty mi salutava con un sorrisino a malapena abbozzato misto a un’espressione del volto interrogativa e non del tutto tranquillizzante. Così mi pareva. A lei avevo detto tutto. “Mi sta succedendo qualcosa alla quale non so come reagire. C’è un che di magnetico in questa situazione. Lasciami fare per un po’, Kitty, poi vedremo. Non preoccuparti. Il mio stato nervoso l’ho sotto controllo”.
Ci ha pensato lui, il Corbellini, a farmi elaborare la faccenda. Passo per passo.
Per quel primo anno − il resto sarebbe venuto dopo, a suo dire − si è trattato solo di letture, che lui mi consigliava e io, al termine, commentavo. La sua attenzione si soffermava su “il Sentire” del romanzo o racconto di cui gli parlavo, non gliene fregava niente − mi ripeteva − di stile, tecnica del raccontare, forma, e ancor meno di correnti letterarie di appartenenza, dell’angoscia dell’influenza di questo o quello scrittore.
Tra un assaggio e l’altro di ottimo whisky irlandese, si procedeva nel percorso che lui aveva ideato per uno come me, apprendista lettore. Miglioravo.
È stato verso la fine del primo anno, che qualcosa è successo. Un incontro. Casuale incontro con un romanzo − ne hanno tratte versioni teatrali di successo e un film −  che mi avrebbe dischiuso nuovi orizzonti. Romanzo scritto da Manuel Puig, dal titolo Il bacio della donna ragno. Quella storia di due uomini costretti a convivere incarcerati nella stessa cella di una prigione di Buenos Aires, uno omosessuale e condannato per corruzione di minorenne e un giovane militante rivoluzionario, pagina dopo pagina mi ha procurato strette allo stomaco che sembravano darmi una plausibile percezione della possibile vicinanza al cuore della mia ricerca, il tentativo di intuire almeno, comprendere nel migliore dei casi, vorrei dire, esili segni di cos’è la natura umana, quale il profilo sfuggente e diverso, da individuo a individuo, della loro vita. Manuel Puig, stella rilucente, eccellenza del firmamento letterario latinoamericano, assieme allo splendore dei libri di Julio Cortázar. Stavo ormai diventando un lettore di razza.
E Lei, Kitty, come l’ha presa questa storia? Un iniziale disorientamento non poteva certo mancarle. Quando mai avrebbe potuto pensare che suo marito si sarebbe avventurato, lui anonimo impiegato bancario, lungo un percorso di avvicinamento all’arte della scrittura? C’è stato un sia pur breve periodo di appannamento nel nostro rapporto coniugale. Ma poi ha prevalso la saggezza femminile, e lei ha preso a seguirmi discretamente nei miei studi di letture varie, dandomi anche qualche utile consiglio, quand’era il caso. Adesso la situazione la stiamo vivendo in serena simbiosi.

“È stato davvero un pazzo inverno, lasciamelo dire, e anche buio” dico a Kitty, che, poggiandomi teneramente una mano sulla spalla, è qui al mio fianco, le finestre aperte, e prima volge lo sguardo alla lamina d’oro del cielo sopra di noi − un sole primaverile in pieno gennaio, non si vedeva da tempo −  poi, sotto, alle case accarezzate da un tremolio di calda luce.
“E non solo sotto l’aspetto meteorologico, Franco“.
“Non solo. È successo di tutto: lui se n’è andato, il mio sogno che sembrava a portata di mano è svanito lasciandomi un vuoto che non potrò colmare”.
“Quel presunto vuoto, vorrai dire...“.
“Humm”.
Un anno vissuto intensamente, Corbellini che ormai faceva parte della mia vita, ne dirigeva il senso, tante serate trascorse nel retrobottega dove di settimana in settimana cresceva in me la sicurezza di potercela fare, e lui a incoraggiarmi. “Vedo l’orizzonte” diceva.
Sono passati pochi giorni − neanche un mese − da quando, dopo essere rientrato di sabato da una breve vacanza in montagna con la famiglia, mi sono detto adesso vado a salutare il mio mentore. Lui però non c’era, le saracinesche delle libreria erano abbassate, con un cartello al centro: Chiuso per cessata attività. Sono entrato nel bar di fianco e ho chiesto al proprietario, col quale sono ormai in confidenza, se per caso ne sapeva qualcosa.
“No. Non so dirle. E non saprei neppure a chi rivolgermi. Lo conoscevo da almeno vent’anni. So che non aveva parenti, faceva una vita solitaria, di notte dormiva nel divano del retrobottega. E che età aveva, secondo lei, quel tipo di persona?”.
“Mah!” e gli lascio il mio numero di telefono.

La mail mi è arrivata oggi. Poche, stringate parole per confermarmi quanto già sapevo: siccome non sono disposto ad accettare le modifiche di un editing che stravolgerebbe il mio romanzo, non se ne farà niente. La mia richiesta di stampare il libro non può essere accettata.
Era successo che dopo quell’anno di rapporto confidenziale con la lettura, mi sentivo pronto ad accettare la sfida della scrittura. E mi sono messo a scrivere, avevo in mente un nucleo di idea narrativa senza tuttavia avere sviluppato un’articolazione della storia, ma confidavo nella possibilità, capacità, di trovarla lungo il tragitto disegnato idealmente sulla tastiera del mio computer. Scrivevo di notte, tre quattro ore, il pensiero del giorno dopo in banca non mi preoccupava. Ne è risultato un romanzo fuori dagli schemi convenzionali, teso a esplorare situazioni esistenziali al di là del perimetro visibile, ma non del tutto aliene. Niente sortite avanguardiste fini a sé stesse. E ancor meno invenzione allo stato puro. M’ero fatto una mia idea del narrare. Corbellini non si era sbagliato con me.
Dopo cinque mesi, il romanzo era finito. Non mi rimaneva che mettermi in contatto con la casa editrice che, prima di sparire, Corbellini aveva contattato raccomandando di assistermi quando necessario, senza però aver fatto i conti con la logica dell’editing che si fonda più su come far vendere il libro piuttosto che farlo leggere. Basti pensare alle vicende di certi premi letterari.
È giornata di novità, di diverso segno, prima la mail che non ha fatto altro che deprimermi, poi la telefonata del barista: mi dice di aver incontrato l’amministratore dello stabile, dove avevano sede i locali della libreria in affitto, dal quale ha saputo che il Corbellini si è definitivamente trasferito al suo paese, non si sa dove.
“Così? Senza nemmeno...“.
“Ma lei ha intenzione di rintracciarlo, se possibile?” mi chiede.
Per un nanosecondo ho un offuscamento mentale. Mi riprendo: ”No... no. Mi manca, questo è vero, ma so che non lo cercherò. Lei sa almeno come sta... cosa fa?”.
“Ne so quanto lei”.
Kitty ha assistito alla telefonata. Fissa lo schermo del pc , fissa la mail: ”Tranquillo Franco, siamo nell’Era Digitale”.
“Già. L’Era Digitale...”.
Mi affaccio alla finestra, per una sorta di automatismo lo sguardo si dirige in basso, sulla destra a pochi metri da casa nostra, dove c’era la libreria adesso stanno per aprire un Centro Benessere.

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