“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Domenica, 29 Agosto 2021 00:00

Pugni chiusi. Per sempre

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Questa luce m’acceca. È fredda come il tavolo che sento aderire alla mia schiena. Ho freddo. Ho un freddo che brucia, brucia a causa di qualcosa che ho in corpo e che non dovrei avere, non avrei mai dovuto avere.
E invece...

E invece sento il gelo che cala, sento questo corpo che ho creduto invincibile iniziare a venire meno, come se la vita avesse cominciato ad abbandonarlo.
Quella vita che rivedo ora scorrermi davanti agli occhi, ininterrotta sequenza, che va da quel bambino, ultimo di otto e a cui fu fretta crescere, a quell’uomo che aveva smesso troppo presto di sognare per buttarsi via nel peggiore dei modi.
Sento odore d’ospedale e questa luce diafana che continua a sovrastarmi somiglia solo un po’ a quella che dall’alto rischiarava il quadrato e le sue corde. Ma non ha alcun calore. Anzi. Il piombo che ho dentro fa aumentare, attimo dopo attimo, il gelo che si sta impossessando di questo corpo che muore.
Sul ring i miei avversari non li battevo: li demolivo. Ero forte, ero un pugile come se ne vedono pochi. No, non lo dico io, lo dicevano gli addetti ai lavori, quelli che stanno a bordo ring, quelli che ne capiscono e sanno distinguere un ammasso di muscoli coi guantoni da un atleta di classe. Quel che non sanno è come si possa fare a inculcare quella mentalità necessaria a trasformare uno che tira pugni in un boxeur. E poi a fargliela mantenere. O meglio, alcuni lo sapevano pure, qualche buon maestro l’ho incontrato e per un po’ ne ho pure ascoltato i consigli. Ma era l’allievo il problema.
“La Grande Speranza Bianca”, “The Italian Sensation”, “Il Tyson bianco”: quelli che stanno dall’altro lato dell’Oceano sono sempre alla ricerca di titoli a effetto e di storie a sensazione, con cui riempire un cartellone e vendere biglietti. E io non ero solo il titolo e nemmeno solo una storia da raccontare: dietro quelle parole, sotto quei titoli roboanti. C’era un pugile. Un pugile vero, un gran bel pugile. E a Tyson ci assomigliavo sul serio: struttura simile, stessa altezza e stesso peso. A sentire Vito Antuofermo, ricordavo addirittura Rocky Marciano: per il modo di portare i colpi, per la conformazione delle spalle. Ero bravo, ora posso dirlo. Ora che non mi serve più nemmeno saperlo, ora che mi è del tutto inutile persino rimpiangerlo.
Avevo la mia vita nelle mani, avevo il destino nei miei pugni. Una potenza devastante, una buona scherma e una tecnica che i miei maestri mi avevano aiutato a migliorare. Sapevo boxare, questo è un fatto. La strada era un destino avverso in agguato e per un po’ avevo saputo schivarlo.
Ma avevo fretta. Ho sempre avuto fretta, io. Non vedevo l’ora di mettere tanta distanza tra me e quella strada lastricata di insidie, falsi amici e infidi incantatori.
Ci ho provato. Ci ero riuscito. Ci stavo riuscendo.
Neanche diciannove anni e la possibilità di passare pro, dopo soli sei incontri da dilettante. Ma in Italia non si poteva, ero troppo giovane per le leggi della FIP. E così, licenza lussemburghese per aggirare fredde norme che non rispettano i sogni troppo precoci e debutto a Tallin, in un’Estonia in procinto di non essere più sovietica, una sera di maggio: neanche tre riprese e il mio avversario era già a terra a chiedersi da quale uragano fosse stato investito. Intanto, per l’Italia non esistevo, mi avevano squalificato, non ammettevano che un ragazzo di diciannove anni, per quanto forte fosse, potesse bruciare le tappe, potesse inseguire un sogno sul quadrato a dispetto di loro, dei loro regolamenti, delle loro pretese.
Ma ero più forte. E avevo fretta. Talmente tanta fretta che dal ring scendevo dopo poche riprese, mentre il mio avversario era ancora al tappeto a cercare di rialzarsi o a bordo ring a farsi medicare e a provare a capire quante fossero state le braccia che avevano mulinato colpi al suo volto e alla sua figura. Perché ero forte. E avevo il pugno pesante, che per un peso massimo non è un dettaglio di poco conto.
E dopo la Russia, l’America, il sogno che sembrava più vicino, iniziava a farsi tangibile. Perché continuavo a batterli tutti. O meglio: continuavo a demolirli. Un round, due, al massimo tre, una sola volta ce ne vollero quattro. Ero forte, forte davvero. Sognavo Tyson, sognavo di salire sul ring contro di lui e no, non pensavo affatto che avrei potuto perdere. Noi pugili d’altronde si sa, siamo guasconi, sfrontati, ognuno di noi pensa di essere il più forte di tutti. Anche se io parlavo poco. Mi sembrava una perdita di tempo, parlare. Perché io avevo fretta. Volevo correre. Picchiare. E poi correre di nuovo.
Perché potevo essere il più grande, lo sentivo. Pensavo che avrei fatto un sacco di soldi, sognavo borse da milioni di dollari, la cintura di campione del mondo dei pesi massimi, il tetto del mondo e le braccia levate al cielo in segno di vittoria che potevano persino toccarlo.
La gloria, la fama, il successo: di questo m’importava poco. Pensavo a tutto quello che avrei potuto fare per la mia famiglia, pensavo a una vita normale. Da ricco, ma normale.
E invece...
Nove incontri, nove vittorie. Otto prima del limite. Il futuro era mio. Nel frattempo era arrivato anche il passaporto italiano, in una riunione monegasca che per me era durata giusto il tempo d’infilarmi i guantoni: un round scarso e il mio avversario era già knockout.
Avevo ormai ventun anni. Potevo iniziare a pensare di combattere per il titolo tricolore.
Ma tutto cominciò ad andare storto. Sempre lei: la strada.
E ora... brucia.
Brucia questo corpo che fu d’atleta che si sentiva invincibile. Brucia come ho bruciato la vita, imboccando un vicolo cieco che non ho saputo evitare, assecondando chi mi ha aiutato a sbagliare.
E ora... fa male. Fa maledettamente male.
Più dei sogni che hanno smesso di farsi coltivare.
Di me cosa resterà adesso? Una memoria sbiadita, macchiata dalla colpa di ciò che poteva essere e non è stato. Una vita levata via agli affetti, a chi credeva in me e ora è di fuori che piange e rimpiange. E non si dà pace. Non se ne darà mai.
Ho freddo.
Sono ora dove non ero mai stato: al tappeto. Che non è quello di un ring. Ha la base gelida d’un tavolaccio di ferro, adagiato come carne fresca di crudele macello.
Per la prima volta vengo contato.
1... 2...
Vorrei avere la forza di reagire, di sollevarmi.
3... 4... 5...
Di rimettermi in piedi, alzare la guardia e dire senza parlare: “Sono ancora qui! Sono vivo! Sono tornato più forte di prima! Fatevi avanti!”.
6... 7...
Niente, non ce la faccio...
8...
Brucia meno, ora... dolore non ne sento quasi più... non sento quasi più niente... so solo che continuo ad avere in corpo qualcosa che non dovrei avere, non avrei mai dovuto avere. Il male sta vincendo, mi sta battendo a colpi di piombo, ha il peso di questi proiettili che mi squassano le carni e scuciono via l’anima da questa vita che finisce.
9...
Vedo solo una luce sempre più accecante, sento la vita che si allontana da questo corpo sempre più inconsapevole di quanto fosse stato forte, scivola via come guantoni sfilati dai polsi dopo l’incontro... il mio ultimo match, quello che non sono stato capace di vincere.
10.
Kappaò.
Il primo. E l’ultimo.
È finita. È tutto luce. Un attimo prima del buio. E no, non doveva andare a finire così.

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