“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Venerdì, 25 Aprile 2014 00:00

Lumpen a cavallo e col vento fra i capelli (Una storia vera)

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L’inattesa coincidenza tra una sala cinematografica affollata e l’impossibilità di uscirne costituisce la rottura dell’equilibrio iniziale di questa storia dal sapore antico. Il film in cartellone non è privo di spunti interessanti e probabilmente verrà annoverato tra i classici del XXI secolo.
Per tale ragione, lo slargo davanti al cinema è affollato di giovani studenti, professionisti stimati, lavoratori di concetto e derivati. Tutti gli avventori, chi più chi meno, chi per onesta convinzione chi per devota applicazione, hanno una chiara coscienza sociale, un gusto artistico articolato e l’ambizione a un lavoro adeguatamente remunerato. Quasi tutti, hanno delle famiglie di sani principi alle spalle, dei sani principi sulle spalle e il progetto di costruire una famiglia di sani principi. Tutti, tranne due.

Il film è di Quentin Tarantino. La sua uscita ha ricevuto la dovuta sponsorizzazione e in fede al principio di originalità di lì a qualche giorno verrà trasmesso anche in lingua originale coi sottotitoli. I giovani col biglietto in mano fumano sigarette di trinciato, sorridono sereni, ridono brillanti e si salutano con affetto. Inutile aggiungere che si tratta di una serata lieta: il cielo è sgombro dalle nubi, la temperatura primaverile. Molti sono giunti a piedi, qualcuno con i mezzi pubblici, alcuni in macchina. Chi possiede un motorino ha parcheggiato accanto all’ingresso del cinema, riproducendo con coscienza da disobbediente civile il marasma della viabilità napoletana.
Quando si aprono le porte, il pubblico scende compatto, con rispetto per le precedenze pedonali, verso la grande sala sotterranea in cui viene proiettata la pellicola. Qualcuno si accalca per raggiungere il proprio posto, altri si fermano al bar e comprano da bere, o i pop corn, o i Tacos per gli amanti del gusto esotico. Tutti tranne due, riconoscibili nella folla, traditi dalla loro parlata solo vagamente comprensibile, spesso imitata, altrettanto spesso scimmiottata.
"È un obbligo che mi sento di dover imporre anche a te, amico gentile. Penso sia strettamente necessario entrare nel cinematografo per sottrarre gli averi di queste brave persone, una volta che si siano spente luci", afferma sicuro il primo.
"Concordo a pieno con te e ti considero una persona dabbene. Penso sia il caso di turlupinare il pubblico per racimolare qualche soldino da spendere in narcotici a basso costo", approva il secondo con slancio.
Mentre le donne collocano le borsette nell’interstizio tra una poltrona e l’altra e gli uomini appoggiano le loro giacche di velluto a cavalcioni dello schienale, senza dare nell’occhio, i tranne due di questa storia cominciano a sfilare portafogli, cellulari, lettori mp3 portatili, invenzioni di Steve Jobs, invenzioni di Bill Gates. Trafugano con perizia e allo stesso tempo con ingordigia. Sognano vette di cocaina, fiumi di birra costosa, scarpe onerose e fluorescenti, pantaloni attillati, biglietti per lo stadio, donne e sesso facile. Probabilmente, vittime dell’hip hop massificato, immaginano collane d’oro olimpiche e braccialetti d’argento immensi.
E come arraffano! Sembra una fiera del baratto senza scambio o dell’usato senza prezzo. Un tizio, alto e magro li vede. Per qualcuno potrebbe trattarsi della fine del lauto pasto. E invece no. Lo smilzo ha paura di denunciarne la presenza. Gira lo sguardo pavido. Fa finta di essersi sbagliato, paventa insicurezza. Magari uno di loro, esperto dell’arte di intimidire, gli ha mostrato appena un oggetto, uno qualsiasi. Eppure – e lo sa – nell’immaginario onesto dello snello si tratta senza dubbio di un coltellino grondante sangue innocente.
"Afferra quello, caro amico. Non ti far scappare niente", ordina sicuro uno.
"Non aver timore, sono più lesto di una lepre", ribadisce l’altro.
D’improvviso, però, le luci si abbassano. Gli addetti alla sala entrano per annunciare la prossima proiezione di Django in lingua originale. Aggiungono che quella sarebbe stata solo la prima di una serie di serate dedicate al cinema in lingua originale. D’altronde, come iniziare un esperimento ormai inusuale – il cinema senza doppiaggio, solo coi sottotitoli – se non con Django, ultima fatica del riconosciuto genio di Hollywood del nostro secolo? Un film di richiamo e, com’è giusto che sia, approfittano della pubblicità per sponsorizzare un’iniziativa anche lodevole, se vogliamo.
Purtroppo per i nostri ladruncoli, mentre il giovane con piercing e pizzetto spiega le modalità di acquisto e prenotazione dei posti, alcuni suoi colleghi si sono messi accanto alle porte. Neanche fossero secondini. "Perbacco, sembra proprio di essere in carcere!", sbotta uno. "Non capisco la ragione per cui quelle due insopportabili persone si sono piazzate una accanto a una porta e una accanto all’altra. Non capisco nemmeno la ragione per cui le abbiano chiuse, perdincibacco!", esclama l’altro.
"Ti suggerisco di mantenere l’animo sereno e non dare in escandescenze. Ti ricordo che siamo qui in veste di lestofanti, non di spettatori. Siediti qui accanto a me e aspetta che il film abbia inizio. Allora avremmo sicuramente modo di abbandonare il locale seguendo le indicazioni delle luci d’emergenza", lo tranquillizza il primo.
Appena termina la presentazione, le luci della sala si spengono e la pellicola ha inizio. In realtà, svignarsela da quel luogo non sarebbe poi così difficile; non si è mai visto un cinema sequestrare gli spettatori! Tuttavia la vita è una questione di abitudini: così come chi si abitua alle sale cinematografiche sa spostarsi al buio tra poltroncine, spettatori e rispettivi indumenti, cosciente del fatto che un minimo di fastidio può essere tollerato, chi è abituato a rubare sa districarsi tra numerosi e complessi frangenti. Diciamoci la verità, però: quella del borseggio nel cinema era stata una trovata a modo suo geniale. Chiaro, comportava il classico azzardo del gioco su un terreno impervio e sconosciuto. Alla fine il pericolo si è rivelato reale e adesso rischia di risucchiare i tranne due in un grosso impiccio.
Con la rassegnazione tipica delle persone scaltre, i due avvolgono la refurtiva in un sacchetto di plastica e lo sistemano sotto la poltrona. Nel frattempo il film è iniziato. Quale che sia il film, il pubblico si è riunito per idolatrare il nuovo colpo di genio del talento statunitense. Il fanatismo risulta tanto evidente da essere inaccettabile per i due lumpen. Forse proprio per affermare la necessaria distanza che esiste tra un criminale e la sua vittima, il facile entusiasmo di tutti quei babbei li disgusta oltre modo. “Coglioni”, avrebbero pensato. Purtroppo parlano una strana lingua.
Tutto il potere all’arte! Sì, perché, nonostante le reticenze, bastano un paio di scene ben piazzate per far cambiare opinione ai tranne due (che smettono così di essere tranne due e diventano come gli altri). Il nero in catene va bene; il tipo bizzarro con la carrozza bizzarra e la parlantina li farebbe sganasciare se solo non avessero la coda di paglia… ma le due pistolettate tirate a colpo sicuro, i fiotti di sangue e le battute ironiche di fronte a tanta violenza li conquistano definitivamente: è tutto bellissimo!
È un film che racconta un mondo ideale, come dovrebbe essere. Al di là delle caratteristiche dei personaggi, un paio di aspetti li ha definitivamente conquistati: la lealtà di quella curiosa amicizia tra emarginati e la simpatia straripante delle loro battute. Senza dubbio tutte le donne cadranno ai loro piedi. Una rapporto denso e sincero, in cui non mancano le discussioni filosofiche: mentre i due personaggi dibattono sull’opportunità di eliminare un’altra persona – un individuo negletto, disdicevole, colpevole di molta sofferenza –, i nostri due lumpen annuiscono. Certo, perché neanche per loro la giustizia è estranea all’arbitrio individuale: non esiste un ente deputato a gestirla, ma dipende dal senso comune – dal loro senso comune –, corretto e raddrizzato dalla vita di strada. Vorrebbero dire fai bene a massacrare quel figlio di puttana!, ma si limitano a commentare "Non si azzarderanno a fargliela passare liscia a quel fellone. Django e il Dr. Schultz sanno perfettamente come si comporta un galantuomo in questi casi". E infatti, come il western ci insegna, i protagonisti, che siano sceriffi o meno, sono sempre giustizieri solitari.
All’inizio, in modo del tutto congetturale, appare il motivo per cui si erano introdotti nella sala: l’avidità. E forse si trattava di una ragione valida. Però, nella misura in cui le avventure di Django e Schultz si susseguono e si complicano, la loro aspettativa nei confronti della vita si rinnova, muta. Così come, da veri uomini, il loro ideale si sposta, idealmente, verso obiettivi più appaganti che la semplice bella vita, la loro idea di locomozione si deforma verso un anacronistico delirio. Cominciano a considerare intollerabile che loro, tanto simili alla densità mitica di Django, debbano girare a piedi per il loro far west remoto. Hanno appena scoperto di essere discendenti di Django e devono trovare un mezzo di locomozione degno di cotanto lignaggio: devono diventare cavalieri!
Ma andiamo con ordine. Ormai completamente obnubilati dalle vicende del film, tirano all’unisono le somme: l’eroicità epica non comporta sofferenze e la bella vita serve a ottenere il nobile scopo dell’avventura; nel mentre l’altro –  l’amico, anche se, a dire il vero, non si sopportano più di tanto – morirebbe per mano di un essere crudele, proprietario indiscusso del potere. Benissimo! Così quel cagacazzo, l’amico, si toglierebbe di mezzo permettendogli di arrivare in vetta alla montagna, dove l’attende la ricompensa. Non solo, prima vendicherebbe l’onore dell’amico uccidendo il despota, la sua famiglia, i suoi scagnozzi e bruciando tutte le proprietà signorili. (O no? Li attanaglia un dubbio che per una durata davvero limitata di tempo assume contorni atroci. In fondo sono amici: lo Stato sarà pure una mafia, ma l’amicizia è sacra. "Morirei piuttosto di vedere il mio fratello putativo finire nelle grinfie di quel manigoldo", pensano all’unisono. Sono sinceri, senza ipocrisia; solo un po’ di confusione. L’abitudine al fatalismo li distoglie quasi subito dal problema: non ha soluzione, non è un problema).
Nel bene o nel male, però, il finale è lieto. Lui, l’eroe, arriva,  “scassa tutte cose” (letteralmente), crivella di colpi le irrilevanti carni dei nemici, e corre via a cavallo accompagnato dall’impareggiabile Broomhillda.
Il mito cominciato a inserirsi sotto traccia, adesso ha la sembianza del reale. Se al principio il film era solo una buona dose di violenti colpi di scena, di trovate brillanti e sbruffonate, in meno di mezz’ora ha alterato la percezione dei lumpen. I due stanno col naso all’insù ignorandone la durata. 165 minuti, due ore e 45 minuti assorti davanti alle imprese del fantastico eroe. Se si guarda la faccenda da un altro punto di vista, meno di tre ore sono bastate per piegare il piano del reale a favore di un mondo del tutto ideale. Come novelli Don Quijote hanno preso la decisione di partire per la giungla metropolitana a raddrizzare torti e salvare donzelle fantastiche, rinchiuse da un orrendo orco in cima a una montagna.
Addirittura troppo presto, il film termina. Veloci come gazzelle i lumpen si tuffano verso l’uscita. I giovani intellettuali, radical chic o meno, rullano sigarette di trinciato mentre commentano le scene. Alcuni scimmiottano le battute più brillanti, altri discorrono con piglio critico. Nessuno da importanza alla loro presenza, ai loro occhi sognanti, alla fretta dei loro passi. Nuovamente come all’entrata, possono muoversi liberi e col bottino addosso.
Una volta fuori la vedono. Vedono la loro giumenta inarrestabile, nata per farli cavalcare veloci verso orizzonti mozzafiato.
Un ragazzo con occhiali e pizzetto esce dal cinema in compagnia di amici. D’un tratto ha un sussulto: "Guaglio’, mi hanno fottuto la Vespa ‘sti figli di puttana", esclama con garbo. Si tratta di una vespa per modo di dire, è una LML di fabbricazione indiana, bella davvero, in tutto e per tutto identica al vecchio modello della Piaggio. Dopo l’iniziale sconforto, si incamminano tutti verso il commissariato di Polizia per sporgere denuncia. Cosa ne sarà stato? Chi sarà stato? Chiederanno il famoso cavallo di ritorno? La smonteranno per rivederne i pezzi? La useranno per una rapina con scie di sangue e dovrò/dovrai difendermi/ti in tribunale? Si chiedono gli amici.
Poverini! Che limitata visione del mondo, così realistica, verosimile, prudente. Se solo andassero ai Camaldoli, in cima alla montagna, lì dove un mostro crudele tiene imprigionata una incantevole dama, troverebbero molte risposte. Perché, i nostri lumpen non pensano più al denaro, ai vestiti, ai narcotici. Viaggiano sparati verso altri orizzonti. Per…? Per salvare Broomhillda, è ovvio.

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