“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Mercoledì, 30 Aprile 2014 00:00

Discorso di un manager ai lavoratori

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In una sala mensa, davanti a decine e decine di lavoratori, impiegati e operai.
“Buon giorno, sono il vostro nuovo capo”.

(Sorridendo benevolmente, con umorismo realistico)
“Cercherò di essere il meno aguzzino possibile, dico così perché vorrei farvi sorridere e alleggerire gli animi. Rappresento l’Azienda, il mio volto mascherato vi informerà ora delle novità di lancio e di rilancio economico; di nuove commesse, e come sapete ultimamente ne è entrata una da svariati milioni. Questo ci permette di conservare i posti di lavoro. Certo, già sento un brusio chiedere da lontano, salario e rinnovo del contratto, quando? Qui lo dico chiaro e una volta per tutte, entriamo subito al centro di spinose questioni: non vi sembra già abbastanza poter conservare il posto di lavoro? Perché puntare così in alto? In tempo di crisi – ecco cosa dovete tenere a mente, questo tempo di crisi – l’importante è sopravvivere. Eh, vi pare… aumento del salario in questi terribili tempi! Idee inattuali, non essenziali”.
Al vice manager, sottovoce:
Terribili tempi è quella medicina – e tu sai la medicina non essere diversa da un veleno – che negli ultimi decenni permette di propinare tutto, il toccasana che abbassa ogni potere di contrattazione, la formula della scomunica contemporanea, un vero e proprio diktat”.
Ai lavoratori:
“Per conservare il residuo e non attuale ‘tempo indeterminato’ di cui voi oggi beneficiate, se sapete già che i nostri capoccia di Roma e New York potrebbero mandarvi a casa e cambiarvi con gli stranieri potendo pagarli 500 euro al mese, fate i bravi. Vi si chiede sacrificio, da anni. Ancora un po’. Ancora fino a quando...”.
Al vice manager, sottovoce:
Residuo! Meglio poter dire residuato tempo indeterminato, residuato bellico. Divide et impera. Uno spaventapasseri impedisce che questi rapaci intacchino il nostro seminato, rapaci gli stranieri o rapaci questi salariati da due soldi in più? Ah ah ah, rapaci i salariati sempre. Insomma, parassiti. Ma il buonismo ci ha soccorso di continuo, e sembrano aver assimilato il buonismo anche i nostri lavoratori, quelli che noi da sempre sfruttiamo abbagliando e confondendo”.
Ai lavoratori:
“Dicevamo dunque, questo. Da ricordare anche un’altra novità:  l’Azienda non vuole più che voi facciate malattia, perché l’Istituto per il Pensionamento Sociale Razionato non paga volentieri. Pare che IPSR e Azienda siano in causa giudiziaria sulla annosa questione di chi debba mettere soldi per ogni vostra ora non produttiva, dato che non rientra nelle tabelle di utile di nessuna controparte. Vi avverto delle prossime penalizzazioni sul salario per ogni evento di malattia, evento che se ripetuto più di tre volte l’anno fa perdere... ma tutto questo è scritto nel contratto firmato dai sindacati che vi rappresentano”.
Al vice manager, sottovoce:
“L’IPSR è diventata una banca, come ogni ente e ogni Azienda, il suo utile dipende dai tagli. A ogni prestito non restituito, un taglio ulteriore, un debito più grande. Si colpisce indistintamente. Tagliare, tagliare fino a stremarli. Stremati devono essere!”.
Ai lavoratori:
Qualche osservazione? No. Direi che possiamo andare a pranzare. Buona giornata.
Al vice manager, sottovoce:
“L’idea di impedire ogni ritorno acustico fino a questo palco dove ho parlato, in questa sala, geniale davvero. Nemmeno vedo quasi le loro facce, così lontane. Allora, andiamo al ristorante con le terme o vogliamo volare al castello del nostro amico?".

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