"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Lunedì, 24 Marzo 2014 00:00

Infradito

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Avrei voluto fare il centravanti, come tutti. Ma non avevo né la velocità, né l’agilità, né la precisione; perciò mi dovetti accontentare di un ruolo che oscillava tra terzino e mezzala. Provai anche a stare in porta, ma non avevo nemmeno l’altezza, anche perché era difficile calcolare l’altezza di una porta immaginaria, perciò tutti i tiri che non venivano presi erano considerati dentro. Provai centrocampo, ma il nostro concetto di centrocampo era molto vago, alla fine o stavi in mezzo e non facevi niente, o ti improvvisavi attaccante, e litigavi con quelli che attaccanti lo erano sul serio. Quindi, mi rassegnai. Ogni tanto provavo a risalire le fasce laterali, e quando giocavamo con quelli del nostro livello ci riuscivo anche; ma quell’estate arrivarono i napoletani.

I napoletani erano di numero, età, altezza e stazza variabile, e non si capiva bene che ci facessero al mare là, considerato che venivano da una città dove il mare ci stava, praticamente sotto casa, e quando glielo chiedemmo ci risposero con un enigmatico “là mica ti puoi fare il bagno”. Ma continuammo a guardarli con sospetto, specie perché si appropriarono subito dell’unico campetto a disposizione. Il campetto, detto anche il campo da cross – perché lo dividevamo con alcuni temerari che si andavano a schiantare con le moto da cross in goffi tentativi di evoluzioni sportive – era una distesa informe e di dimensioni variabili di terra rossa, che definire battuta sarebbe stato improprio, visto che si aprivano delle voragini piene di sabbia, a complicare le imprese dei poveri motociclisti.
Insomma, quello era il campo, e quello ci dovevamo tenere, e ce lo dovevamo dividere tra le bande di tutta la zona a sud del porto. I napoletani non potevamo tenerli fuori, perché una volta acquisito il posto in spiaggia il diritto al campetto era automatico, e quindi cominciammo a giocare pure con loro.
La prima partita fu un trauma. Questi erano grossi, molto più di noi, e correvano, e ci davano pure mazzate: ho rimosso il risultato. La seconda idem, e poi a seguire; l’unica differenza fu che cominciammo a dare mazzate pure noi, e finiva in una rissa rotolante nella terra rossa, che durava dalle quattro in poi; finché al tramonto, sfiniti, ci andavamo a buttare in mare, luridi, urlanti, sotto gli occhi schifati degli ultimi bagnanti che ancora si attardavano sulla spiaggia. Mia zia commentava: “Ma come vai girando”.
A un certo punto il capo decise che noi femmine dovevamo dare un contributo decisivo alla squadra, che voleva dire presentarsi in campo con qualcosa di un po’ diverso rispetto alla solita maglietta informe di tre taglie più grande. L’invito era rivolto soprattutto a me, visto che Nadia era il centravanti più potente che si fosse mai visto sul campetto da cross, e i napoletani, pur nella loro potenza, una punta così se la sognavano. Giocava con le infradito, e non oso pensare cosa sarebbe stata capace di fare con un paio di scarpe vere: lei volava in nuvole rosse che si alzavano al suo passaggio, e io invece arrancavo dalla mia misera posizione di terzino. Quindi, si decise, come manovra diversiva, dovevo scoprire le tette.
Ingoiai ogni remora protofemminista, e sacrificai il mio onore alla salvezza della squadra.
Mi presentai al campo in bikini; era la finale dell’ultimo torneo della stagione, noi e i napoletani. La distrazione all’inizio funzionò: appena mi avvicinavo a bloccare un attaccante quello smetteva di guardare la palla e io lo fregavo facilmente, e così riuscimmo a portarci sul quattro pari alla metà di un ipotetico, infinito, secondo tempo. Ma poi entrò in campo Michele, detto Michelazzo, e ancora detto Michele 'o cazzo, una montagna di lardo che faceva sul campo il ruolo della palla da bowling. A lui le tette non gli interessavano, dubito anche che avesse una vaga idea di cosa eventualmente farci; a lui interessava solo il pallone, che spingeva verso la porta come un bisonte in carica, e nessuno osava tentare di fermarlo.
Forse incazzata per via della storia delle tette, forse per il quattro pari a cinque minuti dalla fine, forse perché Michelazzo mi stava veramente sulle palle, mi ci attaccai come una zecca; e lui saliva e io lo bloccavo, e lui si scansava e io mi mettevo davanti, si girava, mi giravo, e alla fine mi diede una botta alla spalla e mi scaraventò per terra. Punizione. Oronzo batte su Nadia, Nadia si fa tutto il campo da sola e segna. Abbiamo vinto.
Quella sera, il medico del pronto soccorso, mentre mi mandava a fare una lastra, mi chiese: Signorina, ma che ha fatto?, mia madre commentava “Diglielo! Diglielo!”, e io, muta, mi godevo il mio momento di gloria.

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