"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 13 Dicembre 2013 00:00

Il miracolo

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Era una domenica di primavera.
I miracoli, si sa, accadono tanto nei giorni di sole quanto nei giorni di pioggia; e tanto nei giorni di sole, quanto in quelli di pioggia, la musica si spandeva nel parco, incurante di stagioni e perturbazioni, commentata dal vento e dal canto degli uccelli, dalle urla di gioco dei bambini, col bel tempo; sciogliendosi invece sommessamente nella pioggia, posata solo tra le foglie degli alberi, che la lasciavano scivolare via tristi, dopo aver tentato invano di trattenerla.

Le note di Chopin − perché di quelle si trattava, sempre e comunque quelle − fluivano ogni domenica mattina da una finestra aperta al primo piano del vecchio palazzo, quello proprio in cima, di fronte al belvedere, dalle nove di mattina all’ora di pranzo, e ne godevano tutti, piccoli e grandi, sportivi e contemplativi, chi correva, chi giocava, chi passeggiava, chi semplicemente stava li, e basta. Persino le statue antiche del Belvedere parevano ferme apposta per ascoltare, e il pomeriggio calava una strana ombra sul loro viso, come fossero tristi, e più sole, nel silenzio.
Tutti si erano abituati, a quell’incanto; e avevano ormai smesso di chiedersi chi fosse, e perché; alcuni maliziosi dicevano vi fosse un trucco, un marchingegno nascosto da qualche parte, che se non producesse almeno amplificasse quel suono; ma no – dicevano altri – è la stanza, sono le volte alte che danno questo effetto, nessun trucco, nessun mistero.
Del resto, dalla finestra si vedeva bene il pianoforte a coda, e quelle mani veloci e snelle che correvano sulla tastiera; ma il volto no: quello, nessuno lo aveva mai visto, perché la tenda azzurra, messa di sbieco, nascondeva il resto.
Le signore fantasticavano sull’aspetto del misterioso pianista, i bambini facevano a gara ad arrampicarsi sul platano più alto per spiare, e ogni tanto qualcuno gridava: − Ecco! L’ho visto! −, ed era una camicia bianca, o forse celeste, e dei capelli che una volta erano biondi, una volta grigi, una volta castani.
Quella mattina, dunque, il cielo era terso e azzurro, e l’aria tiepida.
Il ristorante che si apriva al piano basso, come una ferita oscena nel fianco del vecchio palazzo, già preparava un ricevimento, apriva ombrelloni bianchi, metteva sedie al sole. Un gabbiano, salito fin là chissà come dal fiume, stanco o ferito, non vide la casa, né i contorni della finestra: sbatté contro il muro, poi al vetro; poi a terra.
Nessuno lo vide; ma tutti sentirono di colpo qualcosa di strano. All’inizio, non capivano bene: il primo alzò la testa come d’istinto, il secondo si fermò e poggiò la bicicletta al muro; e a poco a poco arrivarono tutti, muti, con la testa rivolta al cielo.
La musica era cessata.
La tenda si mosse, e apparve un uomo. Si chinò, raccolse il gabbiano caduto, e fece appena in tempo a rialzarsi che incontrò le voci che lo chiamavano. Eccolo, è lui, il maestro, finalmente, e cominciava a serpeggiare un po’ di delusione. Un uomo anziano, modesto, un po’ curvo, si schernì, scosse il capo e si girò verso la stanza: e da dietro la tenda trasse a sé qualcuno.
Comparvero così, alla folla che man mano andava crescendo, i due uomini, quello più anziano e quello più giovane, che a dire il vero non poteva nemmeno dirsi giovane, ma di quella strana indefinibile età che spesso hanno gli artisti. L’anziano fece un gesto, quasi a presentarlo alla gente, e l’altro guardò il gabbiano, poi restò immobile e incredulo.
Un applauso cominciò a correre, prima lento, e poi sempre più forte, diventava una cascata, che sbatteva contro il muro e poi ricominciava, si allargava al viale, al belvedere, ai cespugli in fondo fino al laghetto; la sposa filippina con il suo improbabile vestito rosso che era venuta là a festeggiare pensò fosse per lei, mentre saliva sul viale; ma poi capì, e si unì agli altri.
La padrona del ristorante uscì fuori, e agli applausi si unirono grida, bravo, stappiamo champagne, prendete bottiglie, bicchieri, offro io, ce n’è per tutti.
− Ho una torta pronta, bisogna festeggiare −, e comparve una enorme millefoglie candida; e tutti presi dall’euforia generale prima chiamavano il pianista a brindare con loro, poi bevevano, poi mangiavano.
Così, non si accorsero che la finestra si era chiusa, per la prima volta, in tutti quegli anni; e nessuno fece caso se qualcuno fosse uscito dalla casa, se un portone si fosse aperto, e dove.
Tornarono ancora, domenica dopo domenica, ma la finestra era chiusa. E così restò l’estate, e l’autunno, e per sempre.
I miracoli, si sa, accadono tanto nei giorni di sole, quanto nei giorni di pioggia; ma nei giorni di sole sembrano ancora più grandi. E si sa, anche, che i miracoli a volte son strani, e le conseguenze imprevedibili agli umani.

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