“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Sabato, 02 Novembre 2013 01:00

Il gesto

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Si svegliò che aveva bisogno di pisciare. Pisciare significava scendere, andare fuori, perdere un sacco di tempo; per ridurne lo spreco a volte evitava persino di bere. Non si poteva capire che ora fosse, come sempre, lì sopra: la luce entrava a stento, nelle ore dopo il mezzogiorno, soprattutto in quella stagione. E poi c’era il freddo, che a volte gli impediva anche di pensare, e rattrappiva le membra, e chiudeva la testa in una morsa come avesse avuto una cappa di piombo; così, un po’ per il buio, un po’ per il mal di testa, precipitava di colpo in un sonno profondo, steso sulla tavola, ancora con i pennelli in mano e il colore che gli colava in faccia.

Lo aveva detto, che così non si poteva lavorare, che sarebbe stato meglio attendere un mese o due, almeno; che le giornate si allungassero un po’, e il sole tracciasse una curva più alta nel cielo. Ma non c’era stato verso di ragionare. Con lui non si poteva, il suo padrone, come a volte lo definiva mentalmente, che possedeva le sue giornate, e alla fine si sarebbe preso la sua vita; eppure di fronte a quell’uomo anziano, ma ancora imponente, lui – che non era certo mansueto – si sentiva un bambino incapace di reagire. Ci aveva provato, sì, tante volte, ma alla fine chinava il capo e cedeva, cedeva sempre; e non certo perché si trattava del papa, no; o almeno non solo.
Bestemmiò, ma la bestemmia restò serrata tra i denti, e andò subito a cercare con lo sguardo una figura in cui trovar conforto; ma non ve n’erano, di adatte allo scopo. Il Signore, finora, non compariva affatto; e così l’unica ad accogliere la sua preghiera di pentimento era la Sibilla, di cui almeno poteva intercettare lo sguardo.
Alzarsi era sempre un’impresa; scendere la ripida scala poi anche un pericolo, perché a stare sempre disteso la testa girava, e gli ci voleva tempo per riprendere l’equilibrio e il fiato.
Andò fuori, a sbrigare il da farsi, e vide con disappunto che, fuori, era già buio. Un’altra giornata andata, un’altra mano di intonaco sprecata, senza che fosse riuscito a metter giù la nuova scena. Non c’era: né sul muro, né sui cartoni, né nella testa.
Avrebbe dovuto dar retta agli altri, per una volta, e affidarsi a modelli, a libri, sentire vecchi maestri, sentire lui, il padrone, che veniva sempre a metter bocca su tutto. Ah, i vecchi. Avevano troppo da dire, e a lui tutte quelle parole erano sempre sembrate assai inutili. Dopo l'ultima brutta storia di Firenze, poi, diffidava dei maestri, con le loro bizze, i loro capricci, la vanità che portava solo disastri. Aveva contemplato incredulo quello che da lui era stato tanto ammirato, un tempo, distruggere il lavoro di mesi, e il cartone magnifico della battaglia di Anghiari, per l'infantile ostinazione a non voler dipingere a fresco sul muro; e quando aveva capito che piega prendeva la cosa, era andato via, furioso per il tempo perduto. Se erano quelli, i grandi maestri, non c'era di che fidarsi.
Risalì la scala, e sperò che la sera non fosse troppo breve. Non sentì bussare, la prima, la seconda, forse anche la terza volta, e d’improvviso urlò: Non adesso! Non adesso!, convinto che fosse troppo presto per il servo che gli portava la cena
– Maestro.
E non era la voce del servo, così fu costretto a rovesciare indietro la faccia fuori dal ponteggio. Gli comparve un volto insolito, che fece fatica a distinguere a testa in giù e nella penombra; ma le vesti, la levità del passo, la raffinatezza dei gesti gli dissero che era il caso di scendere.
Se lo trovò davanti, ed era proprio chi aveva pensato.
– Buonasera maestro.
Maestro, pensò. Ma maestro di cosa. Che fai ragazzino, mi prendi in giro?
– Buonasera. Maestro –, ripeté, anche lui, come l'altro.
– Oh, ma che dite? Non potrei mai. E dunque sapete chi sono?
– Lo so bene chi siete. Tutti sanno chi siete, e vi ho visto qua qualche giorno fa, a seguito del papa. In cosa posso servirvi?
– Ero passato a trovarvi.
– Grazie, ma quando lavoro non ricevo.
– Lo so, ma speravo poteste lasciarmi guardare.
– Guardar cosa?
– Come lavorate.
Fece un mezzo giro, e stranamente pensò a cosa avrebbe dovuto dire, problema che si poneva di rado. Di seccare, gli seccava, e trovava la faccenda spiacevole. Ma l'urbinate era bravo, pare. Aveva visto qualche suo lavoro, di sfuggita, e i suoi disegni. Se ne parlava molto, da qualche mese, tutti lo amavano, e lui amava tutti, così si diceva in giro. Ma soprattutto, era un’apparizione luminosa e calda, in mezzo a quel buio lercio di cui si circondava da due anni.
– Non faccio stare nessuno, qui, mentre lavoro.
– Lo so. Ma non posso credere che sia vero quel che si dice di voi.
– E che si dice?
Il giovane abbassò la testa, e il rossore sul volto non era solo un riflesso della torcia.
– Ah, non datevi pena, lo so bene, quel che si dice. La scala è ripida e scivolosa, state attento, che di teste rotte non ne vogliamo.
Appena pose il piede sul ponteggio, il giovane si perse, a lungo, e lui sperimentò la soddisfazione, nel vedere come vagava tra le figure già terminate, sforzando gli occhi per la poca luce, sporgendo le labbra come se qualcuno vi stesse versando del vino, o forse l’ambrosia che bevevano gli dei; attese, per non interrompere quello che sapeva essere un godimento intenso, comprensibile a pochi, e il piacere nell’esserne la causa gli diede un brivido dalle reni alla nuca.
Alla fine quello lo guardò, e gli cadde in ginocchio davanti, muto. Scoppiò in una risata.
– Ma alzati, e parla, ragazzo mio.
– Maestro, non riesco a dire nulla. Che si può dire, davanti a questo?
– Oh, suvvia, e non chiamarmi maestro, che non sono poi così vecchio.
– È vero. Siete giovane, eppure non lo mostrate.
Giovane. Lo era, in effetti, quando era entrato là dentro. Da quando il suo padrone lo aveva costretto, non sapeva bene come, e lo aveva rinchiuso lì dentro; era solo due anni prima, eppure pareva un secolo. Era di colpo invecchiato, a stare là solo, al buio, a non sentire il passare dei giorni e delle ore, a contare il tempo a forza di figure fatte e finite, tanto che dormiva ormai quando il sole era alto, e mangiava di rado, solo quando la testa che girava glielo imponeva; a non parlare con nessuno, se non con i suoi profeti e le sue sibille, perché quando c’erano gli aiuti lui dormiva, e quando andavano via attaccava a lavorare.
Il giovane stava parlando, e si era perso una parte del discorso.
– .... che non avete dipinto quasi nulla, prima, ma stento a crederci.
– Poca roba, sì. La pittura mi piace assai poco.
– Anche questo, stento a crederlo.
– Oh, la faccio, ma non mi appassiona. Anche se... Tu che dipingi? Mi han detto che fai cose importanti, qua nel palazzo.
– Delle stanze. Affreschi.
– E di che trattano?
– Sono alla prima. Il vero, il bene, il bello.
– Ah. Il vero.
– Vorrei trattar di filosofia, forse voi potete insegnarmi qualcosa.
– Non sono un filosofo. E poi non son buono a insegnar nulla, temo.
– Dicono che ne sapete molto.
– Dicono.
– Dicono che vi intendete di Platone, e di Plotino, e di altre filosofie degli antichi...
L’urbinate parlava, e lui aveva staccato un pezzo di legno da un angolo del tavolato. Lo guardava e lo rigirava; poi prese un coltello, uno di quelli che teneva là per tagliarci il pane, e cominciò a lavorarlo. Il ragazzo si inoltrava su piani assai ardui, fatti di teologia, di filosofia antica, di letteratura e sacre scritture, e lui intagliava; sentendo solo in superficie quelle parole, che restavano sospese come fiato denso, sotto la volta.
Piano piano veniva fuori un dito, e poi al dito era attaccata una mano, e il dito oltre a prendere forma prendeva anche posizione, e si muoveva, prima teso, poi meno, poi un po’ curvo, finché lo porse all’altro.
– Maestro, è bellissimo, ma come avete fatto in pochi istanti...
– Il legno mi vien male, non regge, e ci puoi far poco. Ma dimmi, invece, cosa è questo?
– Un dito.
– Sbagliato. È un pezzo di legno. E dimmi, ora, – continuò, staccando un’altra scheggia – cosa è questo?
– Un pezzo di legno.
– Sbagliato. È un dito.
Mentre il pittore giovane lo guardava stupito, e poi felice di aver capito, gli si illuminò il volto: per un attimo si distrasse dai suoi pezzi di legno, e pensò che era davvero bellissimo. E d’improvviso si vide vecchio, e lercio, e si vergognò della sua camicia pregna di colore e sudore, dei capelli irti e aridi, della pelle smorta, della barba incolta incrostata di tempera, di fronte a quel viso dalla pelle candida, dai lineamenti delicati e perfetti, i capelli neri lisci un po’ di lato sulla fronte; si sentì le spalle curve, e si accorse di quanto in due anni si erano smagrite; e si guardò le mani.
– Vorrei prenderlo come ricordo, se lo permettete.
– Per me, fa pure. Ma non è quello a essere importante.
– Prenderò anche quello informe.
– Neanche quello, è importante.
Vide un imbarazzo, una domanda, un disagio, e non voleva certo raggiungere questo scopo, ma era così difficile spiegare ciò che aveva in mente; e quello poi era un pittore, e a chi non aveva mai maneggiato il marmo era quasi impossibile riuscire a capire.
Gli prese la mano, la distese, gli pose di fronte il dito di legno appena scolpito, quasi a toccarsi appena alla punta, e poi mise la sua mano sopra quella di legno, a ricalcarne forma e profilo, e mentre il dito di legno e il dito di carne ne sfioravano insieme la punta, chiuse gli occhi, e con l’altra mano accarezzò la mano dell’altro, la esplorò, la tenne.
Il fremito che aveva già sentito prima dalle reni alla nuca lo fece tremare, scese più in basso, gli stroncò le gambe, e gli tolse il respiro.
Si mise a sedere per terra a tentoni, poggiato al muro, e non poteva aprire gli occhi, perché sarebbe precipitato giù anche attraverso il ponteggio.
– Maestro, che avete?
– Niente. Sono stanco. No, non vi sedete. Avete una camicia candida, e qui si sporcherebbe, con questa polvere. Dovreste andare, ora. Ho un cartone da fare, urgente, un’immagine, e sapete, le immagini vanno afferrate prima che vadano perse... Siete pittore anche voi, perciò capirete, se non vi accompagno.

Nota
Nel novembre 1510, Michelangelo Buonarroti lavorava ormai da due anni agli affreschi della volta della Cappella Sistina. Aveva trentacinque anni. A pochi metri di distanza, Raffaello Sanzio aveva cominciato da circa un anno ad affrescare le Stanze Vaticane. Aveva ventisette anni.

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