“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Venerdì, 12 Luglio 2013 02:00

Adversus relativismum o diario filosofico 1

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Cominciamo questo discorso con un'immagine. Cominciamo, dico, quasi mi volgessi a voi riuniti in assemblea, su gradini di marmo o sotto il fresco di un platano, poco lontano dalle mura d'Atene. Imperdonabile furberia. Artificio retorico tanto più grave, se mi propongo di rubare il mestiere ai poeti. L'immagine è la loro casa, certo. Aristotele diede loro le chiavi, nella Poetica. Porre davanti agli occhi è, mi sembra, il modo più schietto di scavalcare il problema dell'inizio. L'incipit è il passare dal silenzio al rumore, dall'assenza alla presenza. Ogni incipit è zoppo, è un salto che non poggia da nessuna parte. Questa snervante premessa avrebbe a sua volta bisogno di un'altra premessa, di dieci, cento e mille premesse fino alla parola che spiegasse l'inizio dei tempi e il sistema di tutte le cose. Ma non temete, non abbandonate i gradini, rimanete su questo prato: questo discorso comincia – è già cominciato – con un'immagine. Il discorso, dunque.

È sorprendente constatare quanti discorsi siano cominciati come il nostro, negli ultimi duemilatrecento anni. Discorsi, poi, molto più seri: tutti, però, cominciavano con un πρὸς (pros), un adversus, un contro il tale/i tali. La moda esplose nella Grecia ellenista, che a quel tempo non era certo un paese per vecchi. Gang filosofiche, le “scuole”, infestavano le strade nel tentativo di ripensare l'uomo e di renderlo autonomo dagli strali del potere costituito. Epicuro, Crisippo, Arcesilao: questi loschi figuri, attorniati dai loro seguaci, si scontravano a botta di infuocati libricini. Furono loro ad inventare la polemica di scuola e la storia della filosofia. Furono loro a ripensare l'invettiva retorica, piegandola alle esigenze del pensiero. Eccoci, in meno di due paragrafi, quasi inseriti in questa nobile tradizione. Quasi, però: l'oceano dei duemilaottocento anni di pensiero occidentale alle mie spalle mi suggerisce di lasciar perdere le critiche sistematiche e di cercare, se c'è, un qualche inizio a me accessibile. E allora – mi sembra – la cosa più sensata è capire come ci sono arrivato, qui. Perché sto parlando contro e non a favore del relativismo? Perché parlo, nonostante tutti i libri che non ho letto, tutte le persone che non ho ascoltato e nonostante, insomma, la mia sconfinata ignoranza? Da qui, dunque, l'immagine, incollata al mio occhio come una protesi. E forse, parlando di chi parla, riusciremo a sfoltire il velo di finzione retorica che copre questa ed ogni parola scritta.
L'immagine, finalmente. Innanzitutto le fiamme. Fiamme che si alzano e avviluppano un fagotto scuro, preda di convulsioni. Intorno, uno slavato asfalto grigio chiaro, pulito, da marciapiede di ricca città del nord. È Marino, un barbone a cui quattro sedicenni hanno appiccato il fuoco. Accade a Venezia, tre anni fa. Non si tratta di un'azione premeditata, di una vendetta o di un omicidio programmato. Gli hanno dato fuoco – diranno – per scherzo. Per passare il tempo. Lo diranno in maniera compita, forse un po' sorpresa per la piega presa dagli eventi: tutto quel casino per un barbone? I quattro giovani virgulti, di buona famiglia, vanno a casa, in chiesa, al campo sportivo. E di fronte alla loro sorpresa qualcuno ha a commentare, a sua volta sorpreso, l'inquietante palesarsi di una contraddizione. Educati al rispetto della vita come ai fasti della buona periferia italiana, i quattro sono finiti ad appiccare il fuoco a uomini dormienti sulla strada. Di fronte alla loro sorpresa, però, nessuno sa dire loro perché abbiano sbagliato. Quantomeno, nessuno sapeva dirlo con parole diverse da quelle – evidentemente di scarsa efficacia – che cento volte avevano sentito a messa e a lezione.
Immaginate, allora, questi figurini seduti in questura. I loro vestiti, i loro gesti, i loro volti: io li ho tutti qui, nitidi come se fossero accanto alla mia scrivania. Le parole che scrivo rincorrono i colori e le forme di quel pomeriggio veneziano. Rincorrono il tono frustrato con il quale rimbalzano nella mia testa e sulla mia lingua, nel sentire il ritmo della scrittura. E allora fate a meno del disegno, create a vostra volta il fuoco, i ragazzini, l'uomo in fiamme. Ecco: per queste cose io sono contro il relativismo.
Perché quei quattro aspiranti incendiari non sono sbucati dal niente. Essi non sono parole, astrazioni e categorie sociali. Non sono numeri da recuperare, reintegrare all'interno di una società essenzialmente sana. Essi sono corpi, menti e desideri, persone giuridiche e soggetti di diritto: sono figli di un mondo, e anzi il loro gesto testimonia l'assenza di una soluzione di continuità rispetto a questo mondo. Essi sono tanto meno individui quanto agiscono nell'ambito dei condizionamenti ambientali che li hanno formati dalla nascita. Non voglio attaccare – intendiamoci – con la solita solfa dell'uomo condizionato, della società carceriera e delle gioie dell'anticonformismo. E a chiunque avesse immaginato questa piega del discorso, consiglierei d'urgenza 50 cc di Hegel. L'animale umano, mi dicono da Atene, è ζῷον πολιτικόν (zoon politikòn), animale sociale, perché linguistico, perché adatto a vivere per lo più in spazi comuni, in mediazioni simboliche, in discorsi e manifestazioni reciproche. La saggezza di Aristotele, non a caso, collocava memoria, linguaggio e fantasia nello stesso luogo dell'anima. Lo stesso luogo, mi permetto d'aggiungere, dove riposa il senso dell'assenza, la nostra capacità di incontrare l'altro – la cosa, la persona – anche nell'essere soli, anche nella privazione della presenza empirica.
Quei quattro, allora, non erano disumani, fuori dalla vita e dal raziocinio. Nulla è davvero inumano, per il fatto stesso che nel parlarne lo integriamo nel linguaggio, nel mondo, nelle proposte di senso (faccio questo o faccio quello? che valore ha per me questo, che valore ha per me quello?) in cui si articola l'esistenza. Non mi sento in grado di dire, allora, che quei quattro fossero qualcosa di diverso, una deviazione patogena dal loro contesto. Non mi sento di dire che quei quattro fossero qualcosa in più della loro scuola, della loro chiesa, del loro campo sportivo, della loro televisione. E di nuovo, scusate, metto le mani avanti: questa mia prospettiva non toglie loro alcuna responsabilità. Semmai ne produce altra, ripartendola equamente nei momenti del contesto dei loro primi sedici anni di vita. Mi sembra, anzi, che lo scaricabarile si nasconda proprio nella taccia di disumanità, che è un po' come dire che quei quattro fanciulli non c'entrano niente con noi, chi li ha mai visti, boh, radiamoli dal consorzio umano e la vita continua.
Sta di fatto che quei quattro – insieme a tutti noi – sono cresciuti in quel consorzio, si sono alimentati dei suoi concetti e dei suoi linguaggi. Non sono nichilisti, non sono né Alex DeLarge né quei buffi tizi in tuta ne Il grande Lebowski. Non portano bombette, abiti neri ed altri segni distintivi. Hanno, probabilmente, gli stessi valori di mia madre, di mia sorella, i miei stessi valori, o quantomeno i valori con cui ogni giorno devo fare i conti nel relazionarmi agli altri. In quella storiella, impressionante, del boss della camorra che mandava a morte n malcapitati al giorno, recitando però con diligenza le sue preghiere; in quella bellissima novella di Federico de Roberto, Il rosario, dove al perdono richiesto dalla litania liturgica corrisponde la pratica dell'odio più oscuro; anche – si magna licet componere – in quell'aneddoto riferito da Nietzsche, secondo il quale Platone avrebbe conservato gelosamente, sotto il suo letto, una copia di Aristofane: in tutte queste storie di varia umanità si vede come la costrizione logica non abbia la stessa forza coercitiva della costrizione fisica, e cioè come ognuno di noi conviva più o meno agevolmente con un numero imprecisato di contraddizioni con se stesso e col mondo.
Ancora, allora, volgiamoci ai quattro virgulti. Contraddittori, come tutti noi. Contraddittori perché capaci di cambiare le istanze normative della morale come accessori, come (quasi) tutti noi. Soltanto, stavolta la luce delle fiamme è balzata troppo in alto, troppo forte: quasi fisicamente, quasi istintivamente siamo portati a sentire l'intollerabilità di questa contraddizione, la necessità di una normazione superiore che impedisca allo stesso uomo di pregare di mattina e di uccidere a sera, senza sentirsi schizofrenico. Ecco perché io sono contro il relativismo: perché sono contro quest'uomo, e quest'uomo – repetita iuvant – non è un nichilista, non è un disperato, non è un mostro: è un momento dello sviluppo sociologico della società neoilluminista, postmoderna, dove trionfa un mal applicato diritto di “libero pensiero individuale” – che davvero libero e individuale non può essere mai, come abbiamo visto.
È un momento della società relativista, i cui profeti inneggiavano – alla fine del secolo scorso – all'estrema pluralità di valori, al loro variegato disporsi nello spazio e nel tempo, alla loro coesistenza pacifica. E se alcuni di quei profeti furono uomini geniali, pronti a critiche puntuali e attenti agli sviluppi multietnici e globalizzanti del nostro mondo, oggi, con un ventennio di discrasia tra specializzazione e divulgazione, il pensiero diffuso e banalizzato è uno dei principali ostacoli ad un'integrazione che non è soltanto riconoscimento reciproco, ma anche mediazione, confronto, confutazione, creazione di simboli più ampi.
L'immagine che porto stampata nella mia memoria, alla fine di queste parole, è diventata un nodo di legami più complessi. Legami che vanno dai Frammenti postumi di Nietsche – in cui, per inciso, egli non negò mai l'esistenza del mondo e la sua conoscibilità, parlando di interpretazione solo in riferimento ai fatti morali, valoriali – al mio impegno politico, necessariamente fondato su una teoria normativa della prassi. È ritornata, con l'apparire di questi legami, al modo in cui era prima che l'incipit di cui sopra sbucasse dal nulla. Adesso è soltanto, come mi dicono da Berlino, portata al concetto. Portata alla parola ed alla dimensione pubblica, politica, che ora sa perché questo malcapitato ventenne, invece di correre dietro ad un pallone – come mio padre ama ripetere – continua ad accanirsi contro questo benedetto relativismo.

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