“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Sabato, 27 Luglio 2013 02:00

SELFNESS

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“ovvero della disavventura occorsa al noto (?) cantautore sentimentale Massimo Di Cataldo, emblematica di una questione pregnante quale la collocazione dell’Io nella società odierna”

 

La lettura dell’antologia di saggi a tema romanzo The Novel Today. Contemporary Writers on Modern Fiction (1977), a cura di Malcolm Bradbury, mi ha dato modo di soffermarmi sul concetto di Self e su quello che si presuppone essere il ‘posizionamento’ dell’Io nella società attuale. Secondo lo scrittore Saul Bellow, l’Io contemporaneo è continuamente consapevole dell’avvenuta perdita del potere che aveva in epoche passate (e.g. l’Illuminismo) di plasmare la realtà a sua immagine e/o secondo il suo canone di giustizia/moralità/eticità/etc. La nauseante pressione della società dei mass media e i continui stimoli alla passività e all’assorbimento coatto di una nozionistica pedestre, l’importanza assunta dalla finanza e dall’ ‘organizzazione’ in senso lato, le brutalità di uno stato di conflitto iterato, hanno annichilito ciò che di buono poteva risiedere nell’egotismo-funzionale-alla-realtà illuministico, trasformando la maggior parte di noi nell’uomo del sottosuolo di Dostoevskij, più o meno un larviforme triste dalla evidentissima inadeguatezza morale. Il che a mio avviso, pur non essendo frutto di una visione troppo lontana dal vero, equivale a dire che «c’è la crisi per colpa di Berlusconi».

Il discorso di Bellow è stato formulato nei primi anni Sessanta, e tuttavia è grossomodo applicabile a ciò che di quegli anni – le macerie – sopravvive oggi. Parafrasando la sua presa di posizione vagamente complottistica, noialtri dobbiamo, in pratica, ricordare a noi stessi che se tanto siamo qui a goderci la nostra allegria di naufragi o a piangerci addosso, è perché mastodontiche organizzazioni pubbliche, scientifiche, industriali e politiche permettono lo sviluppo di enormi masse di individui limitandone, al contempo, la crescita personale e la dimensione privata. Dopo un pistolotto vagamente ottimistico in cui dichiara che tutto sta a sapere come risistematizzare il nostro io aggiornandolo al problematico contesto, lo scrittore torna a paventarci la condizione di ‘distruttibilità’ presente nelle nostre menti e la sottomissione che sembra quasi esserci richiesta dalla bruttezza radicale delle città in cui viviamo e dal nonsense dei media che minacciano di trasformare le suddette menti in farina buona per farci le gallette. Il che ci porta, a sentire John Barth, dal punto di vista letterario, a quell’"esaurimento" che dà luogo a un’escatologia marcata e senza sbocchi.
Uno degli effimeri prodotti della attuale frammentazione del reale è, tra i moltissimi, il cantautore sentimentale Massimo Di Cataldo, la cui vicenda è balzata agli onori delle cronache un paio di giorni fa (non so quanto se ne sia parlato ai telegiornali, ma sui social network la notizia ha girato parecchio, e qui la illustrerò sommariamente). Venerdì scorso Anna Laura Millacci, ormai ex compagna del noto (?) cantante, pubblica – poco dopo, peraltro, aver caricato delle istantanee mentre era felicemente a mollo in una Jacuzzi – degli autoscatti risalenti, a suo dire, a venti giorni prima: questi ultimi mostravano il suo viso tumefatto e un presunto feto abortito nel bidet di casa. Le foto sono attualmente sparite dal profilo facebook della "Visual Artist" (?) ma, da bravo documentarista quale millanto di essere, le ho archiviate nella famigerata cartella “Immagini/foto/blog”, contenente amenità ben più interessanti, per cui posso fornirvi un’adeguata foto-cronistoria dell’accaduto, accusa al Di Cataldo compresa:

 

  

 

 

 

 

 

Il cantante, dicendosi «sconvolto», ha così replicato pubblicamente:

 

  

Risale, infine, al 21 luglio la risposta, sempre pubblica, della "Visual Artist" (?):

 

 

Ora, un fanatico della grammatica quale il sottoscritto non può che reagire con disappunto a un messaggio di questo tipo; in particolare, il momento in cui la "Visual Artist" (?) tira in ballo l’«assurda agogna mediatica» (da lei consapevolmente scatenata) mi ha fatto essere sostanzialmente d’accordo con l'opinione diffusa che le bastonate contro chi decida di prolificare con Massimo Di Cataldo siano un buon inizio. Da parte mia aggiungerei al gruppo chi tenta di esprimere concetti ignorando/trascurando completamente la forma utilizzata. Anche i commenti della ex moglie del noto (?) cantautore à propos dell’instabilità mentale della Millacci lasciano alquanto perplessi; tuttavia non trovo tanto interessante sapere da quale parte stia la ‘verità’, ossia se tre settimane orsono Massimo Di Cataldo abbia spianato di botte la madre di sua figlia o se, al contrario, la Millacci si sia rivalsa per un motivo qualsiasi sul noto (?) cantante e allo stesso tempo abbia pubblicizzato la prossima apertura della sua galleria d’arte (!); quanto la capacità che casi simili hanno di dividere l’opinione pubblica in due schieramenti (due e mezzo, se consideriamo chi invita a non esprimere giudizi affrettati e a non basarsi su prove effimere quali le fotografie in questione e un atteggiamento a dir poco sospetto e poco coerente) abbastanza netti e oltremodo agguerriti.
Entrambi i profili sono stati letteralmente bombardati dai commenti di un immenso, invisibile esercito schiamazzante, insultante, argomentante, questuante e in generale diviso tra la fazione schieratasi difendendo a spada tratta la reputazione dell’artista/uomo Di Cataldo e quella ertasi a paladina della Millacci in quanto Donna In Diritto Di Non Essere Presa A Calci In Culo Dal Primo Cantante Sentimentale Che Incontra. Sicché io credo che l’atto stesso di diventare “fan” di qualcuno e/o lo sposare una causa da difendere senza tener conto di eventuali repliche ben piazzate o incongruenze nella causa stessa – il caso della buonanima di Carlo Giuliani e di chi lo ha trasformato in un simbolo da difendere è paradigmatico – sia uno dei risultati diretti dell’impoverimento dei cerebri dovuto (non esclusivamente, ma in parte sì) al complesso sociale così come ce lo becchiamo oggi. È dunque ovvio che un caso del genere non abbia potuto che creare, invece di un più dignitoso silenzio in merito, il cacofonico complesso di belati a proposito

− dell’impossibilità (prima istanza) da parte di un delicatone quale il Di Cataldo di mettere le mani addosso a una donna, il che ci porta automaticamente a dichiarare che la Millacci sia una stronza opportunista e squilibrata;

− dell’assurdità (seconda istanza) che al giorno d’oggi ci siano ancora delle serpi con la faccia d’angelo quali il Di Cataldo che cantano di bei sentimenti e poi picchiano selvaggiamente una poveretta costringendola ad abortire e ad andare in giro con la faccia che assomiglia a una patata.

Nessuno dei due schieramenti si è realmente chiesto quali potessero essere i fatti reali su cui basarsi prima di intraprendere una crociata contro l’oggetto dell’indignazione di turno, e questo, a mio avviso e tornando al discorso iniziale, è da addurre a una paura atavica e inconsapevole che il proprio Self e tutta la sfera del suddetto relativa alla credulità e alla passività inoculate, giorno dopo giorno e anno dopo anno, dalla televisione in primis, venisse scosso bruscamente creando nel soggetto disagio, paura, quando non la reazione più rara e temuta, la disillusione:foriera, spesso e volentieri, di salutari ventate di pensiero meno sovrastrutturato del solito.
In generale – dice Bellow – si può non essere d’accordo con l’asserzione di Bertrand Russell (e del suo sodale Ludwig Wittgenstein, in onore del quale ho intenzione nei prossimi tempi di imparare a memoria il Tractatus logico-philosophicus) secondo cui l’Io non sia nient’altro che un’espressione grammaticale, ma di certo si possono ritenere spassosi certi suoi aspetti. Io ne ritengo altri, più che spassosi, spaventosi. In altre parole, se sono da tempo un “fan” di Massimo Di Cataldo, mi è semplicemente impossibile credere che il noto (?) cantante abbia potuto compiere un atto squallido e vigliacco quale evidentemente è il picchiare a sangue una donna. Se, altresì, sono uno Strenuo Difensore Dei Diritti Delle Donne, le foto pubblicate da una persona della quale non si conoscono le qualità morali, in cui (nelle foto) si vede la sua faccia (della persona) con un liquido rosso somigliante a sangue e le foto di un grumo in un bidet («Probabilmente s’è tolta un polipo dal naso e l’ha spacciato per un feto» è stato il sardonico commento della mia ragazza), quelle immagini non possono essere altro che una sicura testimonianza della veridicità del fatto e della stronzaggine e violenza del Di Cataldo.
In altre parole ancora, abbracciare una soluzione di comodo (l’una e l’altra, nella mia personale visione, si equivalgono perfettamente) è molto più semplice del tentare di approcciarsi alla realtà venendo fuori da un guscio di preconcetti e opinioni mal confezionate ma assorbite con avidità: guscio che potrà anche sembrare rassicurante, ma, ragazzi, è proprio fottutamente stretto.

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