“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Venerdì, 02 Gennaio 2015 00:00

Sulla dismisura

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Con quale bilancia, dunque, peserai la verità della conoscenza? [...]

La stadera è un tipo di bilancia e il bilancino del saggiatore un altro tipo. Anzi di più: l'astrolabio è una bilancia per misurare le distanze lineari, e il filo a piombo una bilancia per accertare la perpendicolarità e la curvatura. Questi strumenti, sebbene differiscano per forma, hanno in comune il fatto che per loro mezzo si conosce che cosa è l'eccesso e cosa il difetto. Invero la prosodia è una bilancia per la poesia, per mezzo della quale si conosce la metrica della poesia e si distingue il verso zoppo da quelle corretto. Essa è la più spirituale delle bilance materiali, sebbene non sia esente dal contatto coi corpi: soppesa infatti i suoni e i suoni non sono separabili dai corpi.

(al-Ghazālī, La Retta Bilancia)


La tesi e l'antitesi e le loro dimostrazioni non lasciano quindi vedere altro che le affermazioni opposte, che v'è un limite e che il limite è in pari tempo un limite rilevato; che il limite ha un al di là, col quale però sta in relazione, nel quale, oltre il limite, si deve uscire; ma un al di là nel quale sorge daccapo un tal limite, che non è un limite.
(Hegel, Scienza della logica)


Misura della natura


Uno sguardo che vuole guardare alle cose per illuminarle e così esporle, dirle in qualche modo, deve porsi anzitutto il problema di come essere trasparente al punto da far emergere queste cose di volta in volta in questione. Questo è il problema dell'articolazione di linee pure per il pieno, per il materiale, per la regione determinata, specificata in certe cose e non in altre; per esempio, è il problema dell'inizio, almeno, di un'analitica eidetica per l'oggetto fisico-naturale, o insomma per la natura come tale.
Se la misura – il misurare – è l'esibizione, l'esposizione di relazioni colte nello sguardo nella misura in cui sono esatte, determinabili, coglibili e dunque dicibili, qui si tratta di capire se una misura possiamo solo imporla, alla natura, o anche ritrovarla in essa; ritrovarla vivente nella vita naturale che si articolerebbe attraverso eccedenze a partire da forme, da regolarità che verrebbero sempre insieme all'eccedenza, sempre nell'eccedenza e attraverso essa, nel nostro sguardo accogliente in trasparenza.
La misura ha un criterio (la prosa per la poesia); ma, se il criterio funge da misurante, dovrà essere misurato a sua volta per entrare in certe relazioni che lo rendono capace di far da criterio di misura (nel caso specifico, ad esempio, la comune appartenenza ad un linguaggio ritmato). Così, anche il primo misurante richiama un ulteriore misurante sempre più estensivo, fino a determinazioni generalissime; fino allo spazio vuoto del criterio di istituzione di una misura in generale – quale relazione ha, infatti, la relazione di misura con la relazione in generale? Il richiamare sempre qualcos'altro della misura non può che perdersi in questo vuoto. Vuoto perché in esso si costituisce una relazione infinita, tale cioè che nessun terzo polo può fungere da criterio ultimo, fondato secondo sé stesso.
Questo è lo smisurato che è sempre in ogni misura, lo smisurato a partire dal quale si costituisce ogni misurare; ma intanto siamo nello smisurato in quanto siamo in un rapporto negativo con una misura (che non riesce a chiudere, con i suoi poli relati, questo spazio nuovo) – in quanto, cioè, lo commisuriamo ad una misura. Questa è la misura che si mostra in ogni misurare, la misura come essere articolato in generale di ciò che si manifesta; anche da qui, ad un tempo, si costituisce ogni misurare.
La natura eccedente è lo smisurato per eccellenza; ma è del tutto non fenomenologico, non conseguente allo sguardo, respingere lo smisurato, poiché esso è un momento della misura; è un momento che, in quanto inaccessibile alla misura, non è ancora misurato. Ma non nel senso di poter presto essere esaurito: inteso in questo senso, lo smisurato sarebbe già misurato, in quanto in qualche modo già incontrato. Lo smisurato è il non-incontrato costante in ciò che incontriamo di volta in volta, e che una volta incontrato, si espone ancora una volta sotto un altro adombramento, sotto un'altra mancanza; è il non-incontrato strutturale – ma anche nel senso che è strutturalmente legato ad un incontro, è solo nell'incontro, nella manifestazione, nella misura come resto.
La dismisura va coltivata perpetuamente e indefinitamente, in uno sguardo alle cose stesse, perché coltivandola la incontriamo, e dunque la togliamo; ma togliendola le rendiamo il miglior servizio, rendendola ancora più vasta; questo servizio lo rendiamo a noi, in quanto siamo enti misuranti in senso ampio, in quanto siamo dasein, giacché in questo spazio immanente ci liberiamo generando forme, e rigenerando come vive quelle dapprima consegnateci estrinsecamente.


Vita e sovrabbondanza

Una coscienza vivente, come tale, dev'essere pensata nell'atto della vita, nel vivere attualmente, nell'esercizio delle prerogative della vita; e, se 'vita' non è una parola vuota, è da intendersi complessivamente come un certo insieme di determinazioni – di prerogative che le spettano in quanto essa deve riconoscere sé stessa (in quanto dobbiamo essere, cioè, noi viventi a riconoscerla). Se il pensiero pensa la vita, se un atto della coscienza vivente pensa il vivere di questa coscienza, già si profila dunque, in questo atto, uno 'spettare a', un dover coincidere: questo particolare pensiero, per cogliere il suo oggetto, dovrà corrispondere interamente a sé stesso, al suo essere vivo nell'atto di pensare. Pensare altro, pensare un oggetto che non coincida con l'oggetto-vita, significherebbe cogliere qualcosa di morto, qualcosa di immaginario, subito manifesto nel suo 'non essere vita', nel suo mancare una certa proprietà (ancora da definire) della vita.
Pensiero, qui, è preso in senso tanto ampio da riassumere, in uno, l'atto di coscienza come tale con tutte le sue possibili varietà. Il dover pensare, come vita, una tale smisurata articolazione (l'articolazione di tutte le possibili articolazioni, la condizione a priori alla quale tutte le articolazioni possibili devono corrispondere) porta al centro questo 'spettare' che, riguardando comunque tutti i possibili oggetti esponibili in un fenomeno, è qui, nel pensiero della vita, essenziale. Al di là di questa coincidenza, infatti, il fenomeno come tale, in generale, è comunque vissuto (posso intendere, cioè, una sedia immaginata, o 'falsa' in alcune determinazioni perché diversa, ad esempio nel colore, da quella su cui scopro poi di sedere); qui, invece, nel tentativo di pensare la vita, l'oggetto in questione non può essere esibito falsamente: apparirà, infatti, qualcosa d'altro (una vita fatta immagine in un flusso, in un mare o in un'altra rappresentazione, infatti, sarà altro dalla vita). In altre parole: se una sedia in quanto sedia – la 'sedietà' della sedia – può essere intesa attrraverso infinite intuizioni, infinite apparenze di sedie varie, la vita in quanto vita – l'esser vita della vita – può essere intesa solo in questa corrispondenza tra pensante e pensato.
Il fatto che la coincidenza manifesta in questo 'dover corrispondere' si manifesti, peculiarmente, in questo punto, può forse essere un momento iniziale per la definizione di un contenuto di 'vita'. Da questo scorcio, vediamo che 'vita' è già sempre esercitantesi in ogni atto della coscienza come tale (la coscienza con cui deve coincidere, appunto): 'vita' è dunque ciò che è del tutto immanente a qualunque contenuto dato in un atto di coscienza: abbreviando, vita è il del tutto immanente per eccellenza.
Nello 'spettare a' si esibisce dunque la strutturale esigenza di corrispondere alla propria immanenza; esigenza che ci si fa presente da una falsa lontananza, giacché l'immanenza strutturale è, per definizione, sempre ciò che è più prossimo, ciò che ci è sempre già dato e in cui sempre siamo. Ma questa immanenza è costituita come tale solo a partire da questa lontananza, che dunque una qualche verità sembra acquistarla e farla acquistare, di nuovo, all'immanenza – che, dal canto suo, è la verità della lontananza, ciò che la lontananza già sempre è: questo è l'essere sempre riconsegnati a sé stessi in cui, senza alcun bisogno di un'etica materiale stipataci a forza, si svolge la forma dialettica della assiologia immanente alla vita di coscienza.
A me sono riconsegnato: ma in questo me è fin da sempre schiarito il mio essere nel mondo. Il dover tornare è il dover stare al mondo, che d'altra parte, in quanto esibito nel me, nel mio esserci, non è mondo estrinseco di corpi in cui sono installato come una presenza sussistente: è il mondo della vita di coscienza, il mondo degli oggetti permeati di vita, colti nella loro emergenza e nelle forme, nelle misure che li animano. Colti nella misura, nell'essere vivente presso me stesso vivente; a partire dalla dismisura, dal dover tornare a me stesso, dal dovermi corrispondere a partire da una lontananza – il cui senso rimane da indagare.
In questo ritorno, in questa riconsegna, cresco su me stesso, torno ad essere affetto da me stesso: passione gioiosa, in cui sono del tutto presso me nella mia libertà, nel mio eccedere libero. Passione gioiosa, dunque, che non è piacere catastematico, organizzazione, miglioramento programmato: è dissiparsi indocilmente, perché in questo ritorno mi perdo e mi ritrovo, crescendo nella perdita – giacché infatti non sono una presenza, che si possa quantificare e riacquistare del tutto: nel momento dialettico della falsa lontananza, anzi, avviene un'effettiva perdita dell'immanenza.
Apesbesthen: per troppa sovrabbondanza io mi spensi. Lo spegnimento, il ritrarsi, avviene sempre a partire dalla troppa luce. La luce è sempre troppa: ad illuminare, ad accendere, infatti, non è un ente semplicemente presente; è qualcuno che è, in modo immanente, estatico, sempre fuori presso altro, prendente misura di questo altro (non per forza appropriandosene). Passione gioiosa non è, dunque, ritrovarsi coi propri conti; né cercarsi dei piaceri minimi – ma l'esplicarsi il più possibile, la volontà di esplicarsi come apertura, di far stare il mondo in una qualche chiarezza.
Questa dialettica non risolutiva tra misura e dismisura può esibire, credo, un passaggio ad un suo altro lato – quello assiologico, che qui ho provato a descrivere: dialettica fra spegnimento e sovrabbondanza. La domanda fin dall'inizio sottesa era se la disarmonia andasse, in effetti, coltivata e cercata – e quale fosse il suo ruolo politico.



Poscritto. L'esoterismo che forse emerge da queste righe, scritte in un linguaggio a volte chiuso, ellittico, arzigogolato, disturba la lettura nonostante i miei sforzi in senso contrario. Sforzi del tutto in corso, per trovare un giusto equilibrio – non necessariamente una medietà – tra il bisogno di restituire il decorso fluente delle osservazioni e dei concetti pensati e quello di costruire, comunque, una forma argomentativa organizzata ed accessibile. Questo è un problema connaturato a tutta la scrittura filosofica. Questi flebili tentativi, dal canto loro, vorrebbero continuare le prove in questa direzione, iniziate con Diario filosofico, spingendosi a declinare questa tradizionale ambiguità nelle forme testuali peculiari – nella loro occasionalità, rapidità, pubblicità, plasticità – di questo momento della tanto più ampia storia del testo e dei suoi supporti.

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