“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Giovedì, 22 Gennaio 2015 00:00

Nietzsche e la seconda inattuale: scoprendola ancora una volta 'attuale'

Scritto da 

“Ma chi può dare questa vita a questa nuova generazione?”

 

Come, non ci sarebbero più mitologie dominanti? Come, le religioni starebbero per morire? Ma guardate un po’ la religione della potenza storiografica, fate attenzione ai sacerdoti della mitologia delle idee e al loro ginocchio scoticato! Non sono addirittura tutte le virtù al seguito di questa nuova fede?”
(N., HL, pag.72)



Premessa 

Le riflessioni che seguono sono state redatte originariamente come supporto per una relazione e discussione sulla tematica delle nostre radici storiche, con lo scopo implicito di riscoprire, al di là delle le formule scolastiche, il significato teorico del senso storico, come donne e uomini del presente e non come studenti di filosofia e di storia o di altro genere.

Il marchio di ciò è quindi uno stile colloquiale che tali riflessioni vanno prendendo che poco si addice a un’opera filosofica, per quanto modesta o di commento, ma che, pur con alcune correzioni, può essere perdonato in un articolo destinato a un pubblico vasto, sebbene speriamo ugualmente interessato. I testi sono stati in seguito riveduti e corretti e, per quanto possibile, adattati alla forma scritta che la sede impone, più che a quella orale per ciò a cui si accennava. Ciò non ci protegge – come è chiaro – da critiche tecniche o espresse con lo stesso stile colloquiale.

Note bibliografiche: F.W. Nietzsche, Unzeitgemässe Betrachtungen. Zweites Stück: Vom Nutzen und Nachtheil der Historie für das Leben (HL), Leipzig 1874. (Trad. it. Sull’utilità e il danno della storia per la vita, PB Adelphi, Milano 1974, trad. di Sossio Giametta; medesima trad. In Opere di F. Nietzsche vol III, tomo 1: La nascita della tragedia e Considerazioni inattuali, I-III, pp. 257-357, Adelphi, Milano 1972). Ci riferiremo, tra parentesi con il numero della pagina, all’edizione Adelphi della Piccola Biblioteca del ’74 (quarta eduzione del giugno ’81).


1.

L’inattuale del 1874 di Nietzsche (Sull’utilità e il danno della storia per la vita), seconda per fascino forse solo alla Nascita della tragedia del 1872, è l'opera giovanile più citata e discussa soprattutto per l'importanza che assumerà nel corso della produzione successiva del filosofo tedesco.
Ma qui non v’intratterrò con la storia della critica dell'opera; ma la volontà, almeno nelle intenzioni, è quella di riportare il discorso sulla storia al centro delle nostre riflessioni, che non siano solo filosofiche, limitate – ahinoi – a coloro che lo fanno di professione, chiusi, per i più, nei loro libri e nelle loro aule, dalle quali proviene sempre più un cattivo odore di stantio.
L’interesse di Nietzsche per questo tema, ormai con poche riserve, deriva dalla concentrazione di studi nel suo secolo (soprattutto sulla grecità) – basti ricordare, tra gli altri, lo Hegel, citato da Nietzsche più volte in questa inattuale e nei frammenti coevi, e eretto a simbolo di una particolare filosofia che fa della storia un supporto alla sua visione generale del processo del mondo e ne scandisce il ritmo; ed ancora lo storicismo tedesco, gli studi degli illuministi francesi, il Gibbon, e così via. Nietzsche non era per niente estraneo a questo “movimento”, ma la sua fu una partecipazione critica, il suo contributo negativo e polemico, in favore e per qualcosa di superiore al bisogno storico. Arrivò a considerare il senso storico, se portato all’eccesso, come una "malattia, come segno tipico della rovina" (HL, p. 74).

2.

Per comprendere il discorso nietzschiano ci soffermeremo innanzitutto sulla necessità dell’oblio o della dimenticanza per l’azione. Questa necessità proviene dal fatto che l’azione deve avere scopi o motivi, che sono sempre fondati sulla speranza o sulla convinzione che possa esserci qualcosa di nuovo nel flusso del divenire o della storia. In altri termini, se non ci si permette l’incoscienza – seguendo così il senso storico – non si agisce in vista di scopi possibili, poiché tutto sarebbe già in qualche modo già avvenuto e l’azione non avrebbe un che di nuovo da creare, nulla da schiudere; decadrebbe cioè il motivo principale che la porrebbe in atto. E, se è ammesso che nulla di nuovo possa accadere, con Eraclito – dice Nietzsche –, "non si oserebbe più alzare il dito". È quindi necessario un orizzonte, una linea di confine per permettere a se stessi la speranza di trovare nuovi scopi, nuove dottrine e nuovi uomini oltre questa linea.

3.

Sarebbe sbagliato considerare l’atteggiamento di Nietzsche come eminentemente antistorico: seppur sia possibile vivere quasi senza ricordo del passato, sembra pur impossibile vivere senza passato alcuno. Cosa sarebbe l’uomo senza le sue esperienze, i suoi ricordi, la sua storia? Questo è il punto su cui invitiamo – come esplicitamente fa Nietzsche – a riflettere: sia il senso storico – che del passato tutto vuole ricordare e che tutto tende a collegare ed uniformare, rendendolo un unico che ritorna sempre uguale – sia in senso sovrastorico – che tende a creare limiti, vedere nuove opportunità, a dare spazio alla vita di essere creativa, libera e sempre nuova – "sono ugualmente necessari per la salute di un individuo, di un popolo di una civiltà" (HL, p. 10). Il primo è necessario per scegliere gli scopi migliori – e forse, per quanto riguarda l’uomo, ad averne di reali, che gli appartengano con legame indissolubile –; il secondo, ad aver speranza in questi scopi e creare le condizioni in cui il nuovo avvenga (o almeno che si presenti come tale). Così tutto ciò che non è storico "assomiglia ad un’atmosfera avvolgente, la sola dove la vita può generarsi, per sparire di nuovo con la distruzione di quest’atmosfera" (pp. 10-11). E poco dopo a questo proposito è introdotto il successivo punto di cui discuteremo: "solo per la forza di usare il passato per la vita e di trasformare la storia passata in storia presente, l’uomo diventa uomo [..]" (p. 11), "impariamo sempre meglio proprio questo, a coltivare la storia a scopo di vita" (p. 15).

4.

Alla pretesa di oggettività dello storico, che comunque “trasforma” il passato per il presente, prerogativa soprattutto della scienza del secolo XIX, che si traduce nel "commisurare le opinioni e le azioni del passato alle opinioni correnti del momento[…]" (HL, p. 50), Nietzsche contrappone un’oggettività positiva. Se la prima adotta ed elimina del passato ciò che non si addice all’attuale e corrente visione ("trivialità attuale"; p. 50), la seconda, positiva come forza artistica, eleva e innalza a simbolo universale un tema noto, parafrasandolo con uno spirito forte (p.53), "facendo intuire nel tema originario tutto un mondo di significato profondo, di potenza e di bellezza" (ibidem). Invece l’oggettività degli storici raffredda cercando parole e temi che non commuovono perché, in fondo, sentono il presente privo di vita e così segue in loro un istinto niente affatto costruttivo. "Oggi conviene sapere che soltanto colui che costruisce il futuro ha diritto a giudicare il passato", chi invece soffre, come di un peso, dell’istinto non costruttivo, si sente come un epigono, un individuo e una parte di qualcosa che sta tramontando e perciò tenta di bloccare il corso del divenire che è mosso – fecondo – dalla vita (si veda il richiamo alla physis alla p. 99 del testo, come qualcosa che genera da sé: tema che è presente nella fisica aristotelica); questa se viene bloccata si "ammala" e alla fine perisce insieme al suo ospite, la storia. Così appare chiaro che se il divenire, come ciò che sempre accade e che sta accadendo, viene immobilizzato, reso sterile, è privato della sua forza costruttiva, cioè della vita divenendo un peso più che una giusta utilità per l’individuo e per il popolo, dunque un danno piuttosto che un’utilità per la vita.
Il divenire come flusso è destinato a diventare passato: potremmo dire, semplificando, che è destinato ad essere qualcosa che, oltrepassando un punto specifico in cui ci si trova, tende a consolidarsi in un esser stato; ma, poiché proviene sempre dal divenire e quindi dalla vita, deve mantenere questa sua radice, altrimenti ammala la sua fonte più intima. Deve essere “mobile”, deve esserlo per il presente ma soprattutto in vista del futuro e non per un imminente “giudizio finale” (epigoni hegeliani). La prima necessità è subordinata alla seconda, che sempre scuote la tendenza al consolidamento dell’"è" verso l’"esser stato". La vita non può farsi schiacciare dal "così è stato". La storia, sebbene provenga dalla vita – cioè dal suo "impulso vitale" – si erge contro di essa, come immodificabile ed eterna e, schiacciando la vita, uccide se stessa. In un secolo che stava perdendo il vecchio dio, Nietzsche intravede il nascere di nuovo dalle ceneri ancora ardenti.

5.

I rimedi nietzschiani all’eccesso di storia non hanno l’unico obiettivo di destabilizzare o fluidificare: l’antistorico e il sovrastorico concorrono al preservare la vita dalla storia (e dalla scienza pura). Il primo rimedio l’abbiamo già trattato e corrisponde alla dimenticanza, all’oblio e all’"orizzonte limitato"; il secondo riguarda quelle "potenze che distolgono lo sguardo dal divenire, volgendolo a ciò che dà all’esistenza il carattere dell’eterno e dell’immutabile, all’arte e alla religione" (HL, p. 95); queste “potenze” sono un’antitesi delle necessità per la vita che fino ad ora abbiamo portato alla luce. Perché? Nietzsche risponde chiaramente: "anche la vita si abbatte su se stessa, diventando debole e scoraggiata, se il terremoto di idee che la scienza provoca toglie all’uomo il fondamento di tutta la sua sicurezza e la sua pace, la fede in ciò che perdura ed è eterno". La dimenticanza non basta per preservare la vita poiché bisogna proteggerla anche dall’istinto distruttivo opposto, dell’eterna fluidificazione che tende a spostare tutte le prospettive indietro fin dove ci fu un divenire, all’infinito (cfr. p. 31).

6.

Il cerchio della riflessione circa l’opera è tutt’altro che chiuso, ma non ci sentiamo in difetto poiché l’obiettivo non consisteva nel trattarne tutti i temi (manca ad esempio la triade classica nei manuali di filosofia di storia monumentale, antiquaria e critica) perché ciò avrebbe richiesto ben più spazio e poi non si vuole abusare ulteriormente della pazienza del lettore. Non si è dato nemmeno uno sguardo all’evoluzione di questi stessi temi nell’opera successiva del filosofo che qui, come accennato, si trova nel suo periodo giovanile. Ma queste osservazioni e la loro potenza, che si è tentato di ricostruire semplificandole per quanto possibile, non possono andar perdute.
A proposito della giovinezza del filosofo, nelle pagine finali di quest’opera, la "gioventù" (con il suo istinto naturale) è indicata come la sola che può trovare (o, dopo i Greci, ritrovare) un equilibrio, un tipo di educazione che non sia storica nel senso negativo che abbiamo spiegato, ma che possa far dire: "vivo, ergo cogito" (vivo, dunque penso) e non il contrario (p. 94); che sulla vita possa fondare una vera cultura ("Datemi prima la vita, e allora io vi creerò da essa anche una cultura!"; p. 94).
Ma chi può dare questa vita a questa nuova generazione? – si domanda Nietzsche; il senso della risposta sarà forse ora chiaro ed apre a riflessioni che rimarranno attuali: "Nessun Dio e nessun uomo: solo la loro stessa gioventù. Liberate dalle catene quest’ultima e avrete liberato con essa la vita. Essa era infatti solo nascosta, in prigione, non è ancora inaridita e spenta – interrogate voi stessi!" (p. 94).

Lascia un commento

Sostieni


Facebook