“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Sabato, 13 Aprile 2019 00:00

Il lavoro al cinema tra alienazione e solitudine

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Nel cinema, dai suoi inizi ad oggi, il mondo del lavoro, in tutte le sue sfaccettature, ha fatto più volte capolino. A volte, nei film, la fabbrica, l’ufficio, l’attività domestica si presentano come semplici fondali utili ad ambientare storie, in altri casi il mondo del lavoro e le sue ricadute sugli individui hanno assunto un ruolo importante nelle vicende narrate, tanto che in alcune circostanze il lavoro è persino il vero soggetto dell’opera. D’altra parte, in maniera neutra, edulcorata o infernale, è inevitabile che il lavoro appaia al cinema in quanto occupa una fetta sempre più ampia della vita degli individui, estendendosi sempre più oltre il luogo ed il tempo a cui le buste paga fanno riferimento.

Che si tratti del lavoro dei mandriani nei western, o del mondo impiegatizio tanto caro al cinema classico hollywoodiano, della fatica in fabbrica di qualche film apertamente di denuncia o del lavoro di qualche stazione di polizia o di qualche banda criminale – “Let’s go to work!”, dopotutto, è l’invito che risuona in Reservoir Dogs (1992) di Quentin Tarantino –, il lavoro nei film lo si trova, eccome.
Il nuovo libro di Roberto Lasagna, Da Chaplin a Loach. Scenari e prospettive della psicologia del lavoro attraverso il cinema (Mimesis, 2019), attraverso una serie di film che hanno saputo/voluto fotografare un’epoca raccontando i rapporti problematici tra essere umano e lavoro, indaga i mutamenti degli scenari psicologici del lavoro che hanno caratterizzato un periodo che dai primi decenni del Novecento giunge fino ad oggi.
Il volume prende in esame opere cinematografiche come Tempi moderni (Modern Times, 1936) di Charles Chaplin, in cui viene  messa in scena l’alienazione determinata dalla catena di montaggio, e Furore (The Grapes of Wrath, 1940) di John Ford, ambientato nell’America della Grande depressione tra fattorie espropriate dalle banche e miraggi di terre promesse che si rivelano veri e propri calvari. La produzione cinematografica degli anni Sessanta e Settanta che ha affrontato il mondo del lavoro viene passata in rassegna attraverso pellicole come I compagni (1963) di Mario Monicelli, che racconta di lotte operaie torinesi di fine Ottocento, La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri, nel suo narrare la deriva esistenziale del protagonista tra cottimo, alienazione e bisogno di solidarietà e Norma Rae (1979) di Martin Ritt, incentrato sulle lotte operaie nel profondo Sud degli Stati Uniti. Le trasformazioni tatcheriane sono invece individuate in opere come Grazie, signora Thatcher (Brassed Off, 1996) di Mark Herman e Paul, Mick e gli altri (The Navigators, 2001) di Ken Loach, mentre alcuni film esaminati risultano incentrati sull’improvvisa perdita del lavoro con le annesse ricadute sociali ed esistenziali, come nei casi di A tempo pieno (L’Emploi du temps, 2001) di Laurent Cantet, in cui chi ha perso il lavoro non riesce nemmeno a confessarlo alla famiglia, La bella vita (1994) di Paolo Virzì, che mette in scena la lacerazione di una coppia tra depressione per la perdita del lavoro alle acciaierie di Piombino e le lusinghe patinate della tv.
La lotta operaia per il mantenimento del posto di lavoro è invece al centro del film In guerra (En guerre, 2018) di Stéphane Brizé, mentre Mi piace lavorare – Mobbing (2004) di Francesca Comencini racconta del ricorso a pratiche persecutorie da parte dell’azienda per far rassegnare le dimissioni a una dipendente.
Ad essere preso in esame è anche il film-documento La fabbrica dei tedeschi (2008) di Mimmo Calopresti, che racconta empaticamente la recente strage operaia dell’acciaieria torinese ThyssenKrupp.
Tra i tanti spunti offerti dal libro, vale la pena soffermarsi sul confronto proposto dallo studioso tra La classe operaia va in paradiso di Petri ed A tempo pieno di Cantet, film che, a distanza di tempo, raccontano il disagio psichico dell’individuo maturato nel suo confrontarsi con il lavoro; risulta possibile cogliere la portata dei cambiamenti intercorsi tra le due epoche. Dall’analisi dei due film si evince come nel giro di qualche decennio si sia passati dalla denuncia delle drammatiche condizioni lavorative, con i relativi riverberi al di fuori della fabbrica, alla messa in scena del disagio psichico a cui è sottoposto l’individuo, in totale solitudine, a quell’incertezza esistenziale propria di un’epoca caratterizzata dalla precarietà dei rapporti lavorativi.
Nel film di Petri la fabbrica viene mostrata come il luogo egemone dell’esistenza di Lulù Massa, interpretato da un magistrale Gian Maria Volonté, luogo capace di trasformare la percezione della realtà del protagonista che finisce col percepire l’intera sua esistenza, ben oltre i cancelli del luogo di lavoro, sottoposta al controllo. E se il montaggio e i movimenti della macchina da presa di Petri si mostrano in grado di restituire l’alienata percezione della realtà del protagonista, derivata dalla ripetitività lavorativa, al tempo stesso, nota Lasagna, testimoniano come lo stesso cinema, figlio della medesima civiltà industriale, ne resti imprigionato. A ciò, ricorda Lasagna, tenterà di ovviare, negli stessi anni, il cinema anticonvenzionale di Jean-Luc Godard.
Petri, sostiene lo studioso, mette in scena la condizione in cui, di fronte al pericolo, l’individuo si trova a dover decidere se accettarlo, combatterlo o tentare di fuggire. In Lulù il pericolo non è avvertito come tale; tanto che accelera il suo ritmo di lavoro accettando il cottimo nella prospettiva di incrementare i guadagni. Se, al fine della sopravvivenza, l’individuo sotto stress tenta di ripristinare quell’equilibrio esistenziale fortemente compromesso, il film di Petri suggerisce come tale processo di sopravvivenza derivi dall’interazione tra l’ambiente esterno e i meccanismi biologici dell’organismo.
Lasagna sottolinea come La classe operaia va in paradiso sembri del tutto in linea con quella “prospettiva transazionale” tra individuo e ambiente che si sviluppa nel corso degli anni Settanta insistendo sugli aspetti cognitivi ed emotivi dello stress, ove il disagio viene colto nella “rappresentazione interiore di transazioni particolari e problematiche tra la persona e l’ambiente in cui è chiamata ad operare”.
A tempo pieno, analogamente a quanto avviene in diverse opere di Ken Loach, anziché denunciare le drammatiche condizioni lavorative si propone invece di denunciare il disagio psichico profondo a cui è sottoposto l’individuo quando si trova solo e impreparato di fronte alle trasformazioni del lavoro, o alla sua perdita.
Il protagonista, interpretato da Aurélien Recoing, incapace di confessare ai famigliari ed agli amici la perdita del suo lavoro di consulente, si trova costretto a mentire agli altri, inventando impegni e viaggi di lavoro, e a se stesso, immaginando di poter trovare un posto di lavoro con comportamenti di illusorio autoinganno. Pur di mantenere inalterato il tenore di vita, Vincent coinvolge gli amici in investenti economici rischiosi che non fanno che aumentare il suo stato d’angoscia e tutto ciò finisce con l’allontanare il protagonista dagli affetti famigliari e amicali mettendolo di fronte a una realtà percepita come del tutto estranea a se stesso.
Se il film di Petri mostra l’assoggettamento dell’esistenza quotidiana del lavoratore, compresa la sua sfera erotica, alla ripetitività del lavoro in fabbrica, quello di Cantet sottolinea come i disagi si siano ulteriormente allargati in un’epoca votata alla flessibilità e alla globalizzazione. 
La flessibilizzazione del mercato del lavoro, con annessa molteplicità di forme contrattuali, ha comportato una frammentazione dei percorsi professionali che ha finito col generare sempre più instabilità e insicurezza. La riconfigurazione dei modelli di produzione ha spostato il rischio del lavoro sulle spalle del lavoratore sottoponendolo ad un carico schiacciante di responsabilità a cui deve far fronte in totale solitudine con le inevitabili gravi conseguenze sociali e psicologiche.
Al cinema, alla categoria dell’alienazione, utilizzata per analizzare la condizione del lavoratore sottoposto a una routine portatrice di disadattamento, insoddisfazione e demotivazione, sembrano sostituirsi gli effetti della precarizzazione lavorativa che si traducono in una quotidianità fatta di incertezza, stress, ansia e, soprattutto, solitudine.





Roberto Lasagna
Da Chaplin a Loach. Scenari e prospettive della psicologia del lavoro attraverso il cinema

Mimesis, Milano-Udine, 2019
pp. 116

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