“Scrivi scrivi / se soffri adopera il tuo dolore: / prendilo in mano, toccalo, / maneggialo come un mattone, / un martello, un chiodo, / una corda, una lama; / un utensile insomma. / Se sei pazzo, come certamente sei, / usa la tua pazzia: i fantasmi che affollano la tua strada / usali come piume per farne materassi; / o come lenzuoli pregiati / per notti d'amore; / o come bandiere di sterminati /reggimenti di bersaglieri”.

Giorgio Manganelli

Mercoledì, 10 Gennaio 2018 00:00

Sguardi postcoloniali sul cinema africano e italiano

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A riprova di come gli studi filmici e visuali inizino a prendere in considerazione le produzioni africane e afrodiasporiche e, soprattutto, di come sia possibile farlo mettendo in discussione la tradizionale prospettiva occidentale, occorre segnalare il saggio Lo schermo e lo spettro. Sguardi postcoloniali su Africa e afrodiscendenti (Mimesis, 2017) di Leonardo De Franceschi, docente di Teorie e pratiche postcoloniali del cinema e dei media all’Università Roma Tre.

Nel volume lo studioso raccoglie una serie di scritti in cui, oltre a delineare alcuni percorsi d’autore e d’attore, approfondisce una riflessione teorico-critica valorizzante lo sguardo altrui rivolto al continente africano e agli afrodiscendenti, proponendo possibili contro-narrazioni al presente o contro-storie del cinema, con un’attenzione particolare all’Italia.
De Franceschi raccoglie in questo libro una serie di suoi saggi, stesi tra il 2006 e il 2017, in parte già apparsi in altre pubblicazioni, con l'intento di ricostruire le tappe principali della sua riflessione teorico-critica che, a partire dall'analisi di autori e tendenze delle cinematografie africane e diasporiche, giunge poi a focalizzarsi sulla produzione cinematografica italiana affrontata da una “prospettiva postcoloniale, intersezionale e orientata alle questioni della razza”. Gli scritti proposti risultano accomunati “da un lavorio critico e teorico che insiste intorno a due luoghi. Lo schermo cinematografico vi appare declinato non come finestra sul reale ma come specchio di incrostazioni, pregiudizi, fantasmi riconducibili alla cornice storica del colonialismo al cui interno il cinema è nato, in quanto pratica espressiva e industriale”. Secondo De Franceschi in molte narrazioni audiovisuali è rintracciabile lo spettro del colonialismo “come esperienza di rinegoziazione di rapporti di forze profondamente asimmetrici e iscritti in un archivio culturale millenario, nel quale la razza, la classe e il genere si intersecano secondo configurazioni storico-contestuali di volta in volta diverse”.
Lo spettro a cui si riferisce il titolo è tanto il fantasma del colonialismo che investe i rapporti di dominio fra l’Occidente e il resto del mondo, che lo spettro della pluralità di identità narranti soffocato da una narrazione egemonica escludente soggetti e gruppi subalterni. Anche se nel contesto anglofono la rilevanza della questione postcoloniale sembra aver ceduto spazio da qualche tempo a categorie come la globalizzazione e il transnazionalismo, ritenute maggiormente caratterizzanti l'era neoliberale, De Franceschi rivendica l'attualità, la validità e la necessità dell’approccio postcoloniale nel contesto italiano contemporaneo. Scrive, a tal proposito, Áine O'Healy nella Prefazione al volume: “Pienamente integrata nel regime neoliberale/neocoloniale del capitalismo globale, come molte altre nazioni, l’Italia oggi si presenta come uno spazio i cui confini appaiono più elusivi delle dicotomie imposte dal colonialismo storico ma nel quale le modalità di esclusione si manifestano non meno insidiose [...]. Davanti all’indifferenza generalizzata o alla negazione dei perduranti effetti del passato coloniale dell’Italia, De Franceschi evidenzia come le manifestazioni di violenza materiale e simbolica che hanno accompagnato questo progetto imperiale non siano venute meno. Identifica quindi le forme che l’egemonia neoimperiale ha assunto nell’espressione culturale italiana di oggi, sottolineando le continuità con gli apparati del dominio coloniale, in particolare per quanto attiene alle costruzioni della razza nella cultura audiovisuale”.
In un mondo in cui le immagini e le parole non conoscono confini, i media audiovisuali, oltre a plasmare le identità degli individui, influenzano profondamente le nozioni di appartenenza nazionale e le politiche di genere e razza contribuendo a dar luogo a gerarchizzazioni. Pertanto, sostiene Áine O'Healy, l’alfabetizzazione e la critica audiovisuale proposte da De Franceschi “sono diventate una necessità urgente nel mondo dominato dai media di oggi. Un’alfabetizzazione di questo tipo è tanto più cruciale alla luce dei rapidi cambiamenti demografici che nel vecchio continente hanno avuto luogo negli ultimi vent’anni, in cui le migrazioni dal sud globale hanno raggiunto livelli senza precedenti e rigurgiti di xenofobia e di razzismo alimentano un clima di paura e ostilità nei confronti dei nuovi migranti dell’Europa, sia regolari che irregolari. La capacità particolare delle narrazioni audiovisuali di innescare meccanismi di identificazione, disidentificazione e sutura aiuta il pubblico a dimenticare che si tratta di costruzioni mediate piuttosto che di riflessi delle condizioni reali di vita. Le narrazioni cinematografiche possono quindi riprodurre senza scarti assunzioni egemoniche sulle gerarchie sociali, sulla razza e sul genere producendo ricadute potenzialmente profonde. È precisamente lo status familiare e dato per pacifico delle immagini razzializzate che hanno infestato il panorama audiovisuale dell’Italia fin dall’epoca coloniale – e continuano a riapparire in nuove modalità nel cinema e nella televisione contemporanee – a renderle innocue alla maggior parte degli osservatori”. A tutto ciò il saggio di De Franceschi risponde denunciando e criticando il razzismo implicito presente in molte rappresentazioni apparentemente neutre e inoffensive presenti nella cultura italiana del passato e del presente.
Lo schermo cinematografico sembra capace di piegare lo sguardo a “stereotipi e schemi difficili anche solo da censire e denaturalizzare”. Se invece lo spettro viene interpretato come ciò che “è percepibile dall’occhio umano, ecco che i giochi dell’esperienza cinematografica si riaprono completamente. I fantasmi del colonialismo, una volta individuati e disinnescati da un esercizio interpretativo oppositivo e liberatorio, diventano maschere opache, utensili (in)offensivi di un passato di violenza, epistemica e materiale. Il cinema, o se volete il post-cinema, ridiventa prisma attraverso cui guardare il mondo, luogo di rifrazione dell’orizzonte sconfinato dei possibili, sul piano della pluralità culturale e delle diversità”.

La prima parte del volume prende il via con un'analisi della produzione del tunisino Nouri Bouzid, autore di opere che lavorano “nella testa dello spettatore, arabo e occidentale, per restituirgli la forza di capire quello che è diventato come individuo, mettendo in causa il sistema di valori – o disvalori – in cui si dibatte”. Ad essere indagato è anche il cinema di Youssef Chahine, egiziano, e quello di Abderrahmane Sissako, nato in Mauritania ma cresciuto in Mali, autori che, attraverso poetiche estremamente libere, “realizzano entrambi una personale autopsia di se stessi e del proprio mondo, appoggiandosi a un’idea di cinema che, per il primo, abbraccia e dissacra in una mimicry acida Hollywood classica, Hollywood sul Nilo e cinema d’autore europeo e nel secondo [...] compone un mix postmoderno di locale e globale, straniamento brechtiano, apertura alle voci subalterne e omaggio stravagante allo spaghetti western”.
Un saggio del volume è dedicato al cinema italiano dell’immigrazione ove compare almeno un attore o un ruolo di africano o afrodiscendente a partire dal 1989, anno chiave caratterizzato dall’omicidio di Jerry Masslo e dall’approvazione del primo decreto legge in materia d’immigrazione, che segna “il passaggio dell’Italia da terra di (non troppo lontana) emigrazione a meta e crocevia di traiettorie migratorie che partono dal sud del Mediterraneo e dall’est Europa, e quindi la rimessa in circolo e la riconfigurazione di vecchi fantasmi e luoghi dell’immaginario coloniale sull’Africa”.
Ad essere indagati sono anche lo sguardo sull'Africa di chi vi fa ritorno e la produzione cinematografica afrodiasporica, mentre a conclusione della prima sezione del volume, De Franceschi si sofferma sul caso di Omar Sy, “il primo attore afrodiscendente ad aver vinto il Premio per il miglior attore ai Césars (ovvero gli Oscar francesi), grazie al suo ruolo nel film Quasi amici (Intouchables), diretto da Eric Toledano e Olivier Nakache”. Il caso di Omar Sy permette allo studioso di ragionare circa la possibilità di un divismo nero.

La seconda parte del volume inizia con una riflessione dello studioso su alcuni film e documentari che investono il passato coloniale italiano. Ad essere analizzate sono pellicole come Lion of the Desert (1981) di Mustapha Akkad, film soggetto ad un pesante ostracismo, tanto da non essere a lungo proiettato in Italia in quanto considerato lesivo dell'onore delle forze armate, ma che visionato oggi, sostiene De Francheschi, “presenta tutti i limiti di un’operazione che già al suo apparire non poteva che risultare anacronistica”. Analoga censura ha toccato anche il documentario inglese della BBC Fascist Legacy (1989) di Jack Kirby, opera mai trasmessa dalla Rai nonostante l'emittente di stato avesse rilevato i diritti di antenna (l'opera verrà poi trasmessa nel 2003 da La7). La tesi del documentarista, suffragata da riscontri oggettivi, sostiene che “diversamente da quanto accadde per i tedeschi e i giapponesi, le autorità inglesi e americane operarono perché i numerosi criminali di guerra schedati dalla Commissione costituita dall’ONU nel 1948 non venissero processati né condannati. Questo perché uno dei maggiori accusati, Pietro Badoglio, era stato il primo garante della transizione dal fascismo alla democrazia, e anche altri gerarchi avevano mantenuto incarichi di prestigio col nuovo governo: autorizzarne l’estradizione e farne celebrare il processo nei paesi in cui venivano accusati avrebbe comportato un indebolimento della nuova Italia, inaccettabile in tempi di guerra fredda”. Il limite dell'opera di Kirby, sostiene De Franceschi, è che mentre per i crimini in Dalmazia e Montenegro il documentarista ricorre a  numerose interviste a sopravvissuti e storici locali, per l’Africa non riporta testimonianze dirette. Sempre a proposito di opere documentarie riguardanti il colonialismo italiano, spazio viene dedicato anche all'opera Adwa (1999) di Haile Gerima, etiope naturalizzato americano, lavoro che ricostruisce invece la storia della battaglia tra  italiani ed etiopi nel 1896, “sulla base anzitutto del mythos, dei racconti che la tradizione orale ha tramandato per decenni, colti dalla viva voce degli anziani della regione”.
Un saggio di De Franceschi indaga le ragioni dello scarso interesse africano per l’Italia e il suo cinema, mentre un altro scritto ripropone l'intervento dello studioso tenuto nell'ambito del “Convegno Internazionale di Studi Cinematografici: Cinema & Diversità Culturale”, svoltosi a Roma nel 2011. Qui De Franceschi, dopo una corposa riflessone di ordine metodologico, si sofferma in particolare sui lavori del maliano Souleymane Cissé, del senegalese Djibril Diop Mambety e del mauritano/maliano Abderrahmane Sissako, oltre che su alcune opere italiane presentate alla Mostra di Venezia: Io sono Li (2011) di Andrea Segre e Là-bas. Educazione criminale (2011) di Guido Lombardi.
Nel capitolo intitolato emblematicamente Welcome to Shengenland, De Franceschi esamina alcuni film relativi alle problematiche delle migrazioni soffermandosi in particolare su Welcome (2009) del francese Philippe Lioret, Le Havre (Miracolo a Le Havre, 2011) del finlandese Aki Kaurismäki e Terraferma (2011) dell'italiano Emanuele Crialese.
Un saggio è dedicato alle modalità con cui i media audiovisivi italiani presentano il blackface. “Ricondurre la genealogia del blackface all’imperialismo europeo, mettendolo in relazione non solo con la tratta atlantica ma anche con la storia dell’immagine dei neri nella cultura occidentale, ritengo sia un’operazione strategica da un punto di vista storiografico per almeno tre motivi: (a) il primo è che ci sollecita ad affrontare fin da subito la complessità dei nessi transculturali e transnazionali che sono alla base del blackface, impostando in modo comparativo e multiprospettico la narrazione dei suoi sviluppi successivi, entro e oltre il recinto delle arti performative; (b) il secondo è che consente di cogliere il ruolo giocato dall’Italia preunitaria in questo processo di fondazione e ridefinizione attraversato dal blackface in Europa; (c) il terzo è che ci aiuta a ricostruire la più complessa genealogia dell’immaginario occidentale sui neri, consentendoci di allargare la prospettiva storica degli studi postcoloniali fino a farla coincidere con il complessivo orizzonte delle relazioni fra culture e potenze a nord e a sud del Mediterraneo”. Lo studioso presenta, inoltre, alcune importanti riflessioni sui significati di questo ritorno nell’Italia contemporanea, luogo-crocevia dell'afflusso di migranti in fuga dall'Africa e dal Medio Oriente.
In Quando il cinema italiano butta in commedia il senso comune razzista De Franceschi si sofferma in particolare sui film La più bella scuola del mondo (2014) di Luca Miniero e Il povero, il ricco e il maggiordomo (2014) di Aldo, Giovanni e Giacomo, Morgan Bertacca. Infine, nell'ultimo saggio, Per un’iconologia del tabù del “viceversa” nella cartellonistica cinematografica italiana, lo studioso si sofferma sull’immaginario visuale della cartellonistica cinematografica al fine di verificare “le dinamiche di continuità che caratterizzano l’identità razziale degli italiani negoziata dalla produzione culturale di massa, oltre lo spartiacque della liberazione del 1945 e persino dopo la stagione delle lotte per i diritti civili negli Stati Uniti” declinando tale analisi “in una prospettiva transculturale, mettendo in evidenza che tipo di traduzione visuale, nella cartellonistica italiana, poterono avere alcuni film hollywoodiani contenenti storie d’amore in bianca e nero, per così dire, e caratterizzati da un’ottica politica maggiormente inclusiva rispetto al passato”.

 

 

 




Leonardo De Franceschi
Lo schermo e lo spettro. Sguardi postcoloniali su Africa e afrodiscendenti

Mimesis, Milano-Udine, 2017
pp. 328

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