“Sin da ragazzo gli piaceva disegnare navi, vascelli alberati, brigantini, e più c'erano alberi e vele e sartie più godeva, specie a tratteggiare battaglie navali, le nuvolette che fanno i cannoni quando sparano. − Mi piaceva disegnare il vento, − ha detto quasi commosso, come scoprisse qualcosa di sé che prima non sapeva. − Era un po' come disegnare la libertà, la forza. La vita”.

Emilio Salgari / Ernesto Ferrero

Mercoledì, 17 Gennaio 2018 00:00

Vasame, pe' chesta vota vasame

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La tromba delle scale ellittiche di Palazzo Mannajuolo, i gradini e i passamano barocchi, il frastuono silente e i colpi di pistola a sigillo di un amore morboso: la scena iniziale di Napoli velata, sapientemente ripresa da Ferzan Özpetek, è un vortice turbinoso che stordisce lo spettatore e lo introduce sotto il velo di Eros e Thanatos che da secoli attanaglia Partenope.
Vivere a Napoli, parlare di Napoli, sapere che Napoli è la cosa più vicina alla morte e alla vita nello stesso tempo; c’era davvero bisogno di un film così per ricordarci della bellezza sacra e profana di questa città?
Forse sì, forse no. Dipende da quanto si ami Napoli, e da quanto la si odi.

Dipende da quanto Gomorra si sia impossessato della nostra visione della città, da quanto si sia dimenticato che sotto il velo c’è un Cristo, che sebbene sia morto, rimane pur sempre tale, il migliore tra gli uomini, almeno stando ai racconti del Vangelo.
Piaccia o non piaccia, quindi, Napoli velata è nelle sale cinematografiche dal 28 dicembre 2017 e promette di rimanerci ancora per un po’ pur di garantire a tutto il popolo napoletano la risposta a quella che pare essere una vera e propria chiamata alle armi. Già, perché sembra quasi di sentire un obbligo morale nei confronti di questa pellicola, come un atto di riverenza e devozione alle reliquie di San Gennaro, ci si impone di andare in sala prima che la proiezione vada fuori programmazione.
Avvertenze per la visione: chi si approccia al film cercando di ricostruire i fili della trama, di seguire le molliche di pane lasciate da Pollicino alla ricerca della verità ultima ovvero lo scioglimento del giallo, la risoluzione del delitto, sbaglierà sicuramente la chiave di lettura e perderà di vista il quadro generale e fondante del tutto.
Non siamo davanti alla storia di Adriana e del suo amore spudorato ed inspiegabile per un uomo che ha visto soltanto una sola volta nella vita prima che questi venisse ucciso; siamo davanti ad una donna dal duplice ruolo. Da una parte la donna/persona che subisce i drammi di una vita intera, che soffre dei dolori dell’infanzia e delle mancanze dell’età adulta, dall’altra la donna/città vittima e carnefice di se stessa, bella e maledetta, misteriosa e superba.
Tocca affrontare una faccia alla volta del nostro personaggio, ma prima di tutto è necessario precisare che tale ruolo viene magistralmente interpretato da Giovanna Mezzogiorno che fa mostra di una grande prova d’attrice, impeccabile nella sua parlata a cadenza dialettale-napoletana (che rimanda alle sue origini campane), massimamente convincente nei panni di una donna che riscopre il suo istinto di vita e di morte.
C’è da menzionare a tal proposito una scena inziale di sesso molto intensa, probabilmente la più forte che la cinematografia italiana abbia mai partorito, scena nella quale l’attrice romana si mostra in tutta la sua potenza fisica ed espressiva.
Ma torniamo al ruolo, alla donna/persona che trema e si innamora manco avesse quindici anni. L’attaccamento inspiegabile di Adriana ad Andrea (Alessandro Borghi) è in realtà sintomo di un riscoperto attaccamento alla vita, per una donna tutta d’un pezzo che è abituata ad avere a che fare con cadaveri nel reparto medico in cui lavora. Un legame ad Andrea che le provocherà visioni e suggestioni che ben si inseriscono all’interno della trama di mistero, leggende, riti e racconti incantati che costituiscono l’essenza più vera della città di Napoli. Senza dilungarci troppo sulla trama – evidentemente non necessaria ai fini della comprensione del senso ultimo del film − occorre notare come il dramma e il dolore della protagonista trovino spazio nel buco nero della sua memoria infantile.
È la piccola Adriana che non lascia dormire l’Adriana adulta, che crea scompensi al suo equilibrio psichico, che ci ricorda che ogni dolore è pur sempre il dolore primitivo del figlio dinanzi alla perdita figurativa o reale delle figure genitoriali, insomma la sindrome dei familiari. A scalpitare è in sostanza il fanciullino di pascoliana memoria che, restato sveglio dentro di noi, ogni giorno si cruccia per le parole e i gesti di cui è stato testimone nel vano tentativo di dimenticare, nell’assodata consapevolezza di non poterci riuscire. Ed è qui che si innesca il processo di rimozione, quello attraverso il quale ogni essere umano nella difficoltà di accettare e perdonare i torti dell’infanzia preferisce stendere un velo, non pietoso, ma di pietà. Il problema del velo, però, è che a volte basta una folata di vento per alzarlo, mentre uno pensava di averlo fissato per bene ai bordi.
Di veli ne è piena la pellicola, così come di occhi che guardano, occhi spalancati o chiusi, occhi imprigionati nelle palpebre o occhi portati via, asportati brutalmente come quelli del cadavere di Andrea. Come a dire che è meglio non vedere, meglio girarsi dall’altra parte, meglio non esserci, meglio non pensarci mai più.
E poi c’è la donna/città, Napoli, maestosa e barocca, che si mantiene in piedi su una bugia, ovvero sul tentativo impossibile di un amore senza pretese e senza rancori. Può mai l’amore rinunciare all’odio? Si potrà mai pensare alla bellezza di Napoli dimenticando la sua crudeltà? Napoli, una donna bella, che però fa soffrire. Una donna forte, che però è a tratti stronza, a momenti puttana. Napoli che cammina sul tacco 5, perché non ha bisogno del 13.
A proposito di numeri: quattro sono quelli che compaiono nel film e che rimandando alla smorfia napoletana, ricollegano il passato infantile di Adriana alle vicende dell’età adulta.
42, 'o ccafè.
Il caffè, bevanda calda prediletta dal popolo napoletano, nonché occasione di incontro, insomma una buona scusa per dire ad un amico che gli vuoi bene, direbbe Luciano De Crescenzo.
18, 'o sanghe.
Il sangue, presumibilmente quello di San Gennaro attorno al cui miracolo dello scioglimento si muove il destino e l’umore di Partenope.
75, Pullecenella.
Pulcinella, la maschera napoletana per eccellenza, che – ironia della sorte − lascia scoperti gli occhi; forse mentendo, è l’unica che dice la verità.
10, 'e fasule.
I fagioli. La presenza di questo numero desta curiosità; si potrebbe pensare, per forma, che riprenda l’idea di una maternità, da qui il ritorno della simbologia della madre, e quindi dell’infanzia.
Nota finale va sicuramente al regista, il cui uso della macchina da presa è magistrale e tecnicamente di grande potenza; a tratti le riprese sono espressamente emotive, non hanno bisogno del supporto della parola o dell’azione, come mostra la già citata scena inziale delle scale e come conferma la scena finale che getta l’ultimo velo sulla città, il velo che tutto copre e che forse è meglio non sollevare.
Troppo brutto o troppo bello ciò che il velo nasconde? Meglio vedere o non vedere, strapparsi gli occhi dalla faccia o lasciarli lì dove sono alla scoperta del mondo?
La protagonista entra nella Cappella Sansevero, ovvero nel regno del tutto velato per eccellenza. Qui giace il Cristo morto a cui lo scultore Giuseppe Sanmartino aggiunse un velo che lungi dal nascondere, mise in evidenza, accentuò, rivelò, non lasciò spazio all’immaginazione.
Subito dopo Adriana esce dalla Cappella e si incammina verso un vicoletto qualsiasi della città.
La camera è fissa a riprendere la donna di spalle che avanza e gira a destra.
Continua il rumore dei passi, tacco 5.
La camera si proietta in avanti, poi compie una rotazione di novanta gradi volta a riprendere il vicoletto intrapreso dalla donna.
Ma la donna non c’è più, né più nulla sapremo di lei, di dove sia finita, per quale nuova svolta abbia optato. Resta solo il rumore dei suoi passi e il rimbombo della marmitta di un motorino che si perde in lontananza.
Si conclude così, da un momento all’altro un film che ha riempito gli occhi di barocco, la mente di grovigli, le orecchie di buona musica.
Come non citare la colonna sonora Vasame, cantata delicatamente e in punta di piedi da Arisa.
Cala l’ultimo velo.
All’osservatore attento e coscienzioso non resta altro che ringraziare Özpetek per un grande omaggio, oltre che un grande spot ad una città più abituata alle offese che ai complimenti: un po’ per colpa, un po’ per condanna.
Napoli è ‘na carta sporca, ma qualcuno se ne importa.
Grazie Özpetek.




 

Napoli velata
regia Ferzan Özpetek
soggetto, sceneggiatura Gianni Romoli, Valia Santella, Ferzan Özpetek
con Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Borghi, Anna Bonaiuto, Peppe Barra, Luisa Ranieri, Maria Pia Calzone, Lina Sastri, Isabella Ferrari
fotografia Gian Filippo Corticelli
musiche Pasquale Catalano
montaggio Leonardo Alberto Moschetta
produzione Warner Bros. Entertainment Italia, R&C Produzioni, Faros Film
distribuzione Warner Bros. Entertainment Italia
paese Italia
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2017
durata 113 min.

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