“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Martedì, 26 Gennaio 2016 00:00

"Assolo" o le confessioni d'una cinquantenne frustrata

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Una donna di cinquant’anni single, con due matrimoni falliti alle spalle, due figli che le assomigliano poco e il bisogno di avere un uomo accanto per sentirsi realizzata. L’aria fritta sarebbe più gradevole e originale. Ma l’Italia sembra apprezzare e premiare, con la critica tutta a favore, la seconda opera di Laura Morante come regista (l’esordio nel 2012 con Ciliegine). Il film è Assolo, da poco uscito nelle sale cinematografiche. Un merito la pellicola ce l’ha – a Cesare quel che è di Cesare – ed è quello di mostrare l’attrice grossetana in panni diversi da quelli della nevrotica urlatrice a cui ci ha abituato con la sua abbondante (ahimè) filmografia. Questa volta, invece, la Morante offre il ritratto di una donna insicura e piena di tic che, a volte, arriva fin quasi a balbettare. E, a onor del vero, è brava.

Flavia ha cinquant’anni (peccato che l’attrice ne abbia sessanta, e si vedono tutti), è stata sposata due volte con uomini del tutto inadatti a lei (Francesco Pannofino e Gigio Alberti) da cui ha avuto due figli ormai grandi, che conducono la propria vita e che non riescono ad instaurare un dialogo aperto e sincero con la madre, anche se dai pochi momenti di condivisione si intuisce l’affetto filiale e la preoccupazione per una donna che sembra allo sbando. Ai due matrimoni segue una relazione con un uomo sposato che la lascia quando lei pretende qualcosa di più. Lavora in un albergo dove, quando la direzione deciderà di rinnovare il personale a partire dalle divise con gonne striminzite, lei sarà relegata in un ufficio dove non correrà il rischio di avere contatti con il pubblico.
È una donna fragile, poco fiduciosa nelle sue capacità, un po’ all’antica al punto che non ha mai praticato l’autoerotismo e si affida ad un manuale per la sua prima volta, e che non riesce a tagliare i ponti con il suo passato. Rimane amica dei due ex mariti e delle loro nuove mogli che considera migliori di lei.
Flavia, come nelle migliori storie di crisi d’identità, affida le sue debolezze ad una psicologa veramente poco credibile a cui nessuno confiderebbe neppure un pettegolezzo. Un personaggio sopra le righe, degno dell’incubo perfetto.
Non ha un uomo, ma è circondata dall’affetto delle sue amiche: una coetanea nevrotica separata dal marito, magistralmente interpretata da Angela Finocchiaro, le mogli dei suoi ex, la sua estetista, e la fidanzata “di borgata” del figlio. Frequenta un locale dove si balla il tango e quasi sempre resta seduta ad aspettare che qualcuno la inviti. L’unica cosa che sembra regalarle momenti di autentica felicità è la compagnia della cagnetta dei suoi vicini di casa, una giovane coppia che le affida il quadrupede quando loro sono fuori. E così Flavia sembra trovare momenti di leggerezza nella sua nuova attività di dog sitter.
Per fortuna, a salvare il film dai luoghi comuni c’è l’orrido Marco Giallini che interpreta il ruolo di un suo collega. Un uomo sgradevole che vuole rimorchiarla con tecniche di seduzione alquanto discutibili e che al ristorante, alla fine della cena, le dice “Famo alla romana?” (ovvero: dividiamo il conto in parti uguali). Un essere privo di grazia che per adularla le dice “Tu alla fine non sei da buttare via”.
La pellicola va avanti così, tra situazioni imbarazzanti, momenti di malinconia e tentativi di riscatto. Emblematica l’immagine della Morante seduta nella sala da ballo con una rosa rossa in mano mentre una voce dice ai pochi tangueri presenti che le donne con il fiore non hanno ancora ballato e che quindi “per favore” devono essere invitate. Intanto in pista ci sono solo giovani formose e scollacciate.
E piano piano si rotola verso il baratro, alternando scene di realtà vissuta a immagini oniriche che rappresentano le paure e le frustrazioni della protagonista.
La coppia di vicini di casa dà via la cagnetta, Flavia tenta l’esame per prendere la patente, che in cinquant’anni non ha mai avuto, e lo fallisce. Disperata, tenta il tutto per tutto e si concede al “mostro” Giallini. Esperienza non edificante dal momento che in uno degli ultimi primi piani dell’attrice, il regista ci regala l’immagine di una donna ormai finita, che ha perso tutto, anche la sua dignità dopo essersi concessa a un uomo che disprezza.
Ma niente paura. C’è il lieto fine. “Una volta toccato il fondo si può solo cominciare la risalita”, non è così che si dice?
E infatti Flavia ce la fa! Prende la patente, supera le sue insicurezze, ritrova il cane e, chissà, incontrerà anche un uomo?
Un’ora e mezzo di film per spiegare, a chi non l’avesse capito, che solo se si riesce a farcela con le proprie forze, se ci si vuole bene e si crede in se stessi, diventando bravi a bastarsi senza sentirsi soli – perché la solitudine non è uno stato ma una percezione – allora anche gli altri ci vorranno bene, ci stimeranno e cercheranno la nostra compagnia. E, se la lezione non fosse sufficiente, c’è anche il tema del tempo che passa, della paura di non aver realizzato abbastanza, e della consapevolezza che la morte è sempre più vicina. Grazie, il cinema italiano aveva proprio bisogno di un’illuminazione come questa.

 

 

 

 

Assolo
regia
Laura Morante
sceneggiatura
Laura Morante, Daniele Costantini
con Laura Morante, Francesco Pannofino, Gigio Alberti, Emanuela Grimalda, Carolina Crescentini, Giovanni Anzaldo, Eugenia Costantini, Piera Degli Esposti, Antonello Fassari, Angela Finocchiaro, Donatella Finocchiaro, Edoardo Pesce, Marco Giallini, Lambert Wilson, Filippo Tirabassi
musiche Nicola Piovani
produzione CinemaUndici, Ela Film
distribuzione Warner Bros.
paese Italia, Francia
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2016
durata 97 min.

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