“La vita costringe l’uomo a molte azioni spontanee”

Stanisław Jerzy Lec

Domenica, 03 Marzo 2013 22:00

Trieste

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Cara Trieste, che non t’ho veduta mai e che, pure, m’appartieni come un lembo immaginario, luogo e non-luogo che si abita col pensiero, fidandosi della mancanza come fosse una carezza. Cara Trieste, che non t’ho parlato mai mentre tu mi parlavi facendo parlare i tuoi scrittori, ieri io t’ho veduta come t’ha veduta Elisabetta Sgarbi.

Ieri t’ho veduta, Trieste mia, t’ho veduta e t’ho ammirata: le spalle di roccia bianca, con gli spigoli brillanti e levigati, che rimandano al cielo ciò che il cielo manda in terra; t’ho veduta la chioma florida di fronde, d’un verde chiaro e intenso, così intenso nel contrasto col nero dello sfondo; Trieste mia t’ho veduta nei lineamenti curvi dei mattonati, ora in ombra e ora chiari, che distendendosi ti danno forma e t’ho veduta, Trieste mia, con gli occhi fiammeggianti che versano lacrime di cera come fossero candele, candele rotonde e brulicanti che fanno luce alla memoria (ebraica, cristiana ed ortodossa). T’ho veduta, Trieste mia, e t’ho ammirata nella veste larga, larga quanto è largo il mare che, diffondendosi di pieghe, tocca ciò che vive intorno: un vecchio faro, banchine grigie, una strada di asfalto, sabbia e di lampioni.
Trieste mia, che non t’ho veduta mai e che, pure, m’appartieni perché m’appartengono i libri di Magris e di Pahor, di Slataper e di Mattioni, di Svevo e di Stuparich, di Renzo Rosso e di Pressburger, di Tomizza e di Vegliani, di Saba e di Voghera, ieri mi hai parlato in italiano ed in ebraico, in sloveno e in chissà che lingua; ieri mi hai parlato col volto giovane di due fanciulle, col volto anziano di un religioso, col volto saggio di un poeta, col volto fragile di un immigrato; mi hai parlato, Trieste mia, per sussurrarmi che tu sei la Trieste che io conosco o che credo di conoscere ma che ora sei diversa, (anche) diversa e differente, e che i tuoi segni del passato sì persistono ma tra gli altri segni, aggiuntisi come s’aggiungono le rughe, come s’aggiungono i brevi lineamenti che calcano le dita, le braccia, il collo di chi vive e continua a vivere, all’aria aperta, al vento e al sole.
Trieste mia, che non t’ho veduta mai e che, pure, m’appartieni perché t’ho sentita detta e ridetta, raccontata e di nuovo raccontata tra benedizioni letterarie ed imprecazioni della storia, Trieste mia ti scrivo questa lettera rivolgendomi direttamente a te perché è te che io ho veduto in quest’ora di buon cinema che m’è parso letteratura espressa per immagini. Trieste mia, t’ho veduta seguendo i passi di una giovane di nome Vila che mi guidava per i sentieri, per le vie, per le salite fatte in un attimo; t’ho veduta quando serbi una pietra su di una lapide, quando fai scorrere un ruscello, quando piangi e pare pioggia; t’ho veduta, Trieste mia, quando ti ricordi delle anime che hai sacrificato alla vergogna del fascismo e quando ti sei ripresa dallo stordimento, soffrendone senza dire una parola. T’ho veduta, Trieste mia, quando t’annebbi e diventi ostile, quando risplendi e ti fai bella, quando consenti di visitarti e quando ti chiudi ed alzi un muro. T’ho veduta, Trieste mia, con gli occhi miei ma, gli occhi miei, t’hanno veduto con gli occhi di Elisabetta Sgarbi perché Il viaggio della signorina Vila non ha nulla del documentario e non pare neanche un film (ch’è genere che io non frequento e che non conosco e che non posso commentare) ma pare – piuttosto – uno scrutare lungo di pupille che tocca le cose, le sceglie, carezzandole con attenzione per poi serbarle nelle immagini.
Trieste mia, che non t’ho veduta mai se non ieri e che ieri mi sei sembrata splendida tanto che mi verrebbe di raggiungerti – soltanto per un giorno, soltanto per due ore – per capire da vicino che odore hai davvero e quanto è spessa la tua pelle, qual è il colore che ti domina, che piega fa il tuo sorriso, come ti luccica lo sguardo prima d’abbassarsi e d’appassire, Trieste mia ringrazia Elisabetta Sgarbi e, se puoi, riferiscile che come lei t’ha ritratta – facendo seguire, alle parole di tanti, l’intarsio nuovo che solo un nuovo sguardo sa dipingere quando s’affascina e s’innamora – non t’ha ritratta nessun altro e che è in questa unicità il valore di ciò che ella ha disegnato; riferiscile, Trieste mia, che Il viaggio della signorina Vila mi è rimasto tra le mani e che le mani, quasi da sole, hanno preso a battere la tastiera.
Riferisci ad Elisabetta Sgarbi, Trieste mia, che questa non è una recensione perché non posso recensire il cinema, che frequento assai di rado, e che è soltanto una lettera, ecco, è una lettera che parla a te ma che nomina anche lei, perché è lei, la regista, che ieri mi ha condotto a te.
Come una mezzana letteraria, come una serva di commedia, come un’amica che mette in ordine il destino e ricongiunge gli amanti che sospirano a distanza, Elisabetta Sgarbi mi ha condotto a te, Trieste mia, per il tempo della proiezione.
Trieste mia, questa lettera finisce. Ora so di che tinta hai i portici, come sono le tue spiagge, quanti colli hai d’intorno, a quanti gabbiani fai da nido; so, Trieste mia, come ti si accelera il dialetto, quanto ritarda la tua estate, che spinta ti dà il vento, che calma ti dà il mare. Ora so, Trieste mia, qualcosa in più che non sapevo, tra le molte che ancora ignoro e che mi tengo dentro come un segreto.
Trieste mia, questa lettera finisce, lasciando che a restare siano il silenzio, una sensazione persistente, una malinconia sanguigna.
Così succede – d’altro canto – quando s’intravede passare, e allontanarsi in breve, chi si aspettava prima o poi.

 

 

 

 

 

AstraDoc 2013/ Viaggio nel cinema del reale
Il viaggio della signorina Vila
regia Elisabetta Sgarbi
sceneggiatura Elisabetta Sgarbi, Eugenio Lio
voci Lucka Pockaj, Toni Servillo
fotografia Elio Bisignani, Andres Arce Maldonado
montaggio Elisabetta Sgarbi, Andres Arce Maldonado
musiche Franco Battiato
sound Pino Pinaxa Pischetola
scenografie Luca Volpatti
produzione Rai Cinema, Betty Wrong
paese Italia
colore colore
durata 60’
Napoli, Cinema Academy Astra, 2 marzo 2012

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