“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Martedì, 28 Giugno 2016 00:00

"Thyssen", tragico contemporaneo

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Un’attrice in scena. Sola. In uno spazio assunto come dimora, probabilmente l’unica possibile. L’unica in cui essere. Habitat dove muoversi con disinvoltura, con oggetti, scenografie, luci, postazioni, puntature, a perdere il significato spettacolare e mutarsi in materia quotidiana. L’agio dimostrato sulla scena quasi a non rendersi cosciente d’essere bersaglio di sguardi e osservazioni vigili. Eppure la Balucani sente il pubblico, e se ne fa testimone di comprensione. Quella comprensione collettiva che rende l’evento teatrale dimensione di incontro sociale, prima che spettacolo.

Sa di essere davanti una platea ma non riesce a fare finta nemmeno in scena... L’intimità trasposta è atto psichico, fisico, materico. Come la si guardasse nella sua stanza, tra libri e pensieri, tra solitudine e desiderio di manifestarsi. Lo spettatore è terzo ma complice, coinvolto in prossimità.
Un’attrice in scena e un tema indagato da proporre. Un tema importante. Una tragedia umana, sociale, accaduta in un luogo di lavoro. Il rogo nella Thyssen, multinazionale monopolista, dove persero la vita operai intenzionati a sfamare la propria prole. I punti di vista sulla vicenda si sono succeduti incorporando tutti i livelli di attenzione possibile: mediatico, familiare, inquirente, politico, collettivo. La scelta di rappresentazione vira verso una dimensione inconsueta, originale. Un punto di vista squisitamente soggettivo, non definibile a livello di intelligibilità, snocciolato da una drammaturgia in prima, seconda e terza persona, cesellata da interventi narrativi neutri. Il punto di vista interno, d’un anima fantasmagorica, rappresentante il complesso dei lavoratori, delle morti, dei rapporti con il padrone, con il dovere.
Carolina Balucani è figlia, infante, estranea (narratrice), mutevole in personaggi molteplici portanti lo stesso carico di enfatica assenza.
L’empirismo del linguaggio codificato, è contaminato da trasposizione autonoma e immaginifica, a portare ambiente, tratto, azione in un onirismo d’un rapporto biunivoco, quasi erotico, in cui il gioco dei ruoli viene mistificato nel contesto scenico. La Balucani si rivolge a un “tu”, identificabile come l’azienda, il capo, figurato come una presenza paterna, sentimentale, nel perimetro chiuso (invisibilmente) d’una piscina sovrastata da un telo rifulgente luci cangianti tono e riempita di paperelle da bagno. Gialle. Numerosissime. Sono gli operai della Thyssen. Feticcio rimandante al simbolo.
E di simboli è piena la messinscena. Troppi, considerando una riflessione personale sugli accaduti tradotti in cifra autonoma che si concretizza nell’utilizzo semiotico della continua metafora, del frangente di rimando, oltre l’apparente. Troppe chiavi necessarie a scardinare significati criptici per significanti dal segno squisitamente teatrale ma impopolari. Così come la dialettica, risulta parto d’uno strabordare verbale, indubbiamente interessante dal punto di vista stilistico e d’innovazione, ma poco d’approdo.
Sbavature d’un incedere verso il sublimare tecniche e saperi nel materializzare un teatro d’arte. Nei confini d’una regia che esalta il lavoro attoriale, ne guida direzioni, posture, reiterazioni di gesto e contrazioni vocali lasciando scoperti i nervi del computo generale di speculazione spaziale, drammatica e testuale.
Quello che colpisce di Thyssen, andando a fondo portandosi il fardello d’un nucleo tematico possente, è la capacità recitativa della Balucani. Per forza d’urto, dimestichezza meccanica, utilizzo della parola e umanità lasciata trasparire dalla prova. Frontale, il più delle volte. Anche i suoni della sua voce, non sono eseguiti per mera espressione gradevole. Rivestono la sala e la platea di quella patina armonica conducente lo spettatore ad un ascolto ipnotico. Una buona drammaturgia non può prescindere dal suono della parola recitata.
La sete di indipendenza stilistica e artistica contrae lo spettacolo in una fruibilità alternata. Questo non rende nebbiosa la gradevolezza d’insieme impreziosita da una formidabile prova d’attrice.
Il teatro vive per mezzo dei suoi attori. E lo spettatore rivive nelle carni di chi osserva.
Il fiabesco e l’intimista adoperati drammaticamente, aggraziano un lavoro necessario. Imperfetto. Di quella imperfezione che rende un teatro d’arte, non commerciale.

 

 

 

 

Thyssen
di e con Carolina Balucani
regia Marco Plini
luci Fabio Bozzetta
musiche Franco Visioli
assistente alla regia Thea Dellavalle
consulenti alla drammaturgia Giuseppe Albert Montalto, Costanza Pannacci
produzione Teatro Stabile dell'Umbria / Terni Festival
in collaborazione con Associazione Demetra / Centro di Palmetta
lingua italiano
durata 1h 10'
Perugia, Teatro Morlacchi, 10 maggio 2016
in scena dal 3 al 13 maggio 2016

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