"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Venerdì, 11 Marzo 2016 00:00

Il volo di Giuseppe

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Il corpo dell’attore, geografia vivente della trasmutazione. Sulla carne – attraverso gesti e mimesi – gli umori, le intenzioni, l’umanità, il linguaggio urgente di un resoconto. Per uditori non ipocriti. Per simili.
San Giuseppe da Copertino non poteva essere rappresentato semplicemente dando mezzo a una storia meravigliosa. Facile. Comodo. Anche ammiccante.

Né poteva, altrimenti, risultare confezionato da quel patetismo stucchevole caratterizzante la sfera del sacro. L’uomo, prima. Un uomo umile, servo di Dio, timorato. Così limpido da ricevere per mezzo della fede il dono del volo. Giuseppe vola. Gli accade la prima volta ammirando delle immagini sacre in una basilica del Sud.
Un attore non può alzarsi da terra. Può riuscire, però, a far levitare (metaforicamente) gli spettatori. Portarli in una dimensione di ascolto e suggestione tale, da accantonare l’attenzione analitica e trasformarla in malia. Nel teatro di narrazione accade per tecniche riconosciute. L’utilizzo d’una sintassi ‘armonica’, dove il linguaggio è comprensione e sonorità, l’accordo tra corpo e verbo, l’autonomia stilistica nel rendere i segni canonici originali, verticali.
Fabrizio Pugliese il suo mestiere lo fa da trent’anni. Con parsimonia tale da rendersi indipendente a dinamiche troppo banali da potere accettare. Le dinamiche del padrone, dell’arte a servizio, dell’arte imbrigliata da sterili strutturalismi. E da trent’anni riesce a vestirsi dei panni dei personaggi che interpreta e crea da farli sembrare congeniti, appartenenti alla propria natura.
Il testo di Niccolini, rimaneggiato dall’attore per l’occasione, aiuta a rendere scorrevole l’empatia ricreata tra palco e platea fin dalle prime battute. Un testo minuzioso, al solito del drammaturgo toscano, ricco della ricerca che accompagna la sua creatività. Reso in parola recitata dall’interprete cosciente, dall’attore/autore.
Scorrono gli scenari invisibili delle tappe della vita di Giuseppe, della devozione innata, delle battaglie contro l’incredulità dell’uomo, la miopia della Chiesa, le tentazioni e le contrarietà del male. Senza espedienti ad effetto. Luce naturale, musiche di sottolineatura, parola e voce. E un volo. Del coinvolgimento che senza il teatro non ha ragione d’essere.
L’uomo e il santo si confondono nella prassi; un atto politico: sovrapporre mistico e umano per ridimensionare credenze e suggestionabilità derivate dagli abusi di potere sui devoti.
L’uomo e l’immagine dell’uomo (costruita dai giudizi altrui) si contrappongono: il conflitto sul palco risolto nella sintesi degli elementi scenici. Il processo da uno stadio ad un altro. La trasformazione, senza cui il teatro sarebbe recita.
Tra i vincitori dei Teatri del Sacro, lo spettacolo Per obbedienza è destinato a mutare coscienze e sguardi. Sulla scena, sull’attorno, sull’altro. E sulla devozione, troppo spesso distorta da imprimatur canonici e poco rispettosi dell’uomo e del suo essere libero. Del suo essere di carne. E sangue.

 

 

 

 

Mezza Stagione Errante
Per obbedienza (dell’incanto di frate Giuseppe)
drammaturgia Francesco Niccolini, Fabrizio Pugliese
regia Fabrizio Saccomanno, Fabrizio Pugliese
con Fabrizio Pugliese
collaborazione artistica Enrico Messina
produzione Armamaxa/U.R.A. Teatro
coproduzione I Teatri del Sacro
organizzazione Associazione Culturale Fuoritraccia
foto di scena Eugenio Spagnol
lingua italiano
durata 1h 10'
Arcore (MB), Chiesetta del Bruno, 5 marzo 2016
in scena 5 marzo 2016 (data unica)

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