“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Sabato, 23 Gennaio 2016 00:00

"Cannibali": i rituali della paura di non esistere

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A teatro, ci si va per non uscirne vivi.
Imparare, che è il dono del teatro (del buon teatro) – imparare a riconoscere e a trasfigurare le menzogne della e sulla vita, imparare a raccogliere qualche vergognosa rivelazione che ci riguarda come "maschere" – porta sempre con sé il tormentato, paradossale, istinto di cadere, di essere “puntati”, vinti. Nessun posto a sedere è più alto, pericoloso e libero della poltrona da spettatore di un teatro. Il corpo mosso dalla curiosità e dalla paura, poi la curiosità e la paura fino alla prima battuta dello spettacolo, poi il primo respiro sulla scena, e poi cadere, cadere, imparare, salvarsi – forse. Non se ne esce vivi, mai come prima almeno.

In platea le luci sono accese come si conviene, ma gli attori sono già in palcoscenico che ci guardano immobili, infilati dentro certe luminescenti vestaglie da pugile. Lo spettacolo si chiama Cannibali e loro sono Kronoteatro. Buio.
Tanti i motivi che rendono lo spettacolo subito vivo ed efficace, perlomeno per uno spettatore che, come noi, vuole avere paura: l’assenza di quinte e il palcoscenico largo, fruibile fin dentro il suo scheletro segreto; le luci costanti, sparate, rigide e fredde sugli accadimenti della scena, e il “buio” solo evocato con la voce, che ci ricorda l’immensa, bellissima e contraddittoria verità della finzione del teatro (com’è poi quella della vita); il tecnico-attore sul palcoscenico (Alex Nesti), in piedi, immerso nella penombra col suo ruolo di deus ex machina, impegnato a proiettare sulla parete di fondo ora le videoanimazioni originali (di Fabio  Ramiro Rossin), ora un video intitolato La Sila, scelto come un umano troppo umano “paradiso” salvifico – un “altro mondo” infantilmente svasato – ora bombardamenti di voci registrate, richiami sul potere ingoiante della pubblicità, che ci mastica violentemente ogni giorno, ma che qui, a teatro, ci fa ridere; la scena è vuota, un ring, e i due protagonisti (Maurizio Sguotti, che firma anche la regia di Cannibali, e Tommaso Bianco) hanno tute da ginnastica, gomitiere e ginocchiere. Pronti per attaccare, dibattersi e difendersi. Perché?
Lo spettacolo è un’indagine sul potere – parte I del Progetto di Kronoteatro intitolato Dittico della resa – inteso come "potenza" negativa, esercizio di influenza non virtuosa dell’Uomo sull’Uomo, e mette in scena alcuni dei casi quotidiani nei quali questa “violenza” viene esercitata – senza svelarli tutti, ma solo per riportarne qualcuno al lettore: una seduta di psicoterapia, il dialogo tra un padre e un figlio, tra un insegnante ed un allievo, tra un datore di lavoro e un impiegato. Sono lotte, tutte. La vita, è un ring.
I macromondi del racconto, che contengono alcune abitudini del potere quotidiano, sono due, e vengono dispiegati ordinatamente nelle due parti dello spettacolo: la prima, l’adulto che esercita il suo potere sul giovane; la seconda, il giovane che esercita il proprio dominio sull’adulto. L’adulto (il bravissimo Maurizio Sguotti) impiega la forza del dominio biologico-archetipico e sociale, economico, politico, con sicurezza e saccenza. Il giovane (l’intenso Tommaso Bianco) impiega i poteri della giovinezza, la leggerezza, la forza fisica, la bellezza, con superficialità. Alla fine i due, e le due differenti pratiche di esercizio del potere, si disvelano come facce della stessa medaglia: entrambi figli e figlie della stessa Carne, l’Uomo, corrotta dalla paura. Quale?
L’Uomo esiste, ma può esistere solo con questo Corpo che non può nulla contro il cambiamento (la vita stessa), il decadimento, l’avvizzimento, la morte. Esiste, ma non può che esistere così, con questo vuoto di non-potere-nulla contro il Tempo, con questa coscienza lucida della Fine che il suo Corpo gli ricorda quotidianamente. Ma l’Uomo non vuole morire: debole, sottomesso alla macelleria del Tempo, soffocato dagli Spazi, e stretto, più che guidato, dalle imposizioni dei suoni (le parole) e dei silenzi (le emozioni). Che fare allora?
Fagocitare l’impulso del potere, unico mezzo capace di gonfiarlo, ingigantirlo per competere con la morte (con il tempo, con la vita stessa). Così inflazionato, l’Uomo nasconde a se stesso la sua piccolezza, e nel soggiogare l’Altro, il Corpo-dell’-Altro, riesce finalmente a sentirsi vivo.
Ma anche questa soluzione è destinata allo scacco.
Cannibali mostra bene come l’adulto verrà schiacciato dalla sua prevaricazione atroce, dalla sua invidia sanguinosa – il suo potere è troppo irascibile, cupo – e il giovane sarà travolto dalla sua stessa impetuosità, da quell’irruenza sgargiante – il suo potere è troppo vivido, troppo veloce, cieco. L’unico a sopravvivere in questo scontro per il dominio nato dal terrore di non esistere sembra l’arbitro, il regista delle voci e delle immagini, il grande Burattinaio (Alex Nesti), che, non a caso, abita dentro ma fuori dal ring, fuori cioè, di fatto, dagli accadimenti della vita.
Non morire, alla fine, è impossibile, anche per una Coscienza cannibale indigesta di potere. Tutti sono destinati ad essere uccisi da qualcosa, qualcosa che, forse, se ne sta nascosto a guardare e a macchinare tutto: si chiama paura, televisione, paranoia, vacanze, mass-media, marketing, maternità, paternità, vecchiaia, giovinezza, lavoro, saggezza, aspirazioni, disperazione, disoccupazione forzata, ignoranza, malattia... Si chiama le cose della vita.
Ciò che più convince di questo spettacolo è la resa tutta fisica della storia, giocata con i corpi degli attori – a testimonianza dell’apprezzabile lavoro di training di ricerca contemporanea della Compagnia Kronoteatro, da cui proviene anche il testo originale, emerso dalla penna di Fiammetta Carena – e con l’unico, centrale e simbolico oggetto di scena: due bergère, asservite agli scopi dei due protagonisti della lotta. Le due bergère (che per noi ad un certo punto ricalcano anche le nostre poltrone di spettatori di teatro) ogni volta sono un’arma, un nascondiglio, un posto a sedere alienante, un binocolo, una giostra, un letto d’ospedale, un vaso incandescente di rimorso, una carezza, una compagnia, un rifugio, un dimenticatoio. E per un momento (durante la scena della lotta tra l’oculista e il suo paziente), il roteare di una delle due, ci spezza. Semplicemente e drasticamente – come solo il teatro può simboleggiare le cose “grosse” della vita, "così", semplicemente e disperatamente – la sua danza circolare e folle sembra richiamare il rito paradossale della "danza" dell’uomo, il suo “farsi girare”, girare, girare, e il suo "girare", girare, girare in tondo, mentre si dibatte per “vedere” qualcosa, ma poi, alla fine, non vede niente.
Luce.
Luce, ma una volta fuori, in strada, si continua a girare, a girare, nient’altro che a girare.
Niente da fare, non se ne esce vivi. Almeno non come prima. Non stavolta.

 

 

 

 

LègamInT.2016
Cannibali
di Fiammetta Carena
regia Maurizio Sguotti
con Tommaso Bianco, Alex Nesti, Maurizio Sguotti
scene e costumi Francesca Marsella
videoanimazioni Fabio Ramiro Rossin
musiche MaNu!
disegno luci Amerigo Anfossi
voci registrate Licia Lanera, Riccardo Spagnulo
foto di scena Nicolò Puppo
produzione Kronoteatro
organizzazione Teatro delle Forche
lingua italiano
durata 55'
Massafra (TA), Teatro Comunale, 16 Gennaio 2016
in scena 16 gennaio 2016 (data unica)

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