“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Sabato, 23 Gennaio 2016 00:00

La commedia di Zeno Esposito

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Occorre scriverlo subito: non c'è alcun legame con Svevo e La coscienza di Zeno (se si eccettua il fumo di una sigaretta), non c'è alcun tentativo (nuovo) di rendere il tema (vecchio) della conoscenza psicanalitica, non c'è un approfondimento ulteriore rispetto alla frantumazione dell'Io: questo “bastardo e porco di un pronome”, per dirla con Gadda.

Non c'è la messa in scena del romanzo e non c'è neanche parte della sua trama né ce ne sono le figure; non c'è la struttura che contraddistingue il libro (che è struttura di natura teatrale, come notò Edoardo Saccone e confermò Franco Petroni: “La Coscienza presenta un carattere drammatico, anzi teatrale” scrisse) e non ci sono frammenti delle sue pagine, l'offerta delle sue tematiche più evidenti: la malattia, la menzogna, la guarigione come voluta perseveranza in una condizione di malanno. Non c'è né il sistema di valori e di riferimenti culturali che ne costituirono le fondamenta né l'andamento non lineare giacché – mentre nello spettacolo assistiamo al progressivo passaggio dal caos della nevrosi alla parziale chiarezza degli intenti e alla (ri)scoperta di sé – invece nella Coscienza tutto è detto (e dunque avviene) in maniera asistematica, senza causalità logica e narrativa.
Cercare tutto questo in Dalla parte di Zeno – lasciandosi ingannare da una citazione hegheliana o dalla presenza dello psicanalista – è come prendere un fiume per mare o scambiare la propria immagine, riflessa in uno specchio, per se stessi; significa insomma non comprendere che lo “Zeno” del titolo – che non a caso apprende d'essere non “Zeno Cosini” ma “Zeno Esposito” durante lo svolgimento della trama – è soltanto un richiamo verbale, una suggestione sonora, l'eco di una storia che, per il resto, non abita il San Ferdinando di Napoli.

Questo Zeno è un essere isolato, tutto casa e lavoro: nessuna amicizia, nessuna parentela, nessun amore. Adulto d'età media, Zeno si alza, si lava, si veste, raggiunge la scrivania dell'ufficio, lì computa i dati che ha da computare (la coreografia di tic, dita alle labbra-schiocco-braccio alzato, con cui accompagna il lavoro rende proprio la ripetitività impiegatizia) finché – finito il turno – non torna a casa, si sveste, presumibilmente cena, poi va a letto. Nei fine settimana riposa, accumulando al sonno che non ha perduto altro sonno, cioè aggiungendo non-vita a non-vita. Inadatto all'azione, questo Zeno – prima che del Bartleby di Melville, che viene citato durante lo spettacolo – mi sembra, da un lato, un lontano parente degli aziendalisti letterari di Jahier (Gino Bianchi), di Tozzi (Leopoldo Gradi), di Gandolin (Policarpo De' Tappetti) o del Monsù Travet di Bersezio mentre, dall'altro, ricorda vagamente le creature ombratili, laterali e subordinate di Walser, che rasentano la follia camminando nell'ombra della loro stessa esistenza.
Riproposta carnale e canonica delle figure canoniche e romanzesche che vivono tra le scartoffie, porta in dote una complessità cranica: tanto fuori appare banale il suo guscio, del tutto simile cioè ad altri gusci ugualmente banali, quanto invece contiene al suo interno una congregazione ammattita d'impulsi contrastanti, di fobie, di capacità inespresse, di inibizioni limitanti. Conciliabolo psico-condominiale, la platea del San Ferdinando è dunque la sua testa – alzare lo sguardo vuol dire notare al soffitto una grossa sfera umorale, che si gonfia e si sgonfia a seconda degli stati d'animo e delle tensioni nervose del protagonista – ed è per questo che la platea viene addobbata come l'interno/esterno di un parco, il “Parco Zeno Cosini”: la portineria, i balconi con le fioriere o le piante rampicanti, un ombrello, i cartelli “vendesi” alle ante delle finestre e tutti gli oggetti che caratterizzano ogni interno domestico, dal tavolo da stiro alle immagini sacre, dagli specchi alla scrivania, dal lume ad un letto, dai libri ai bicchieri con l'acqua, le sedie, una vestaglia, i cuscini, una lampada.
Basato su una frontalità oppositiva Dalla parte di Zeno presenta quindi una duplice spazialità per cui, mentre sul palco vive frontalmente il protagonista, nei corridoi laterali e nello spazio antistante l'assito agiscono otto figure, che altro non sono che la rappresentazione delle pulsioni del suo cervello.
Tre elementi fungono da canali di collegamento tra palco e platea.
Primo.
Il dettato, che prevede momenti di coincidenza o di causa/effetto per cui una parola detta giù diventa un'azione messa in pratica su: “O facimm' rispondere a' stù caspita 'e telefono?”, l'alternanza “Si”/”No” che genera un dubbio comportamentale, una frase che viene detta all'unisono. A questo si aggiungano le corrispondenze motorie (esempio: l'atto del bere) ed emozionali (le tendenze suicide momentanee).
Secondo.
I richiami cromatici tra i costumi che indossano gli attori in platea e le luci che colorano i pannelli sul palco che, a loro volta scorrendo, mutano l'ambiente nel quale Zeno si trova ed agisce: ora camera da letto, ora ufficio, salotto di casa, luogo all'aperto.
Terzo.
Antonello Cossia che, in quanto psicanalista di Zeno, opera come amministratore del condominio. È infatti Cossia a tenere le redini drammaturgiche dello spettacolo essendo il portatore di discorsi ambivalenti, i cui contenuti si adattano tanto alla scena alta, cui Zeno appartiene, che a quella bassa in cui sono gli agitatori del suo cervello: “I danni che può aver causato una scossa del genere”, “la realtà ci scuote così fortemente”, “essere elastici è l'unica regola per non spezzarsi” sono le frasi allusive e doppiamente metaforiche che utilizza – ad esempio – nel momento in cui analizza i danni condominiali provocati dal terremoto, questa “Casamicciola” destabilizzante che “viene da sotto” e in virtù della quale Zeno e il suo parco mentale se ne cadono “a pezzi”, si sentono “venire meno nelle fondamenta” e “nelle basi”.
Cossia agisce dunque da medium tra i due luoghi di recita (non a caso è l'unico che usa i tre scalini che congiungono i due piani) appartenendo ad entrambi e consentendo – progressivamente – il passaggio degli attori dalla platea al palco ("Lei non deve avere paura del senso di vuoto" mi sembra la battuta-chiave) perché diventino – da “pensiero pensato” – incarnazione effettiva di questo stesso pensiero; da fissazione mentale a vita che viene finalmente vissuta.

Cos'accade in Dalla parte di Zeno?
Zeno riceve una lettera da cui apprende d'essere stato adottato e che ha una sorella; ne deriva la crisi e il superamento della crisi attraverso la ricostruzione e l'accettazione della propria identità (la scoperta delle proprie origini ovvero lo scandaglio degli anni inesistenti e di ciò che vi accadde: “Perché mi ha abbandonato?”; “Perché non me lo hanno mai detto?”, “Credo che lei sia figlio di un amore clandestino”) fino alla presa di possesso di se stesso e della sua (nuova) vita: simboleggiata dal bacio dato a una collega, fisica manifestazione finale della propria rinascita.
Nel complesso la partitura della Parrella è lieve: relativo il suo lavoro pluri-lessicale – in conferenza stampa l'autrice ha parlato di “idioletti” per indicare personaggi contraddistinti da idiomi differenti ("ci sono cadenze, un italiano da dizione, solo napoletano, un italiano dialettizzato, prestiti e calchi linguistici sia nel lessico che nelle strutture sintattiche" leggo dalla cartella stampa) − incide relativamente mentre sono caratterizzazioni linguistiche più marcate e dunque davvero distintive il veneto di Mascia Musy, che è strumento teatrale, e il vernacolo con cui Tonino Taiuti svolge al meglio la funzione di macchietta popolare e di controcanto farsesco. Si pensi – a testimonianza di un lavoro filologico svolto non sempre con successo – alla lingua di cui è portatrice Alessandra Borgia: insieme di frasi fatte, di proverbi e di detti antichi – tra retorica e tradizionalismo verbale – troppo somiglia a certi personaggi già visti in teatro (l'ultimo, proprio al San Ferdinando, è lo zio del C'è del pianto in queste lacrime di Antonio Latella).
Facili alcuni fraintendimenti dialogici (“solitario”/”diamante”, ad esempio) o certe gag colloquiali, la Parrella inoltre non elimina del tutto la sensazione di lentezza, percepibile quando il testo viene detto piuttosto che agito.
Se mi concentro su alcune mancanze drammaturgiche è, di contro, per dire della funzione che mi sembra in definitiva comunque il testo abbia svolto: assodato che − sul tema della polverizzazione dell'Io è difficile scrivere qualcosa di nuovo (solo per rimanere alla letteratura, tralasciando teatro e saggismo clinico, hanno composto capolavori − tra gli altri − Nabokov e Dostoevskij, Gadda e Musil, Conrad e Virginia Woolf, de Unamuno e Queneau, Borges, Pessoa, Saramago), mi sembra che l'opera della Perrella sia una scrittura di servizio e che come tale vada assunta. Un merito della scrittrice, questo: l'aver cioè prodotto una trama che − senza avanzare alcuna pretesa di approfondimento post-sveviano − lavorando sul doppio, la pluralità e la contemporaneità delle azioni e dei dialoghi, fosse utile ad Andrea Renzi e agli attori, permettendogli una piena libertà pratica. Non dunque testo-fardello da rispettare in ogni passaggio ma, e so che la parola è impropria, articolato "canovaccio" di partenza per una creazione che si è realizzata lavorando coi meccanismi tradizionali del comico, la valorizzazione dello spazio a disposizione, l'uso del corpo e delle relazioni attorali. Ed è qui che subentra la capacità di Renzi e dei suoi interpreti, capaci nel rendere Dalla parte di Zeno un meccanismo teatrale che − per quanto sia ancora migliorabile, di replica in replica − in parte già funziona.

Cosa infatti m'è parso Dalla parte di Zeno?
A me sembra sia un gioco scenico, che sia una commedia con dentro elementi di pochade e di farsa e che sia l'ideazione teorica e la conquista concreta di una possibilità spaziale e recitativa più ampia che giunge a somigliare anche ad un atto di riappropriazione che il Teatro fa di un teatro – il San Ferdinando – che ogni anno sembra correre il rischio di rimanere senza teatro cioè senz'attori, senza storie, senza pubblico.
A me sembra, inoltre, che questo Dalla parte di Zeno sia una sorta di concerto attorale, per cui abbiamo una compagnia disomogenea (per età, storia, formazione, provenienza, carriera, scelte artistiche fatte) tanto quanto lo è un'orchestra, che è stata chiamata a suonare una partitura che alterna alto e basso, adagio ed allegro, marcette, momenti di jazz, assoli ad un fiato.
Ancora.
Mi sembra sia pirandelliano più che sveviano il contesto allestito da Renzi e lo scrivo facendo riferimento non al Pirandello che s'interroga problematicamente sulla natura del teatro (Sei personaggi) o a quello che mette in stato d'accusa l'identità falsamente singola dell'individuo (da Così è, se vi pare a Il berretto a sonagli, tralasciando i romanzi) ma quello che è capace di cancellare il confine tra il palco e la platea o d'inventarsi segregazioni mobili, oppressive ma cangianti, che sono sul punto di  crollare, denunciando – tra l'altro – la loro fattura di cartapesta. E mi sembra sia un tentativo – in cui Andrea Renzi è riuscito – di far fruttare al massimo ciò che ha avuto a disposizione quando gli è stato proposto il progetto: le strutture architettoniche del San Ferdinando, con queste sue balconate stuccate senz'oro e perciò simili a parapetti di eleganti palazzi che affacciano sullo stesso cortile – ad esempio – o le abilità, diverse e caratterizzanti, dei vari interpreti: cito, per far comprendere, la dialettalità extra-regionale di Mascia Musy; l'abilità canora di Cristina Donadio; le capacità musico-strumentali di Tonino Taiuti (per questo la prima parla in veneziano, la seconda canta, il terzo suona la chitarra o batte ritmicamente sull'aspirapolvere).

In definitiva. Se lascio andare le urgenze esegetiche, se dimentico il taccuino e tutti gli appunti che ho preso e penso invece che mi sono ritrovato – ad un punto – con la schiena rilassata in poltrona e le gambe distese (sedevo comodamente in un posto laterale) ho l'impressione di aver assistito a qualcosa di lieve, che volutamente è stato lieve e che – per quanto richiami labilmente i temi dell'inibizione psicologica, della complessità dei pensieri, della formazione (auto)biografica – ha proprio nella levità la caratteristica fondamentale.
Quanto sono disposto, per una sera, ad accettare questa leggerezza visiva, facilmente riconoscibile nella sua fattura, lontana dai presunti o effettivi abissi della profondità contenutistica? Quanto sono disposto ad abbandonarmi al gioco giocato e quasi fine a se stesso, che si smaschera subito nel suo darsi? Quanto – ancora – sono disposto a non dover credere, neanche per un minuto, alla verisimiglianza di quel che sto vedendo, accettando che si tratta di un meccanismo artigianale, prevedibile nel suo svolgimento ma che è in grado lo stesso di strapparmi qualche risata, senza costringermi a cercare subito ciò che dia senso e valore alla mia risata? Dalle risposte a tali domande mi sembra derivi l'apprezzamento o meno che può venire per Dalla parte di Zeno, mi sembra derivi il rapporto che ognuno di noi ha stabilito o stabilirà con quest'ora e mezzo di spettacolo.




Dalla parte di Zeno

regia Andrea Renzi
con Alessandra Borgia, Carmine Borrino, Giorgia Coco, Antonello Cossia, Valentina Curatoli, Cristina Donadio, Giovanni Ludeno, Mascia Musy, Antonella Stefanucci, Tonino Taiuti
scene Luigi Ferrigno
costumi Ortensia De Francesco
luci Cesare Accetta
musiche Federico Odling
aiuto regia Ugo Capolupo
canzoni originali Federico Odling, Valeria Parrella
produzione Teatro Stabile di Napoli
foto di scena Marco Ghidelli
durata 1h 30'
lingua italiano, napoletano, veneziano
Napoli, Teatro San Ferdinando, 20 gennaio
in scena dal 20 gennaio al 7 febbraio 2016

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