“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Michele Di Donato

Ragionando sul “Misantropo” di Factory

La messinscena di un classico suggerisce la messa in discussione del rapporto fra tradizione e attualità, porta a interrogarsi su quanto tale classico possa parlare al presente e su come il suo adattamento sia capace di calarlo nel tempo in cui va in scena, conservandone ma anche rinnovandone le capacità d’espressione. E, se questo discorso può valere in primis (e in senso assoluto più che per ogni altro drammaturgo) per la mirabile pertinenza scespiriana nel raccontare l’uomo più che il tempo in cui vive, è pur vero che il confronto col classico può servire ad instaurare un rapporto virtuoso tra mondi cronologicamente distanti, talvolta rilevando e mettendo in evidenza analogie e simmetrie.

In Giostra, sui treni di Hrabal

Primo giro di giostra, prima visita ad uno spazio teatrale che schiude le sue porte a Napoli, in una delle strette strade dei Quartieri Spagnoli, uno spazio che colpisce prima di tutto per come è strutturato, per l’ampiezza dell’assito, con i suoi spalti che l’abbracciano su tre lati e per la capacità funzionale della struttura, atta, come ci si accorgerà in corso d’opera della rappresentazione, a sfruttare al meglio anche le proprie pertinenze in funzione dello sviluppo drammaturgico di quel che vi va in scena.

In memoria di Brenda

Molfetta, uno spazio in pieno centro cittadino, in quell’intrico di vicoli che si susseguono per poi sbucare tra il porticciolo e il lungomare; lì, tra quelle strade strette e regolari, ad un angolo si trova la Pro Loco Babilonia, un ex frantoio che si reinventa sala teatrale, gestito dall'associazione culturale (e teatrale) Malalingua, di Marianna De Pinto e Marco Grossi; spazio accogliente e funzionale, anche piuttosto capiente e con tanto di foyer. Vi va in scena Vita oscena di Brenda Wendell Paes, di Gabriele Paolocà e Simonetta Damato (lei in scena, lui in regia) e va in scena, questo spettacolo, lì dove ha avuto la sua gestazione, prima di cominciare il  proprio cammino.

Di Istria, storia e memoria

Una sigaretta che non riesce mai ad accendersi, una nave per l’America su cui non ci si riesce mai ad imbarcare, pronta lì il mercoledì, ma sempre vietata da un imprevisto, un accidente, o semplicemente dalla storia, che frappone i suoi sgambetti fatalmente il lunedì.
Una narrazione che affonda nella memoria, individuale e collettiva, di un popolo fra i popoli, concentrato in quel crogiuolo multietnico che è quel lembo d’Italia un po’ sloveno e un po’ croato, o quel lembo fra Slovenia e Croazia che persiste un po’ italiano, che va a formare un triangolo isoscele fra Trieste, Pola e Fiume ed è da lì che proviene la materia prima di questo Esodo, è di lì che è originario Diego Runko, è nelle sue vene che scorre il sangue di cui s’imporpora questa storia, è nella sua memoria – personale e famigliare – che sopravvive il ricordo di cui si materia questa narrazione.

La delicatezza di un'anima di gommapiuma

Ho aspettato Il fiore azzurro per svariati mesi, da quando nel maggio scorso vinse la sezione verde di In-box e i riscontri che ne raccoglievo lasciavano intendere trattarsi di uno spettacolo che meritasse di essere visto. A lungo inseguito, finalmente completo la mia rincorsa incrociandolo a Monopoli, Auditorium Bianco Manghisi, una domenica di gennaio. E tanta attesa ebbe dovuta ricompensa, perché Il fiore azzurro di Daria Paoletta (e di Tzigo, il pupazzo che con lei è in scena) è visione che piace e diverte, strabilia e incanta, fino a conquistarti col suo connubio di tenera leggerezza e profonda densità di senso; materia plastica che nelle mani sapienti dell’attrice viene plasmata, questa favola zigana che la Paoletta riscrive, compone con levità e intensità il suo racconto.

Kids Festival, la “città bambina” che cresce

Kids Festival, quarta edizione, a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno Lecce si fa “città bambina” – come recita il sottotitolo della manifestazione e concentra tra il 28 dicembre e il 7 gennaio una programmazione fatta di teatro e non solo per bambini e non solo. Dieci giorni a cavallo tra un anno che se ne va ed un altro che arriva, come a simboleggiare continuità fra il teatro che abbiamo visto e quello che vedremo, in un Festival che è all’insegna dell’inclusività e della contiguità di iniziative artistiche, intersecando i linguaggi e diversificando l’offerta, il tutto perseguendo un’idea viva che sappia coniugare teatro e aggregazione.

Il volo, la caduta, la ricerca di un posto nel mondo

Teatro Comunale di Ceglie Messapica, un ritorno: a circa un anno di distanza faccio una nuova puntata nel brindisino, nella casa di Armamaxa; la volta precedente avevo assistito a Digiunando davanti al mare di Giuseppe Semeraro e, anche questa volta, ripercorro l’esperienza di uno spettacolo a cui s’assiste stando sul palco, su un palco al quale lo spettatore accede entrando dal retro, ribaltamento di una prospettiva tradizionale e che sembra rispecchiare anche la posizione di Armamaxa rispetto alla questione spinosa dei Teatri Abitati (l’esperienza virtuosa delle residenze pugliesi messa di fatto in ginocchio dalla vacatio politico-culturale successiva all’insediamento di Michele Emiliano in Regione), come da lettera aperta che pubblicammo su questo giornale.

Uomini, insetti e degradazione

Continuando a recuperare quanto veduto e a restituirne testimonianza, ritorno sullo spettacolo del Teatro delle Bambole Se Cadere Imprigionare Amo, visto al Teatro Elicantropo lo scorso novembre.
Lo spettacolo trae spunto da un fatto di cronaca recente, ovvero le sevizie inflitte ad un quattordicenne da tre persone che lo deridevano e che, mediante l’uso di un compressore, gli causarono lesioni gravissime lacerandogli l’intestino.

Storia viva in un corpo morto

Sono un recensore accidioso. Perennemente in ritardo, con articoli da scrivere che s’affastellano e s’accavallano, accumulando ritardi sesquipedali. “La critica non scade, non deperisce” – mi ripeto come un mantra, quasi a volermi far coraggio da solo – “mica è come la cronaca”, soggiungo a tentar capziosamente di corroborare i miei pensieri, i pensieri di un recensore accidioso e perennemente in ritardo.

Aspettando un mondo più gentile

Memoria per luoghi e persone, memoria di storie che raccontano un luogo preciso (e precisamente individuabile in Castrovillari), ma che attraverso il particolare si riallacciano all’universale, alle evoluzioni sociali, fisiologicamente più lente nel Sud Italia: in Masculu e fiammina (che nel testo recitato diventa “fimmina”) Saverio La Ruina dà corpo alla figura di un uomo costretto a fare i conti con i pregiudizi dell’Italietta bigotta e conservatrice del secondo Novecento, dando forma di narrazione postuma in prima persona alla vicenda umana e sentimentale che il suo personaggio narra dinanzi alla tomba materna.

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