"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Michele Di Donato

In nome degli ultimi

Entrando in sala, il protagonista di Giuseppe Z. ci aspetta già in scena, di spalle al vocio allegro degli spettatori che adagio prendono posto; mentre mi accomodo noto che uno degli attori – Salvatore D’Onofrio – è lì seduto in prima fila, iniziando così col conferire un primo significato dichiarato allo spettacolo, che individuerò in corso d’opera nell’intento di trasfondere un senso di inclusione del pubblico nella storia inscenata; la scena, ancora in penombra, mostra a metà palco un’impalcatura metallica sotto alla quale Peppino Mazzotta, è accomodato di spalle su una panca senza spalliera; un faro in alto ne illumina in chiaroscuro la figura.

Di Don Peppe Diana, ammazzato due volte

Ventitré anni; sono trascorsi esattamente ventitré anni da quando Don Peppe Diana moriva per mano della camorra di Casal di Principe, freddato in chiesa prima di dire messa. A ventitré anni esatti di distanza, da un 19 marzo a un altro, separati da un tempo che non intacca la memoria, ma che anzi la rinfocola, e su cui s’innerva un teatro che prende forma di intenso afflato etico, traducendosi in immagini e parole che ricostruiscono quel che accadde, la storia di Don Diana diventa spettacoo teatrale. Ma non solo.

Due giorni con Abbondanza/Bertoni

Due giorni a Novoli, due giorni con la Compagnia Abbondanza/Bertoni per due spettacoli diversi fra loro (ma non troppo, se è vero come è vero che tra i due si può ben individuare un denominatore comune espressivo), Le fumatrici di pecore e Romanzo d’infanzia. Due giorni in cui assisto a spettacoli sostanzialmente differenti nell’impianto compositivo, ma che s’accomunano per due fattori essenziali: da un lato la poetica di questa Compagnia e dall’altro la sintesi espressiva tra corpo e parola attraverso cui questa poetica si esprime.

Vernicefresca e il paradosso di "Ho.me"

Mi sono avvicinato alla visione di Ho.me con un sentimento di aspettativa che travalicava l’evento scenico in sé; che fosse uno spettacolo buono o meno buono era sì un aspetto che m’interessava appurare, ma soprattutto mi premeva metterlo in relazione con l’essenza complessiva della compagnia che lo ha messo in scena – Vernicefresca – al fine di completare, con quell’ultimo (e fondamentale) tassello mancante,  la conoscenza del modus operandi di questo gruppo di lavoro.

Tempus fugit

“E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri, e non pensano a sé stessi”.
(Sant'Agostino da Ippona)



Etereo ed effimero l’affannarsi di una vita all’inseguimento di qualcosa d’inafferrabile come i sogni cullati nel passato; un inseguimento che comporta spesso che ci si lasci alle spalle quarti di vita non vissuta, morsi di gioia non assaporata, emozionalità sospesa e lasciata ad aspettare; colpa di uno sguardo discosto o distratto, perso dietro “le nuvole e la fantasia” e che poi magari ritorna presente a se stesso e alla consapevolezza del proprio perduto vissuto quand’è ormai troppo tardi per riafferrarlo.

Le Albe, dal buio alla luce

Le Albe, la loro poetica il loro teatro: in due giorni consecutivi, fra Salerno e Napoli, assistiamo a due tappe di un unico percorso, due segni contigui e significativi di una cifra espressiva che dopo trenta anni e più di vita artistica conserva ancora freschezza e spessore, in virtù di un atto d’amore per il teatro che si rinnova ad ogni scrittura, perché l’atto d’amore – per le Albe – parte dalla parola: “Per noi Albe, della parola si fa esperienza fisica”, scriveva Ermanna Montanari ne La camera da ricevere; e ancora, quella parola, plasma fluido, risuona in quella cassa armonica che è il corpo d’attore: “Gli attori sono musicisti e al tempo stesso strumenti musicali. Sono corpo e strumento del loro corpo”, scriveva sempre la Montanari.

Spettralità eteree

L’ultima volta che eravamo stati in cospetto del sovrano di Scozia e della sua sanguinosa storia la sua corte, i suoi spettri e le sue streghe erano apparsi in una messinscena d’impianto tradizionale e sostanzialmente filologico. Questa volta invece ci troviamo davanti ad un Macbeth che non solo cambia scena ed anche nome, ma ad una riduzione che provando ad esplorarne alcune pieghe di senso, si stacca dall’opera di partenza per provare ad intraprendere un percorso autonomo.

Cultura, lingua, identità: intervista a Gaspare Balsamo

Interprete ed epigono di una tradizione, vissuta, filtrata e rielaborata come atto resistenziale etico e politico, Gaspare Balsamo coniuga al tempo presente lo strumento del cunto, facendone atto creativo che fonde e bilancia etica ed estetica. Con donchisciottesca baldanza (e proprio a Don Chisciotte era ispirato lo spettacolo a cui assistemmo all’ex Asilo Filangieri lo scorso maggio), Balsamo si fa paladino di una sicilianità – e di una meridionalità – che troppo spesso sconta un’omissione proterva.
Ci racconta qui di sé e della sua poetica, parlandoci di lingua identitaria, corpo proprietario, di tradizione e contemporaneità.

Suite memoriale

Enzo Moscato al Teatro Nuovo è un rito che si ripete, un appuntamento fisso – e a volte anche plurimo – che contraddistingue le stagioni che vi vanno in scena. In realtà, da programma, il “Moscato di stagione” (di questa stagione) sarebbe dovuto essere lo spettacolo Modo Minore che però è stato poi rimpiazzato da Toledo Suite.

L'Attore

“Io non sono Amleto”. Prime parole, asserto per contrasto di una destrutturazione: Amleto e non più Amleto. Partendo da Shakespeare, passando per Heiner Müller, arrivando al proprio non-Amleto, all’Amleto di Fortebraccio, la “macchina-Amleto” di Müller si trasforma nella “macchina-Amleto” di Roberto Latini, che ne plasma magmaticamente la materia, flettendola alla propria voce, ad una partitura sonora in penombra.

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