“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Michele Di Donato

I muri nella testa

Esiste in Italia una generazione d’attori che andrebbe non solo preservata quale patrimonio culturale di un popolo, ma del cui lavoro andrebbe consigliata vivamente la visione (e magari lo studio approfondito) a chiunque voglia intraprendere (e in taluni casi anche a chi l’abbia già intrapresa), la strada lastricata di tavole di palco della recitazione.
A questa generazione appartiene Giulia Lazzarini, una Signora del teatro italiano che dal palco di Galleria Toledo ha fornito un piccolo saggio di come si stia in scena, di come far parlare un sospiro, di come fare d’un corpo estraneo grancassa in cui vibrino sentimenti autentici, di come una sola voce possa diventar capace di modulare mille sfumature di un unico sentire, attraversando una storia particolare e mettendola in relazione con l’universale.

Nel fondo del baule

Esiste, in quel di Torre Annunziata, uno spazio che da sei lustri ripete come fosse un mantra la propria missione teatrale; questo spazio si chiama diffusioneteatro (scritto tutt’attaccato), la sua anima vivificante è Eduardo Zampella, sotto la cui guida l’istituzione (ché ormai d’istituzione bisogna parlare) festeggia quest’anno un trentennio d’attività; se ne effettua celebrazione approntando un cartellone che prevede un anno pieno pieno di teatro – di ottimo teatro – che dichiara già nel titolo della rassegna l’intento celebrativo del rito teatrale: Sarà festa tutto l’anno. Prendiamo anche noi parte a questa festa e ci accomodiamo da spettatori nello spazio di cui diffusioneteatro dispone all’interno della Chiesa Evangelica Luterana di Torre Annunziata, uno spazio che riscopriamo denominato Sala Nevia.

Emily, oltre la pagina

Correva il giorno 21 di marzo e convenzione mondana voleva che si celebrasse giornata universalmente dedicata alla poesia. Correva il giorno 21 di marzo e al Ridotto del Mercadante s’omaggiava una donna che alla poesia sacrificò la vita, riuscendo fin quasi a dissolverne memoria: Emily Dickinson. Donna/Poeta/Mito, il suo destino controverso e parzialmente oscuro si snoda attraverso queste tre fondamentali coordinate, che sulla scena (ri)danno vita a chi pienezza di vita non visse, (ri)danno parola a chi pienezza di parola scrisse.

Ferdinando, un po' dramma, un po' farsa

“Chi non tiene passato non tiene manco futuro”: parole pronunciate sul bordo d’un solco profondo che separa due epoche, un passato nostalgico da un presente incalzante; un solco sul bordo del quale si consuma un passaggio, col suo portato di resistenze e dolori, angherie e rifiuti, in nome di un misoneismo che sottotraccia contiene i germi infecondi dell’immoralità e del ladrocinio.

Perché nun fa juorno? Che vo' di' sta nuttata?

“I nostri padri erano leoni”, mentre contempla un giro di giostra, figura di donna rende tributo a chi in un tempo remoto ha lottato contro le catene – materiali e culturali – che costituivano viluppo per un popolo costretto ad una condizione di minorità.
Così prende avvio Il silenzio della ragione, il farsi scena delle pagine, le più discusse, quelle che più suscitarono reazione, de Il mare non bagna Napoli; quella figura di donna è Anna Maria Ortese, che rivive in assito, e insiste, mentre gira la giostra, in un afflato civile sul valore e sul senso dell'iniziativa culturale: “Il Borbone è ancora qui, ha solo cambiato faccia”.

Malacrescita – Le viscere e la scena

La scena è già abitata quando ci si accomoda in platea; figura scalza e vagante ne ha preso possesso, s’immagina, col favore del buio, misurando a girotondo lo spazio trapezoidale d’una sepoltura, attorno alla quale, nel verdognolo di colli di bottiglie allineate, s’incoronano sporadiche corolle; in un angolo xilofoni, zufoli e campane tubolari dettano le note per mano (e fiato) d’altra figura accovacciata. Fratelli di sventura: escrescenze purulente di corpo degenere, tumori di vita lasciati in eredità al mondo, ebeti a pascolare, rinvangano, in un feroce girotondo, il loro passato, attraverso il loro passato l’eziologia d’un morbo che è vita mal riuscita, sono essi vite mal cresciute.

Metabolizzare il presente

Sala Ichòs apparecchiata come un desco per pochi convitati, commensali per i quali è appannaggio succulento il menù consistente in degustazione della vivanda teatrale.
Chef, maître e cameriere – ovvero autore, regista e interprete – è Elvira Frosini, da sola in scena a tradurre in immagini dinamiche la parola scritta; la scrittura è concitata e ridondante, serrata ed assonante. Imbandendo convivio di parole, si fa mensa del reale cucinandolo in salsa teatrale.

Chi è l'altro? L'inferno!

“Chi è l’altro? L’inferno!”. Nella nostra smania citazionista di adolescenti che s’affacciavano al mondo dello scibile, nel nostro orgasmo di sapere voracemente sunto da ogni fonte in cui ci si imbattesse, era questa una delle frasi più ricorrenti che ci piaceva sciorinare. Era a effetto, faceva scena; e poco cale se il senso profondo che la permeava ci apparisse sostanzialmente nebuloso; lo avremmo appreso solo crescendo, allorquando la nostra formazione culturale si sarebbe adoperata ad acquisire la dimensione della profondità. La frase era desunta da Jean-Paul Sartre e la profondità di senso che si citava condensata in uno stralcio dotato di molta approssimazione e poca veridicità filologica, è tutta svolta in Porta chiusa, drammaturgia sartriana per l’occasione messa in scena dalla compagnia romana Officina Dinamo.

Ciascuno sta solo nel cuor della fabbrica

“C’era una volta una città dove si producevano le nuvole: rosa, bianche, nere”; l’incipit da favola introduce quel che rivela ben presto favola non essere. Metti una scena vuota; metti su quella scena vuota un corpo e uno scheletro metallico e quel che prende forma, attraverso quel corpo, attraverso il suo contorcersi, piegarsi, flettersi attorno a quella struttura metallica, non è una favola, ma un triste regesto di cronaca di inizio millennio. Che replica tristi regesti di cronaca già abbondantemente reiterati in una fine millennio non ancora del tutto archiviata.

L'attesa ed il molteplice

Inconscio di una madre messo a nudo in un interno: denudato e narrato sfruttando al meglio le molteplici possibilità offerte dalla mimesi teatrale. Questo è La parola 'Madre', libero dichiarato tradimento dall'atto unico Emma B. vedova Giocasta di Alberto Savinio, messo in scena con felice congegno dalla compagnia “Teatro di Legno”.

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