“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Michele Di Donato

Metabolizzare il presente

Sala Ichòs apparecchiata come un desco per pochi convitati, commensali per i quali è appannaggio succulento il menù consistente in degustazione della vivanda teatrale.
Chef, maître e cameriere – ovvero autore, regista e interprete – è Elvira Frosini, da sola in scena a tradurre in immagini dinamiche la parola scritta; la scrittura è concitata e ridondante, serrata ed assonante. Imbandendo convivio di parole, si fa mensa del reale cucinandolo in salsa teatrale.

Chi è l'altro? L'inferno!

“Chi è l’altro? L’inferno!”. Nella nostra smania citazionista di adolescenti che s’affacciavano al mondo dello scibile, nel nostro orgasmo di sapere voracemente sunto da ogni fonte in cui ci si imbattesse, era questa una delle frasi più ricorrenti che ci piaceva sciorinare. Era a effetto, faceva scena; e poco cale se il senso profondo che la permeava ci apparisse sostanzialmente nebuloso; lo avremmo appreso solo crescendo, allorquando la nostra formazione culturale si sarebbe adoperata ad acquisire la dimensione della profondità. La frase era desunta da Jean-Paul Sartre e la profondità di senso che si citava condensata in uno stralcio dotato di molta approssimazione e poca veridicità filologica, è tutta svolta in Porta chiusa, drammaturgia sartriana per l’occasione messa in scena dalla compagnia romana Officina Dinamo.

Ciascuno sta solo nel cuor della fabbrica

“C’era una volta una città dove si producevano le nuvole: rosa, bianche, nere”; l’incipit da favola introduce quel che rivela ben presto favola non essere. Metti una scena vuota; metti su quella scena vuota un corpo e uno scheletro metallico e quel che prende forma, attraverso quel corpo, attraverso il suo contorcersi, piegarsi, flettersi attorno a quella struttura metallica, non è una favola, ma un triste regesto di cronaca di inizio millennio. Che replica tristi regesti di cronaca già abbondantemente reiterati in una fine millennio non ancora del tutto archiviata.

L'attesa ed il molteplice

Inconscio di una madre messo a nudo in un interno: denudato e narrato sfruttando al meglio le molteplici possibilità offerte dalla mimesi teatrale. Questo è La parola 'Madre', libero dichiarato tradimento dall'atto unico Emma B. vedova Giocasta di Alberto Savinio, messo in scena con felice congegno dalla compagnia “Teatro di Legno”.

Dell'interno solo la patina

Se Il mare non bagna Napoli è stato, per stessa ammissione dell’autrice, Anna Maria Ortese, libro “tra l’inchiesta e il racconto”, fuggevole da precisa caratterizzazione di genere, spaziando tra la narrazione letteraria ed il resoconto giornalistico nell’arco dei cinque racconti che lo compongono, parimenti nelle sue riduzioni teatrali è lecito assistere a declinazioni “di genere” dal respiro allargato.

Fecondo lucore

Officina teatro, spazio che s’apre alle spalle d’una serranda per farsi teatro. A fare teatro, Alessandra Asuni. Ma, quando a “fare teatro” è Alessandra Asuni, questa semplice locuzione, pur conservando tutto il suo potere poietico, s’accresce d’un farsi molteplice che declina in più ambiti, tutti abbracciandoli con densità di  senso trasmessa mediante immagini barbaglianti.

Il Pirata e la (ver)gogna

Immagini sbiadite di un ragazzo che corre in bici si ripropongono in loop nell’attesa che la scena si animi; e s’anima quasi cogliendo di sorpresa: una donna appassionata, come il rosso dell’abito che la fascia, dà voce senza consolazione a Tonina, la mamma di Marco Pantani: “Avevo un figlio, forse ne avete sentito parlare…”.

Il cinema che racconta il cinema

Roberto Rossellini, Anna Magnani, Ingrid Bergman: ovvero il triangolo che fece scalpore, suscitò clamore, andando a scuotere la morale retriva e bigotta dell’Italietta che arrivava ai primi anni ’50, in bilico tra macerie e ricostruzione, ma al tempo stesso proclive, come per un’indole endemica, ad appassionarsi a vicende che presupponessero di prender partito, sia che si trattasse di elegger beniamino uno fra Coppi e Bartali, sia che bisognasse pronunciarsi su monarchia e repubblica.

Drammaturgia informale

Il teatro e la memoria. Al Teatro 99 posti di Avellino va in scena Diario di viaggi, spettacolo sui generis che trasforma il teatro da luogo della rappresentazione in luogo della narrazione.
Ad aprire la scena, occupando inattesi l’assito, i Tammuriarè, musici popolari che fungono da preludio a ritmo di folklore e che col loro intervento sovvertono la ritualità del teatro.

Elegia di naufragi

Un Ulisse a rovescio: non eroe dal multiforme ingegno, che affronta dei mari la burrasca, proteso al ritorno alla sua Itaca petrosa, ma mezzo mozzo, marginal-man dal deforme contegno, senza un approdo cui anelare, senza una Penelope quantunque modesta sul molo ad aspettare. Costui è "'o Spicchiato", fulcro scenico di Acquasanta.

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