“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Michele Di Donato

La magica semplicità del talento

Mentre da un’oscurità che s’immagina lontana sciabordar d’acque annuncia equorea visione proiettata sul fondale, lentamente il buio degrada e lascia veder sorgere dai docili flutti, come ninfa dei mari, figura di donna avvolta in un manto. Scarna la scena, accessorio inessenziale al compiersi di un racconto per voce sola e polimorfa: Lucia Zotti “veste” la scena della sua presenza, dopo averla spogliata del velo bianco, unico drappeggio in ribalta che avvolge una sedia; tirato via il velo della realtà, comincia l’incanto della favola.

Lo stupore e la meraviglia

Lo stupore e la meraviglia. Le sensazioni suggerite dalla Cappella Sansevero spaziano veicolate da un un binomio inscindibile: lo stupore e la meraviglia che suscita la visione del Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, quel marmo che pare quasi respiri nell’atto d’esalar l’ultimo fiato; lo stupore e la meraviglia del fantastico, del magico, del sogno alchimistico di Raimondo di Sangro, del miraggio eterno della pietra filosofale.

A Gabriella Ferri, un omaggio garbato

Icona e anti-diva, emblema di romanità, voce calda e graffiante: Gabriella Ferri è uno di quei personaggi che in un ideale immaginario culturale si ritagliano un posto speciale nei cuori della gente. La si celebra non con l’elegia d’un rituale agiografico, ma con un garbo ed una misura che dal palco alla platea trasmettono la cura amorevole con cui di una figura cara si mantiene lustra la memoria.

Nell'era del "trash"

Sono anni questi ultimi in cui si è imparato a prendere confidenza col termine “monnezza”, nato dialettale, derubricato nell’uso comune; altro termine – questa volta d’acquisizione anglofona – con cui abbiamo preso confidenza in questi tempi di “monnezza” è “trash”, che poi vuol dire tutto sommato la stessa cosa, con la differenza che lo si può spendere ammantando la “monnezza” d’un allure esterofila.

Saffo, canzoni e nazisti

Un night club della Berlino degli anni ’40 fa da scena all’azione ed alla narrazione; la musica dell’epoca, portata dal vivo da una tastiera e un contrabbasso, ne scandirà colonna sonora seguendone l’evolvere passo passo. Io e Miryam è un’ibridazione, una pièce che condensa teatro-canzone e narrazione retrospettiva; ne è soggetto autoreferente una piccola diva capricciosa dei tempi del nazismo, che ripercorre la propria vicenda personale, segnata da un amore speciale, attraverso il quale avviene in lei la presa di coscienza di ciò che effettivamente avveniva fuori, nel mondo circostante a quell’universo ristretto concentrato negli antri fumosi dei night club, fatto di canzonette e champagne.

L'immaginario di un popolo

Capita sovente che, nell’approcciarsi a vicende storiche sentite come particolarmente contigue al proprio vissuto personale o all’immaginario collettivo da cui si proviene, si possa incorrere nell’inciampo della partigianeria smodata. Capita sovente che la lettura della storia sfoci in contrapposizioni manichee che sbilanciano la visione degli accadimenti e delle idee in una direzione univoca a cui se ne contrappone un’altra diseguale e contraria.

L'ambiguità del male

C’è una memoria persistente che non si placa mai; c’è una memoria persistente che getta inesausta il suo scandaglio su fasi della storia che progressivamente s’allontanano nel tempo, ma che non per questo cessano di esercitare un desiderio di approfondirne i meandri ed i risvolti psicologicamente – oltreché materialmente – rilevanti che ne hanno sotteso lo svolgersi. C’è una memoria persistente che s’accosta al nazismo, alla figura di Adolf Hitler e all’intero immaginario di un popolo – quello tedesco – e di un’epoca – quella del Terzo Reich – cercando di indagarne le dinamiche interiori.

Dove neanche la Merlin...

Dove va oggi il mestiere dell’attore? Che direzione ha imboccato? Quale dignità possiede oggi quel lavoraccio un tempo esecrato come fosse propaggine del demoniaco, eppure riconosciuto come magistero artistico? Oggi, al pari di altre professionalità, è vilipeso dal contingente, dalle leggi di mercato per le quali un teatro, un buon teatro, può arrivare a chiudere ed un attore, un buon attore, può rimanere orfano di scritture.

OPS! Abbiamo sorriso del tragico...

Al piano nobile di quel nobile palazzo chiamato de’ Liguoro, che insiste in Rione Sanità e nelle cui nobili stanze, impilati in scansie e scaffali, polverosi tomi variamente almanaccano di quarti di nobiltà, nobilmente s’impresta dimora al teatro; si svestono d’austerità pareti ed arredi e l’ampio salone che vien facile immaginare in altre epoche adibito a compìti trattenimenti nobiliari, s’atta a farsi scenario e platea, le stanze d’intorno a far da foyer e disimpegni di scena, l’affiatamento d’una compagnia – che pare proprio divertirsi a prodursi in azione – a riempir di nerbo drammaturgico l’insolita ribalta.

La scatola e il possesso

Metti una scatola in scena (o una scena in scatola); mettici dentro un attrice, cucile addosso gli abiti che Annibale Ruccello cucì addosso ad una ragazza umbra trapiantata a Latina, shakera con cura e misura ed ottieni Ti amo tanto che…, gemmazione congrua e valida di Anna Cappelli portata in scena a “diffusioneteatro” dalla compagnia ‘A Puteca.

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