“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Giovedì, 14 Maggio 2020 00:00

Il maturo equilibrio dell'ultimo disco dei The National

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In questo periodo di sospensione tra la vita ordinaria di qualche mese fa e il futuro che verrà (ma non si sa ancora bene quando), ho avvertito il bisogno di ascoltare un album che mi permettesse di riflettere, non solo in maniera personale, ma anche universale sulla vita e l’esistenza in generale; così ho pensato fosse arrivato il momento di riascoltare con attenzione l’ultimo ed ottavo album dei The National, una band alternative rock i cui componenti suonano insieme da venti anni, ed è proprio questa maturità artistica e personale a emergere in tutte le ben sedici track che compongono l’album I Am Easy to Find.

La band nasce a Cincinnati (Ohio, USA) nel 1999 ed è composta da Matt Berninger (voce), dai fratelli Aaron e Bryce Dessner (chitarra, pianoforte, tastiere) e dai fratelli Scott (basso) e Bryan Devendorf (percussioni). La capacità di dosare sapientemente il post punk revival con il folk del Midwest, cantautorato intimista e il sound più oscuro del nord Europa rende questo gruppo subito riconoscibile al primo ascolto e anche in questo ultimo lavoro ritroviamo le stesse atmosfere ma con uno slancio verso una ricerca continua, grazie anche al lavoro orchestrale e più classico dei fratelli Dessner, che rende questi artisti mai scontati o banali.
I Am Easy to Find inoltre presenta due importanti novità; è innanzitutto un lavoro corale che vede la partecipazione del regista Mike Mills, il quale oltre ad aver influenzato Berninger nella composizione dei testi, ha realizzato anche l’omonimo cortometraggio che ha accompagnato l’uscita del disco. Protagonista è la bravissima Alicia Vikander, vincitrice dell’Oscar come miglior attrice non protagonista in The Danish Girl nel 2016. Su uno sfondo totalmente bianco e nero si sviluppa la trama che consiste in circa centosessanta scene dedicate alla vita e alla crescita di una donna nei suoi ruoli di bambina capricciosa, adolescente insoddisfatta, di amante, amica, moglie e madre (ruoli forse volutamente scontati a sottolinearne la costante insofferenza), fino alla malattia e alla morte. Sembra che la vita in effetti si riduca un po’ a questo, a una serie di scene e ruoli che si ripetono per ognuno di noi in eterno, che ci rendono universalmente malinconici, grigi e impotenti un po’ come in un quadro Vilhelm Hammershøi.
Protagonisti quindi, nei testi di Matt Berninger, sono gli antieroi, uomini e donne comuni, tormentati dall’interno con slanci di coraggio ma oppressi da una forza esterna, indotti a comprimersi e richiudersi in se stessi ritornando in una sorta di stasi contemplativa.
Consiglio la visione del cortometraggio che nei ventiquattro minuti contiene un po’ tutti i pezzi dell’album per una comprensione ed un’immersione totale in questo ultimo lavoro dei The National, poiché è evidente che le stesse canzoni siano connesse alle immagini e viceversa; proprio il regista Mills ha dichiarato: ”Il corto è stato assemblato come se fosse musica e la musica è stata assemblata come se fosse un film”.
Ed è questa stessa atmosfera malinconica che caratterizza i testi e la voce da baritono di Berninger scritti insieme alla moglie Carin Besser. La collaborazione tra i due ci riporta alla seconda novità di questo album e cioè la presenza di molteplici voci femminili co-protagoniste dei brani; Gail Ann Dorsey (bassista e corista di Bowie) Sharon Van Etten, l’irlandese Lisa Hannigan, l’inglese Kate Stables, Mina Tindle (moglie di Bryce Dessner, praticamente con lei e Carin un affaire di famiglia) e Eve Owen. Queste voci non sono semplici cori da abbellimento ma rappresentano punti di vista, emozioni, riflessioni che si aggiungono a quelle di Berninger creando un tessuto sonoro discontinuo ma coerente.
L’album apre con il ritmo incalzante della batteria e degli accordi veloci e spezzati di chitarra della prima traccia You Have Your Soul with You resa elegante e impreziosita dalla voce di Gail Ann Dorsey che incontreremo anche nel secondo e terzo brano dell’album. Solitudine, paura di perdere l’altro, difficoltà di perdonarsi: and I just can’t find a way to forgive myself, insicurezza e rimpianti, tutte emozioni che caratterizzano un rapporto d’amore in crisi, dove a parlare è sia l’uomo che la donna, nessuna voce prende il sopravvento sull’altra ma coesistono in una perfetta armonia di toni ed emozioni. In Quiet Light, secondo brano, troviamo tematiche simili, forse ancora più introspettive, sottolineate dagli archi e dalle sonorità elettroniche, centro emozionale è il senso di abbandono: is that you in the quiet light, am I crazy? e il bisogno disperato di restare afferrati a ciò che è stato ormai perso, just call me I’ll come where you are. Nel terzo brano Roman Holiday protagonista è ancora la voce elegante della Dorsey che si incastra perfettamente con quella calda, familiare e rassicurante di Berninger, incorniciate da una batteria incalzante e un pianoforte classico.
Oblivion, quarto brano cantato con Mina Tindle, è una ballad matura, di facile ascolto, non certo una hit ma forse quella dal carattere più pop insieme a Light Year che chiude l’album. Ritorna il tema del rapporto di coppia, il matrimonio avvertito come un mutual needing o forse una dipendenza, ritroviamo nel testo anche il titolo del brano: I am easy to find but you know it’s never me.
Il quinto brano The Pull of You è un interessante stream of consciousness esistenziale, introspettivo di un uomo e una donna alla ricerca di se stessi, anche in questa occasione la voce femminile rappresentata da Sharon Van Etten non è un contorno ma co-protagonista con quella di Berninger che spinge la sua voce con più energia rispetto ad altri brani, mentre la batteria galoppante e il piano si rincorrono come in un labirinto in cui i personaggi e con  loro i pensieri cercano una via d’uscita, come se fossero in apnea, nell’attesa di ritrovare la superficie e ritornare a respirare.
L’acqua in effetti è spesso presente: la pioggia, la piscina, la tempesta come in Her Father in the Pool e Underwater, rispettivamente traccia 8 e 15, entrambe strumentali e accompagnate dal solenne coro quasi angelico delle voci del Brooklyn Youth Chorus. La musica, i cori, sembrano suggerire ancora una volta uno stato di apnea, un’immersione nella propria anima, nello strato più profondo del sé, nelle memorie e nelle cicatrici del passato e le voglia di dimenarsi, di riemergere per ritornare in superficie e nel proprio presente lasciando il passato alle spalle.
Finalmente, quasi al centro dell’album, ci si imbatte nel brano che ne ha dato il titolo, I Am Easy to Find cantata con l’inglese Kate Stables. Qui Berniger si presenta come un semplice newyorkese, una persona comune, “facile” eppur complessa e cosciente dei propri limiti, un antieroe per l’appunto: there’s a million little battles that I’m never gonna win, si descrive anche come an academy of lies. Assolutamente piacevole nel finale il sound orchestrale impreziosito dagli archi e dalla voce della Stables accompagnata dal piano, evocativa ed eterea seguita da un beat elettronico.
La track numero 9, Where Is Her Head, cantata insieme ad Eve Owen, è composta da due soliloqui, un uomo e una donna si incontrano in unico canto percorso da domande quasi ossessive e disperate: is she sleeping? Where are her hands? (...) Is she going out?. Questo è uno dei brani che trovo più interessanti anche sul piano musicale, finalmente la batteria si fa incalzante, a tratti galoppante, con diversi cambi di ritmo la chitarra con i vari effetti si fa più decisa e crea un sound un po’ oscuro e intenso: I hate loving you as much as I do I think I'm runnin' away The dark storm you bring, sul quale le due voci si mescolano perfettamente.
L’America, con le suoi contraddizioni, la sua superficialità, è da sempre presente, sin dai primi album dei The National, una band che si è schierata apertamente con Obama e poi con Hillary Clinton. Quell’America malata e debole ritorna anche in quest’album nelle tracce Rylan e Not in Kansas. La prima è una critica sociale: don’t you want to be a popular culture? (...) Everybody loves a quiet child (...) Everybody got nowhere to go (...) Everybody want to be amazing. Berninger dipinge un quadro di solitudine sociale di hopperiana memoria in cui tutti assomigliano a chiunque altro, realtà descritta con estraneazione e con pungente ironia: Eat your pearls on Sunday moring keep your conversation boring.
In Not In Kansas invece il sound è decisamente più folk, ricorda le sonorità di Leonard Cohen, qui Berninger abbandona l’amarezza di Rylan e appare più riflessivo e malinconico. Ritorna al passato, non senza dolore, riaffiorano alla memoria i ricordi, i primi ascolti (nomina i REM e gli Strokes), inizialmente il cantante si racconta con chitarra e voce e poi la musica cambia registro; si fa strada il coro formato dalle voce di Kate Stables, Gail Ann Dorsey e Lisa Hannigan, entrano in gioco gli archi e poi il piano, tutto si presenta molto solenne ed evocativo grazie alle melodiche orchestrali studiate dei fratelli Dessner. Not In Kansas è una piccola perla che ci offre il Berninger più intimista e riflessivo nella sua regressione al passato in cui ricorda quando viveva in Ohio, le persone, la cultura, i colori, gli odori, e che ha lasciato l’adolescenza e l’innocenza in fondo rendendosi conto di non essere mai realmente cambiato portandosi dietro quella realtà più provinciale anche nella grande metropoli: I won’t have the balls to punch a Nazi, Father what is wrong with me?.
So Far So Fast e Hairpin in Turns ripropongono temi e suoni presenti già in alcuni brani precedenti mentre il brano numero 12 Dust Swirls in Strange Light sembra quasi una preghiera grazie alle voci Brookling Youth Chrorus, accompagnate dai suoni orchestrali e elettronici che donano una certa sacralità al brano, ma è anche una di sintesi del cortometraggio di Mills, infatti alcune frasi del testo appaiono proprio nelle varie scene del girato.
A chiudere l’ottavo lavoro dei The National è la traccia Light Years, una ballad matura, romantica, elegante, quasi pop, composta da piano e voce, ultima riflessione del cantautore sui rapporti e le relazioni tra uomo e donna. Beringer qui riflette su quanto si possa essere anni luce distanti da chi si ama quando le incomprensioni, o semplicemente le abitudini, entrano in gioco, quando giorno per giorno avanza l’incomunicabilità ed è già troppo tardi, e si è già troppo lontani per ritrovarsi: You could have been rifht there next to me, and I’d have never known.
I Am Easy to Find non è sicuramente un album “facile”, non ci si può avvicinare con superficialità ma richiede un ascolto attento, ripetuto (consiglierei almeno quattro volte) perché questo ultimo lavoro dei The National in ogni traccia è una ricerca della perfezione tra testo, musica, voci e immagini quasi in opposizione a quella che è invece la condizione di imperfezione dell’uomo e in generale delle nostre vite. La copertina in bianco e nero con qualche pennellata di colore ci dà forse una flebile speranza, in ogni pennellata c’è l’individuo, la sua anima e la sua unicità che deve difendere a costo anche della solitudine.
Resta un’ultima questione irrisolta: ma se è davvero così facile “essere trovati”, c’è davvero qualcuno che sta cercando ognuno di noi?





I Am Easy to Find
The National
voce
Matt Berninger
chitarra, basso, pianoforte, armonica, mandolino, cori
Aaron Dessner
chitarra, pianoforte, cori
Bryce Dessner
basso, chitarra, cori
Scott Devendorf
batteria, cori
Bryan Devendorf
voci
Gail Ann Dorsey, Lisa Hannigan, Eve Owen, Diane Sorel, Kate Stables, Mina Tindle, Sharon Van Etten
cori
Brooklyn Youth Chorus
masterizzazione
Greg Calbi, Steve Fallone
mixaggio
Peter Katis
management
Alison D'Arrigo, Shaun Gibson, Jamie Heaslip, Grant Manship, Wayne Petti, Brandon Reid, Julia Willinger
produzione
Mike Mills, The National
etichetta
4AD
tracklist: 1. You Had Your Soul With You; 2. Quiet Light; 3. Roman Holiday; 4. Oblivions; 5. The Pull of You; 6. Hey Rosey; 7. I Am Easy to Find; 8. Her Father in the Pool; 9. Where Is Her Head; 10. Not in Kansas; 11. So Far So Fast; 12. Dust Swirls in Strange Light; 13. Hairpin Turns; 14. Rylan; 15. Underwater; 16. Light Years

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