“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Lunedì, 06 Luglio 2020 00:00

Gnut live in una notte di mezza estate

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“Magari fuss’ tu l’ammore ’o vero,
Io ’ngopp all’acqua cammenasse a pere,
’E viecchie addeventassero criature,
E ’a pietto scumparesse ogni paura”
 (Alessio Sollo)

 
 

Breve premessa per il lettore; fatti, descrizioni, opinioni saranno del tutto soggettivi e racconterò in questo articolo, quelle che sono state la mie personali sensazioni ed emozioni di una serata, del live di un cantautore che da alcuni anni mi ha regalato canzoni alle quali sono legati ricordi ed emozioni.
Dunque vi toccherà “vedere” e “sentire” attraverso i miei occhi e le mie percezioni.

Lettore avvisato, ripartiamo! Dopo mesi di astinenza da live, causa pandemia, e dopo aver constatato annullamenti e posticipi di festival e concerti vari, cercavo disperatamente una soluzione e scorrendo annoiata la home del mio Facebook (e poi malediciamo i social) leggo che Gnut, cantautore napoletano, alias Claudio Domestico, è in concerto a Bacoli al Bar/co Cerillo, una bella realtà flegrea, uno spazio di ristoro, aggregazione, cultura e musica. Giro subito la notizia agli amici, e trascorro la settimana pensando che nonostante il caldo, la Tangenziale di Napoli e lo stress, il venerdì seguente potrò godermi il meritato riposo e un bel live. Nell’attesa ripasso tutte le canzoni di Claudio e convinco mio figlio a unirsi a noi, perché posso accettare che ascolti Mahmood ogni tanto, ma se canticchia Mediterranea di Irama bisogna fare subito qualcosa, non ci si può distrarre un attimo con questi adolescenti!
Nonostante il consueto traffico estivo della costa flegrea, l’afa crescente e le lagne di mio figlio raggiungiamo il Parco e quando siamo lì mi sento catapultata in un oasi di pace, facce amiche, alberi e piante, luci soffuse (ho la fissa per le lucine, lampadine, candele, a ognuno le sue) sembra davvero di essere tornati alla normalità, misurazione della temperatura a parte.
Ore 22:00 circa, si parte: un piccolo palco su cui spunta la scritta della manifestazione “Musica En Plain Air”, ancora lucine (sììììì!) due sedie, due microfoni, una chitarra (da Claudio chiamata "ciaccarella") intorno tante persone in religioso silenzio che aspettano l’inizio della magia. Arriva così Gnut, si sistema, saluta e parte con il primo pezzo voce e chitarra, e per un amante del minimalismo sonoro come me non serve altro.
Per chi non conoscesse Gnut, (ma davvero qualcuno non lo conosce ancora?) è un cantautore e musicista napoletano attivo almeno dal 2003, negli anni ha realizzato diversi dischi, l’ultimo nel 2018 è L’orso ’nnamurato che vede la partecipazione del poeta Alessio Sollo, autore dei testi, anche lui presente all’evento e con cui ha duettato nel corso della serata. Gnut ha anche collaborato con numerosi artisti e musicisti e suonato con Afterhours, Kaki King, Marta sui Tubi, Foja, Piers Faccini, Cristina Donà solo per citarne alcuni. Tra le canzoni suonate nella prima mezzora cito Non è tardi, canzone pubblicata nel 2014 dal sound folk quasi country nella versione registrata, Nu poco ’e bene,pezzo noto addirittura a chi conosce poco Claudio e amata anche dai fan dei primi anni; da qui in poi ecco che si fa viva la partecipazione del pubblico che inizia a cantare all’unisono, perché in fondo quello che desideriamo tutti è solo “nu poco ’e bene”. Segue Passione,eccellente reinterpretazione di una delle canzoni napoletane più celebri sulla sofferenza d’amore, scritta nel 1934 da Libero Bovio, e musicata da Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente. Altri due pezzi che amo Dimmi cosa resta,dal ritmo etno che ricorda le influenze afro, e Credevo male, dolce amaro testo “credevo che l’amore facesse solo stare bene ma credevo male” con una chitarra che suona alla Nick Drake. Arriva anche il primo aneddoto della serata: per presentare la canzone Solo una carezza, Claudio fa una regressione alle sue radici e ricorda la sua bisnonna protagonista suo malgrado di un amore violento raccontandoci così anche il lato oscuro di un sentimento che non può essere quell’ammore ’o vero, chillu bene che protegge e cura l’amata, ma è invece un bisogno primitivo e irrazionale di possesso.
I pezzi di Claudio appaiono caratterizzati dunque da una serie di influenze che partono dalla tradizione della canzone napoletana al blues ai ritmi etno e al folk inglese, ma quello che rende riconoscibile il “marchio Gnut” è sicuramente la capacità di emozionare, di bloccare il respiro e il tempo, di tenere l’attenzione viva su di sé e non stancare mai l’ascoltatore con le sue storie che risultano vere, pregne di vissuto e di esperienza con un retrogusto amaro e quando parla d’amore non è mai stucchevole seppure risultando dolce ed elegante. Saper scrivere e raccontare i sentimenti non è un esercizio facile, ci vuole sensibilità e cuore ed è quello che viene fuori da ogni corda sfiorata. Mi ricorda, a guardarlo, proprio un cantastorie: con la sua chitarra e la sua voce bassa sussurrata e profonda parla di solitudini, insicurezze, pentimenti, amarezza ma, proprio quando una lacrima potrebbe rigarti il volto, riesce a strapparti una risata con semplici battute tra un pezzo e l’altro e ti sembra un tuo amico con cui prenderesti volentieri una birra e parleresti fino a tardi. Forse quest’attitudine è parte anche della nostra cultura partenopea, quella capacità innata di cavarsela e di trovare un sorriso in ogni situazione, anche la più buia.
Ed è proprio dall’amicizia, e da questa sensibilità e capacità di ridere di sé e dei propri guai che è nata la collaborazione con Alessio Sollo, i due seppur provenienti da realtà musicali diverse − Sollo da ambienti punk − sono legati da un rapporto umano prima che professionale. Raccontano, tra un sfottò e l’altro, un aneddoto sulla composizione del pezzo L’ultimo penziero, uno dei più amati dai romantici masochisti come la sottoscritta. La canzone trova ispirazione da un post trovato insieme su Facebook che citava Bukowski, nello specifico la frase “tutto si riduce all’ultima persona a cui pensi la notte, è lì che si trova il cuore”. Insieme cantano poi Nu bicchiere ’e vino, Vulesse vulasse, la bellissima Uocchie senza cuore e Robba mia, pezzi impreziositi da testi poetici, risultato delle straordinaria sensibilità di Claudio e Alessio in cui l’amore è il protagonista indiscusso, un amore, che come vuole la tradizione napoletana è sempre tormentato o impossibile, che sembra essere destinato a restare ricamato in una poesia o in una canzone per non trovare mai la sua dimensione reale.
Arriviamo purtroppo agli ultimi minuti del concerto ed è il momento di chiamare i rinforzi e sul palco arrivano altri due artisti e amici: Andrea Tartaglia e Gino Fastidio per un finale col botto; insieme intonano un altro dei pezzi più famosi ed amati L’ammore ’o vero. Il risultato è un emozionante coro che arriva dritto al cuore e noi che siamo lì ad ascoltare siamo tutti evidentemente travolti − eh sì qui la lacrima di commozione ci sta − mettici pure il sonno e la vodka lemon, hai proprio tutte le difese emozionali a pezzi, ma ben venga penso, siamo vivi! Notevole l’acuto in lingua inglese di Alessio Sollo, meno di impatto la presenza di Gino Fastidio che si è limitato a fumare, ma già guardarlo fa simpatia ed ha “alleggerito” il clima melanconico che il pezzo ha generato.
Come ogni concerto che si rispetti arriva la richiesta del bis con tanto di canzoncina “se non suoni l’ultimo noi non ce ne andiamo” e pensi: anche qui! Ebbene sì, ma ecco che Claudio ci regala un altro dei miei pezzi preferiti, Controvento che ci lascia con un invito a ritrovarsi e quindi con una speranza.
Finito il concerto tutti ci sentiamo più “leggeri”, Claudio ci ha fatto sognare, pensare, innamorare, piangere ci ha fatto lanciare il cuore alle stelle per poi riprenderlo e ci ha fatto ritrovare, ed è forse proprio questo che un cantautore dovrebbe riuscire a fare con il proprio pubblico.
Ah, poi con mio figlio è andata alla grande, ha ascoltato tutto il tempo con occhi sgranati e la bocca aperta, con quella ingenuità priva di preconcetti che caratterizza i bambini; si è steso sull’erba accanto al palco e alla fine è corso da me dicendomi “mi è piaciuto un sacco, voglio suonare la batteria”, ovviamente strumento non presente sul palco (mah!), mi ha poi preso il telefono dalla borsa e si è gettato incontro a Gnut, Sollo e Tartaglia chiedendogli una foto che certamente conserveremo insieme alle altre che raccontano di belle esperienze condivise insieme nel nostro percorso speciale madre/figlio. 





Musica En Plain Air
Gnut
con Alessio Sollo, Andrea Tartaglia, Gino Fastidio
Bacoli (NA), Bar/co Cerillo, 3 luglio 2020

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