“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Giovedì, 02 Giugno 2016 00:00

A spasso con Flo nel posto di mezzo

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Ci sono posti in cui la città cede il passo alla campagna e tutto si fa di mezzo. A metà strada. Sono i luoghi anfibi, dove proliferano visioni e passioni, matti e incontri indimenticabili. Avrete notato come sono carichi di suggestione: piazzette inattese, crocicchi, caffe d’angolo. Panchine scrostate da cui guardare un panorama inaspettato. Immaginate di farvi un giro in questi luoghi di margine: immaginate, e poi fatelo davvero. Ascoltando Il mese del rosario di Flo.

Floriana Cangiano negli ultimi anni sta pensando, scrivendo e interpretando in molte lingue, dal napoletano al catalano, dal francese al portoghese, una delle migliori canzoni della scena musicale italiana ed europea. La sua canzone si avvale di tre fenomenali musicisti: Ernesto Nobili, chitarrista e produttore artistico dal suono totale e dalle idee impossibili, ma di quell’impossibile che si realizza sempre; Michele Maione, tra i più dotati percussionisti europei, uno che a vederlo muoversi sul palco ti dà la sensazione di fare la cosa più complessa così, con niente, come se stesse respirando; poi Marco Di Palo al violoncello: a quadrare, da buon architetto, i suoni di una miscela perfetta. L’etichetta è Agualoca Records di Davide Mastropaolo, produttore illuminato, che è un modo di chiamare chi si relaziona al contempo con l’estero e con l’Italia, chi lavora per far arrivare la qualità a molti.
Compagni di un viaggio che si è mosso dagli orizzonti lontanissimi di D'amore e di altre cose irreversibili, navigazione funambolica in acque a volte quiete altre molto mosse, acrobazie linguistiche e sonore praticamente senza freni, per approdare a questo spazio tra palazzi e campagna, tra metropoli e moletto addormentato che richiama, appunto, Il mese del rosario. Album importante, come si capirà ancor meglio nei mesi a venire. Introdotto efficacemente da Vulìo che in napoletano sta tra il desiderio fisico e la malia mentale. Il vulìo è incarnato da un sussurro all’orecchio, un gorgheggio sensuale come invito a un percorso che, appunto, si fa labirintico. Intrigante in senso stretto. Non più libero di solcare gli spazi infiniti, deve sgambare tra le case e le finestre degli altri scoprendo, d’incanto, la magia sbilenca degli affacci. Di una gabbia da cui la famigerata paloma di tanta canzone, questa volta, non vola. "Segno di sventura", avverte Flo e sembra suggerire, ai passanti incauti, di andarci piano. Perché è in agguato una voglia incontrollabile. Dunque un attimo: prima di continuare rimettiamo piede, ancora per un po’, nelle estremità della città grande. Dove troviamo Bellissima presenza, unica traccia ‘politica’ dell’album. A parodiare, enfatizzandola, la dote pretesa nelle offerte di lavoro di un paese feroce che calpesta meriti in nome della faccia giusta, quella “che fa il picco di share” ma che soccombe al retorico “ho buone notizie per lei: per quella cattedra vuota siete tremilaesei”. Nel video una giostra di periferia evoca l’altalena da nulla che è diventata il mondo del lavoro e il suono orecchiabile ironizza, amaramente, sul contrasto tra i colori accesi di un palco evanescente e la terribile realtà delle prospettive zero.
Meglio tornare negli anfratti di questo ‘luogo-luogo’, per rovesciare l’intuizione di Marc Augè, dipinto da Flo e compagni. Meglio darsi alla libertà del corpo. Anche quello venduto. Perché nei posti d’angolo è vicina la strada e le donne che la battono, si annida la vita e chi la fa. Le prostitute. Magari quelle di un convento dove finivano a fine carriera ma da cui spesso volevano scappare, trovando la fame di uomini di chiesa in vena di peccato: “Miseria per miseria me tengo a’ libbertà / la chiesa mi condanna, Gesù mi capirà”. Una storia che Floriana ha ascoltato per caso e poi trasformato in invenzione letteraria potentissima: “Beata fuje la femmena che venne ammore/ na vota cu piacere e ciento cu dulore”. Un continuo gioco di parole a incastro, neologismi, filastrocche distorte, assonanze che quando sembrano prendere il largo dal senso ci arrivano prima, come ogni buona lirica. La musica vorticosa, strumenti a briglia sciolta, sconfina in un cross over tra generi inediti per il folk cui il quartetto ha abituato. Pezzo da ‘pogare’ se lo si ascolta col corpo, brano cui darsi all’esegesi appena arrivano le parole. Pezzo che racconta donne fiere, comunque, orgogliose di vendersi senza svendersi. Simili alla protagonista di Quale amore: qui parla, in una Spoon River ritrovata, al suono dell’arpa di Vincenzo Zitello, una donna morta per le violenze di un piccolo uomo. Accade spesso nei luoghi incontrollati di assistere al dispiegarsi della libertà e poi di imbattersi in uno che quella libertà non sopporta. Forse lo stesso che dà luogo al delitto tragicomico di Controra arancione: una storiella cascata da un film di Germi, una cosa alla Alfredo Alfredo, apparentemente spensierata e ironica, eppure di colpo finita nel sangue. Traccia veloce e irresistibile, piena di colori musicali e battute riuscitissime, sterzate e provocazioni punk rock. Un’altra giostra.
Mentre con Freva e criscénza gli spazi si fanno ancora più stretti. Entriamo in una casa. In una stanza di bimba ammalata. C’è una nonna che pratica un antico esorcismo contro il male fisico e mentale che affligge la piccola. I suoni sono appena accennati per rispettare il malessere e accompagnare la sacralità del rito. Poi di colpo si intensificano e l’aria è, appunto, sempre più febbrile. Le parole si fanno misteriche, di un napoletano arcano e affatturato. Il lavoro sul testo è ancora una volta mirabile: “Riren ‘e cose se moven ‘e mure / te faccio ll’uocchie s’ ammuccia ‘a paura / ‘o niente / me jenche”. Il niente mi riempie. Un lessico votivo e vivissimo, pieno di ferite e di forza autentica. Quasi ad omaggiare la stella cometa del lavoro di Flo, Rosa Balistreri. Celebrata con ben due brani, quelli finali, bestemmie scagliate con rabbia (Buttana di to ma') e anatema (Terra can un senti). Che, come si dice, non fanno prigionieri, mentre ormai sul posto di mezzo si è fatta notte.

Al centro − come sbagliarsi? – il capolavoro: Ad ogni femmina un marito, brano che ha sbancato “Musicultura” l’anno scorso. Qui siamo dalle parti del cinema d’autore. Il piede che prima era in città ora si sposta decisamente in un paese. Uno di quelli alla deriva, dove neanche si riesce ad organizzare la rituale festa del santo patrono. La telecamera a voce si sposta dalla stazione a uno scenario dopo la pioggia: il testo sceglie di nascere in levare, con “Rimane del treno / la nube di polvere e fumo” e “e del temporale / pozzanghere nere”. Poi costruisce, ripartendo con verbi all’infinito, “Giocare ad andare alla guerra… giocare a vendere amore”, incalzando, dopo, con immagini sempre più fitte: la processione, la banda, gli uffici di un comitato di festa. Pausa. Il volo d’angelo è funzionale al fermo immagine. Una giovane donna considera ciò che le raccomanda, sghignazzando, la madre: “Ma quanti sogni hai? … Non perdere tempo con la libertà, la rosa si appassisce in fretta”.
Ci sono molte voci, in questo brano. Tante quante le cose da considerare crescendo. Dall’autrice considerato il suo miglior pezzo, ha avuto il passo di un classico prima ancora di prendere a circolare. Inducendo alla distinzione tra il già visto e il deja-vu, fenomeno della psicologia prima che della fruizione culturale. Tra archetipo e stereotipo, per dire. Questo brano trascina in luoghi nuovi ma che possono già appartenere a molti.
Chi lavora sullo stereotipo non fa sforzi, diversamente ci vuole tempo, fatica e uscita da sé. Flo e compagni hanno trovato e poi fatto detonare l’equilibrio tra la divulgazione e l’autorialità, sia nella musica che nei versi. Il racconto oscilla tra la fedeltà di cronaca e la resa di pancia, tramite lo strumento più immediato che esiste. Si chiama poesia ed è un mezzo − a volte lo si trova nei posti di mezzo − per pochi.


 

 

Il mese del rosario
voce Flo
chitarre, bouzouki, basso Ernesto Nobili
violoncello Marco Di Palo
percussioni, batteria, catrascino, mandola Michele Maione
etichetta Agualoca Records
anno 2016
sound-tracks 1.Vulìo; 2. Bellissima presenza; 3. Malemaritate; 4. Ad ogni femmina un marito; 5. Freva e criscénza; 6. Controra arancione; 7. Quale amore; 8. Buttana di to ma'; 9. Terra ca nun senti

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