“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Sabato, 02 Febbraio 2013 06:06

Dell'interno solo la patina

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Se Il mare non bagna Napoli è stato, per stessa ammissione dell’autrice, Anna Maria Ortese, libro “tra l’inchiesta e il racconto”, fuggevole da precisa caratterizzazione di genere, spaziando tra la narrazione letteraria ed il resoconto giornalistico nell’arco dei cinque racconti che lo compongono, parimenti nelle sue riduzioni teatrali è lecito assistere a declinazioni “di genere” dal respiro allargato.

Ed è così che Interno familiare – il secondo dei cinque racconti che compongono l’opera – s’è prestato, nella rilettura di Paolo Coletta andata in scena al Ridotto del Mercadante, ad una rielaborazione in chiave musicale.
La scarnificazione della scena, ridotta ad un cubico podio nel mezzo e ad un fondale cangiante che dal blu oltremare dell’inizio, s’è prestato dipoi ad offrire silhouette in controluce, ha concorso a canalizzare la vicenda umana di Anastasia Finizio in un racconto musicale a cinque voci, arpeggiato in una partitura che è parsa in taluni passaggi pagar soverchio dazio alla trasformazione in verso cantato del narrato per iscritto.
Se l’intento era di dar vita ad un musical, ci sentiamo di dire che l’esperimento è riuscito a metà, mentre avanzando un’analisi teatrale a tutto tondo, si può affermare che ne viene fuori un’ibridazione di genere che, tutto sommato, funziona anche discretamente, avvalendosi di voci notevoli nell’estensione e nell’interpretazione, suggerendo alla mente dello spettatore analogie con le riduzioni disneyane di talune favole in cartoni di animazione (e pensiamo segnatamente a Cenerentola, cui a spanne può far pensare il personaggio di Anastasia Finizio, sia pur senza scarpetta né lieto fine).
Sulla scena, tutta al femminile, modulano racconto canoro cinque figure in un interno; interno familiare, ma soprattutto minimale, non incorniciato, come si è detto, da suppellettili ammucchiate né da accenni d’ambiente, ma, in ottemperanza al verismo psicologico del racconto della Ortese, tutto affidato, quasi confinato, nell’interiorità della protagonista della vicenda, Anastasia, donna non più giovane né mai bella, che vede nell’arco di una giornata particolare – un 25 dicembre degli anni ’50 – rifiorire e baluginare un sogno di sopita gioventù, per poi patirlo svanito nel grigiore disilluso di un ritorno alla mesta realtà.
Ma quel che manca, in questo Interno familiare, è la percezione tangibile del cupo languore che s’agita nell’anima della protagonista, che solo per brevi tratti promana dalla scena, così come poco caratterizzate ed emergenti risultano le altre figure che concorrono a tratteggiare nella pagina scritta il quadretto desolato e sfiorito di un’umanità piccolo borghese che vive di piccole ambizioni, per giunta disilluse, inquadrate in una quotidianità in cui le tinte dominanti scolorano fino a sbiadire.
È come se dell’Interno, complice la scelta stilistica della commedia musicale, riuscisse a trasmettersi solo la patina.

 

 

Interno familiare
tratto da Il mare non bagna Napoli
di
Anna Maria Ortese
con Monica Assante di Tatisso, Daniela Fiorentino, Ivana Maione, Antonella Romano, Peppa Talamo
drammaturgia, musica e regia Paolo Coletta
costumi Zaira de Vincentiis
disegno luci Gigi Saccomandi
produzione Teatro Stabile di Napoli
durata 50’
Napoli, Ridotto/Teatro Mercadante, 30 gennaio 2013
in scena dal 29 gennaio al 3 febbraio 2013

 

 

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