“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Giovedì, 13 Marzo 2014 00:00

Il mio De Gregori

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Mi sono imbattuta in lui in un giorno qualunque, perché sempre nei giorni qualunque accadono i fatti straordinari. Gli incantesimi. Come spesso capita quando ci troviamo al cospetto dei geni, quelli che hanno parole che ti attraversano e quando ti alzi dalla sedia non sei proprio più la stessa di prima; quando hai la sensazione infantile di aver scovato un tesoro, ma lo hai scoperto solo tu ed il mondo ne è insospettabilmente all’oscuro e sta a te divulgarlo per salvare l’umanità; quando a sedici anni mi venne a trovare Montaigne, con i suoi Saggi, o a trenta Marquez o a quaranta Tolstoj (in realtà Tolstoj era passato anche prima, ma evidentemente non avevo sentito bene). Insomma. Quando ti chiedi, incredula: “Ma come avrò fatto a vivere prima, ignara e ignava?”.

E quel giorno l’incantesimo avvenne in un attimo: le fate sono assai svelte nelle loro faccende e gli incantesimi si realizzano in una manciata di secondi; ma per scioglierli poi capita che non bastino cent’anni. Quel giorno mi trovai a leggere questo: ”…ora i tempi si sa che cambiano, passano e tornano tristezza e amore; da qualche parte c’è una casa più calda, sicuramente esiste un uomo migliore...”. E io fui affascinata da questa idea di molte vite possibili, sentivo echi di un rimpianto sedimentato e di un’umiltà di sentimenti non espressi come si dovrebbe, come si vorrebbe. Così, per la prima volta, ascoltai Renoir: e non fu esattamente solo un suono. Fu una sensazione tattile, una polvere di stelle, un brillìo di fuochi artificiali. Fu allora che compresi che potevo “pettinarmi i pensieri” (di sicuro li pettinavo anche prima, ma le acconciature che ne risultavano erano senz’altro differenti).
Quindi cominciai la mia caccia febbrile, assetata di parole nuove, di messaggi intrisi di oscuri significati e, sebbene spesso il senso globale di un testo mi sfuggisse (mai capirò “i tuoi quattro assi, bada bene di un colore solo”), oppure mi apparisse ogni volta nuovo, differente dalla volta precedente, restava l’emozione. L’emozione di una sola frase che valeva tutto l’incomprensibile, che cominciava a viaggiare con me, nel bagaglio invisibile (e nemmeno tanto) che ciascuno porta con sé. E ho imparato che con lui nulla è immediato, perché, seppure al primo ascolto nessuna corda sembra muoversi, e tutto sembra molto innocuo e continui a chiederti per qualche secondo dove hai sbagliato, o cosa volesse dire, o come puoi farti fregare sempre e credere a qualunque cosa, anche a una musica con dentro le parole, poi ti fermi. Ascolti ancora, metti in funzione altri tipi di decodificatori, richiami all’ordine un po’ di cuore, metti in standby il cervello, fai risalire profumi da luoghi dimenticati; perché è allora, quando hai perso la speranza, che arriva il fremito, come  un solletico dell’anima. E allora insegui un’immagine, ma un’altra irrompe all’improvviso e spazza la precedente e sei sospesa aspettando che l’ondata passi, ma invece ne arriva una più alta e non basta immergersi sotto il pelo dell’acqua, come si fa al mare con le onde grosse; ne sei travolta e hai l’indubitabile certezza che mai nessuno ti lascerà più così appagata e insieme attonita, perché dice ciò che vorresti dire tu, ma non hai mai saputo farlo, forse nemmeno pensarlo così bene.
In Ti leggo nel pensiero (e già un titolo così inquieterebbe qualunque donna) riesce ad essere così lieve e non riuscirai mai a capire se è lei a non volerlo più o semplicemente hanno deciso di smettere di tormentarsi (“Faccio a pugni con te, poi ti vengo a cercare”); ma è una sofferenza calibrata, di un uomo che sa quando è il momento di uscire di scena, struggente senza essere patetico, di una eleganza di altri tempi. “E mi domando perché, ti dovrei chiamare, tutte le volte che passi e ti fermi lontano, lontano da me”. E ancora si respira il senso comodo di predestinazione che non mi appartiene, ma che ho sempre invidiato, perché assolve, alleggerisce. “Sarà come sarà, se sarà vero. Sarà come sarà. Sarà che mi dirai vai avanti e poi nasconderai la fine del sentiero, però… ti leggo nel pensiero”. Ma, al contempo e in contrapposizione, c’è anche un senso titanico dell’esistenza, una forza che senti quasi dietro di te nel desiderio di rialzarsi, di non soccombere: ”... sarà che inciamperò da qualche parte e poi ripartirò da zero”.
“E chiedimi perdono per come sono, perché è così che mi hai voluto tu”. Questo delegare le responsabilità affranca, e potrebbe fare anche rabbia se non fosse scritto così bene. Che non è altro che quello che dice in Atlantide: “la perdono per averla tradita”. Perché è vero che siamo responsabili solo delle nostre azioni, ma ciascuno di noi è un motore che innesca un altro motore e suscita comportamenti variegati; e questo meccanismo dell’azione e reazione, della manifestazione di parte del nostro essere solo a seconda di coloro che abbiamo di fronte è quella che io chiamo “la teoria degli incastri umani”.
Il tema dell’amore è ricorrente, ma mai ridondante e per nulla esclusivo. L’amore è un pretesto per raccontare, e non è mai scontato, riesce a stupire anche dietro a un titolo all’apparenza inflazionato come Sempre e per sempre (che scioccamente sulle prime, infatti, avevo ignorato). Invece Sempre e per sempre è un vestito appeso in un outlet, rischi di non notarlo, a meno che non ti prendi la briga di entrare nel camerino e provarlo. Ed ecco che la luce cambia. Sembra un altro vestito perché ha un taglio perfetto, non tira, non si arriccia, accompagna il tuo corpo senza avere la pretesa di farlo apparire migliore. È una canzone sulla fedeltà dei sentimenti e non necessariamente dei comportamenti; o meglio, sulla solidità e autenticità dei sentimenti veri, che non possono mai cambiare, sebbene ”pioggia e sole cambiano la faccia alle persone”, ma sono solo flussi quotidiani. Ma questa solidità nel sentire, questa forza che si mantiene viva dentro di noi per l’oggetto amato, nonostante le vicissitudini bizzarre di ciascuno, non è appannaggio di tutti. Perché “Ho visto gente andare e perdersi e tornare; e perdersi ancora. E tendere la mano a mani vuote. E con le stesse scarpe camminare per diverse strade o con diverse scarpe su una strada sola”. Ma “tu non credere se qualcuno ti dirà che non sono più lo stesso ormai: pioggia e sole abbaiano e mordono, ma lasciano il tempo che trovano”. E qui il finale diventa maestoso, in un crescendo di violini che ti porta a trattenere il respiro, perché senti che sta succedendo qualcosa: ”E il vero amore può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai. Sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai”. Quanta serenità infonde poter credere che tutti gli amori non sono mai davvero perduti, ma sono solo custoditi in qualche stanza e, se apri una porta, puoi sentirli con la stessa forza di sempre. E per sempre.
E quanta casualità c’è nell’incontrare qualcuno che ci somigli, tra le miriadi di incontri possibili, ritrovarsi a cena di fronte a chi sentiamo affine pur senza ancora conoscere (“… e scusa la domanda, ci siamo mica conosciuti già, in una vita precedente o solamente qualche giorno fa. In una vita differente o solamente qualche tempo fa.”), tema sicuramente non originale, ma attenzione. In realtà si percepisce palpabile la casualità di un evento così eccezionale, che è il tema  di Falso movimento. Perché è proprio questo, un falso movimento che ci catapulta di fronte a qualcuno che ci fa vibrare (“sarà stato un appuntamento o la forza di gravità oppure un falso movimento a scaraventarci qua”) e noi siamo in balìa degli eventi, delle nostre emozioni, perché ci racconta l’amore come non l’abbiamo mai pensato: come un ragazzino discolo e beffardo, su cui non abbiamo alcun controllo, come un “mascalzone, viaggia contromano, parcheggia sempre dove vuole; fa vedere la lingua, parla con la bocca piena, si presenta così, senza un invito, proprio in mezzo alla cena”. Io lo trovo straordinario. Sembra di sentire il mare in questo pezzo, sembra di tagliare gli sguardi tra lui e lei, seduti ad un tavolo di un ristorante.
Sono talvolta incorsa mio malgrado nell'accusa di essere radical chic perché – capirete – per me non è solo un cantautore: è un mentore, il portavoce di pensieri sottotraccia, l’evocatore di emozioni insospettate che lui forgia dalla pietra grezza. E mi parla di storia, la nostra storia, quella di un Paese che sta scivolando, ma lui ha il potere di farti sentire che “è la gente che fa la storia”, che dipende da noi, non tutto è perduto, perché la gente “quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti che sanno benissimo dove andare”. E allora ti senti fiera di appartenere a un popolo così definito e determinato (e gli perdoni anche l’anacoluto). “Quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare” ed ecco che abbatte le diversità, le ghettizzazioni, siamo tutti uguali quando gli intenti sono comuni; “ed è per questo che la storia dà i brividi, perché nessuno la può negare”. E ancora: ”La storia non ha nascondigli. La storia non passa la mano”. Non passa la mano. E forse non è così, ma te lo fa credere e non è affatto poco.
Ma come sa essere lirico “Non confondermi con niente e con nessuno e niente e nessuno ti confonderà” (in Bene), sa essere sfacciatamente beffardo (“Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati? O di chi li ha costruiti, rubando?”) e cinico e polemico e sprezzante (“Cercavi giustizia, ma trovasti la legge”).
E poi ci sono i miei figli. Sì, i miei bambini e le canzoni che conoscono solo loro e De Gregori (e me, naturalmente); costretti ad ascoltare tutte le mattine, in auto, nel tragitto verso la scuola, questa voce a loro familiare come un parente stretto (e noioso come un parente stretto). “Mamma, ascoltiamo Radio Italia?”. Perché la  ninna nanna è stata sempre Generale per la più piccola (“di questo treno che è mezzo vuoto e mezzo pieno e va veloce verso il ritorno. Fra due minuti è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore”), ma ogni tanto timidamente prova a dire:”Mamma, mi canti Anna dai capelli rossi?”. Ma io sono orgogliosa che loro facciano tesoro di certe melodie e, perché no, anche di alcune parole (mia figlia che colorando canticchia Vecchi amici – “... molto meglio di adesso che vai girando come una sciantosa; e non sei niente, ma fai di tutto per sembrare qualcosa” – è impareggiabile). Quando ho incoraggiato mio figlio a scegliere uno sport di squadra, da bravo italiano medio, ha scelto il calcetto. Piangeva perché non faceva gol come solo un bambino di sette anni può piangere. Ho provato a spiegargli che non conta fare gol, conta la squadra, perché “un giocatore si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”. Lui mi chiede: ”Che cos’è l’altruismo?”. E io provo a spiegarglielo meglio che posso, ma la certezza che ne abbia capito il significato ce l’ho solo quando lo vedo avanzare in area di rigore e passare la palla a un suo compagno che realizza un gol formidabile. E poi si abbracciano. E lui, sudato e felice, poi mi dice: ”Ho fatto come De Gregori, ma’!”.
Molte volte ho indugiato in pensieri speculativi, ad esempio: quale frase potrebbe dedicarmi se mi conoscesse. Ce ne sono molte possibili, ma ne ho scelta una, da Natale: “ ... se ti scappa un sorriso, ti si ferma sul viso quella allegra tristezza che hai”.

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