"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 01 Marzo 2014 00:00

Folk across the Atlantic

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Atteso ritorno ad Avellino quello di Gareth Dickson, cantautore di Glasgow giunto per la prima volta in terra d’Irpinia lo scorso luglio in occasione della rassegna La bella estate, tenutasi al Carcere Borbonico. Il concerto ebbe un positivo riscontro, e così, trovandosi in Italia per una nuova tournée, il Nostro ha accettato l’invito a suonare di nuovo in città, questa volta al Godot Art Bistrot.

Una dimensione, quella dei luoghi chiusi e riparati dai rumori esterni, che ben si addice ad una musica acustica, dalla resa sonora tenue e lieve, e dalla voce introspettiva e mai urlata. Una dimensione fragile però solo in apparenza poiché densa di sfumature e cambi di tono e ritmo, gravida di rimandi interni e fortemente suggestiva.
Per l’occasione il menestrello di Glasgow si è fatto accompagnare dalla sua attuale compagna, la cantautrice canadese Celine Brooks, che ha introdotto l’esibizione dando un assaggio delle sue qualità compositive ed esecutive con quattro canzoni, di cui due inserite nel suo debutto discografico omonimo – un cd autoprodotto di soli cinque brani e dalla splendida copertina (riproduce una cartolina dipinta a mano dal padre e inviatale a Glasgow, sua città d’adozione). Voce sicura e buona qualità musicale per brani solidamente inquadrati nelle coordinate di un songwriting comune a molte esponenti del folk-rock d’oltreoceano (americana e nomi classici come l’inevitabile Neil Young e l’altra conterranea Joni Mitchell, per sua stessa ammissione). Si apprezza la sua musicalità già dall’opener What Our Parents Were, (inedita, insieme al secondo brano Winter’s Ending). Anche That’s All e The Sea Rises (incluse nel cd) mostrano una struttura compositiva che ben si adatterebbe ad arrangiamenti più corposi e – perché no – dall’appeal radiofonico. La chitarra passa dalle mani di Celine a quelle di Gareth a segnare un deciso passaggio da un mood all’altro: solare, propositivo, ottimista quello di lei, crepuscolare (o aurorale, a seconda dei punti di vista), esitante, malinconico quello di lui. Sarà anche che in un rapido cambio di palco si è passati dall’America all’Inghilterra (certe distinzioni geo-culturali valgono ancora, almeno nel campo della musica popolare, in senso lato), ma è innegabile un mutamento di atmosfera, di attese da parte dell’audience.
Tocca a Jonah (dall’ultimo lavoro in studio, Quite A Way Away del 2012, etichetta k12) aprire il live di Dickson, con il suo arpeggio variegato e discendente, e mostrare come le modulazioni sulla tastiera costituiscono una vera seconda voce, un controcanto che si affianca e che a volte supera il canto del Nostro, sempre trattenuto e mai sopra le righe, sussurrato, più un elemento di accompagnamento che solista. A questo punto qualsiasi ascoltatore non può prescindere dal rievocare un nome che per importanza (e relativa popolarità) affiora alla mente in maniere naturale: Nick Drake.
Per la voce soprattutto, per l’attitudine compositiva, per la capacità di ordire tessiture sonore delicate e complesse. Il cantore del cane dagli occhi neri è l’ispiratore principale di Dickson (gli ha dedicato un intero tour di cover), ma affiorano anche altre prevedibili influenze, quali quelle di Bert Jansch (e del folk inglese fine '60-inizi '70 in generale), nonché echi del chitarrismo descrittivo e ambientale di marca Windham Hill (William Ackerman e Michael Hedges) ma più per una propensione all’ascolto della natura e alla capacità di renderla in musica – basta ascoltare gli strumentali presenti in Solina Sea. Minerals Series No. 8 del 2005 o l’intero The Dance assemblato quattro anni fa per la vendita sulla piattaforma Bandcamp – che per l’esito in generale. Una disposizione ad un certo minimalismo melodico e alla costruzione di soundscapes avvolgenti e chiaroscurali che ha certamente convinto la 12k a promuovere i suoi lavori, nonostante la vocazione elettronico-sperimentale dell’etichetta.
This is the Kiss è introdotta da note staccate e si schiude ad una melodia fluida a sostegno delle brevi liriche sussurrate. Fluidità e delicatezza prerogative di Atmosphere dei Joy Division, resa con un appiglio naturale e personale (unica cover della serata) dove a sostituzione dei synth di Bernard Sumner ci sono le cristalline note della chitarra. Un senso panico avvolge le parole di Amber Sky, mentre le note evocano il fluire di acque che scorrono prima lievi per poi incresparsi e, infine, tornare ad avanzare placide sotto un cielo color dell’ambra. La melodia elementare di Song, Woman and Wine è un acquerello naïf in cui predomina il rosa lunare, ed anche la successiva Technology è quasi un haiku ecologista, uno scatto d’insofferenza verso l’onnipresenza dei media (“L’aria è piena d’alberi / mi va di uscire / TV, come la sopporti? / Tecnologia, la morte è una brezza”). Il folk più classico fa capolino negli ultimi pezzi. Like a Clock è la presa di coscienza che dinanzi all’inesorabile passare del tempo e all’angoscia che ci circonda come naufraghi su uno scoglio non c’è appiglio che tenga, non c’è scienza né arte né religione cui aggrapparsi. Forse l’unica risposta possibile, l’unica via d’uscita è la forza che nasce dal desiderio, nonostante l’isolamento in cui si svolge il nostro esistere (“Noi siamo nati nel deserto / viviamo nel deserto / la nostra anima è nel deserto / noi torneremo al deserto / aspettando in silenzio”). Inquietudine che si riflette in una musica obliqua dalle note stranianti che ipnoticamente acquistano vigore prima di risolversi in un finale classicamente melodico e riconciliato. Gareth Dickson conferma le sue qualità esecutive oltre che compositive: non è solo il più degno epigono di Nick Drake, ma un autore che sta costruendo sapientemente una propria dimensione personale.

 

 

 

 

 

Gareth Dickson (voce, chitarra)
Celine Brooks (voce, chitarra)
Avellino, Godot Art Bistrot, 23 febbraio 2014

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