"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 12 Dicembre 2013 00:00

Meridiano di sangue: il western che mette la parola fine a tutti i western

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Affrontare questo libro rappresenta l’equivalente letterario del salire su di una diligenza con capolinea inferno, attraverso le seguenti fermate: inquietudine apocalittica, terrore aborigeno, orrore, lungo un paesaggio spettrale rosso sangue costellato di luoghi al di fuori dalla portata del giudizio degli uomini e probabilmente di Dio.

Meridiano di sangue, o, Rosso di sera nel West di Cormac McCarthy è da collocare tra i primi cinque posti nella classifica dei romanzi americani più sottovalutati di tutti i tempi. Così diceva David Foster Wallace in un saggio intitolato Non pervenuti: cinque romanzi americani spaventosamente sottovalutati. Per quattro di essi, Wallace ci spiegava le ragioni di queste clamorose sottovalutazioni, per uno solo, Meridiano di sangue, si esimeva dal farlo, limitandosi a scrivere poche parole con la solennità tipica delle cose scolpite nella pietra: “Inutile dirlo” (poi vabbe’, in una conversazione-cult con Gus Van Sant nel 1998, del libro diceva anche che è il “western che mette la parola fine a tutti i western”).
Dimenticando per un’intera settimana di avere amici, parenti, famiglia, mansioni domestiche a cui provvedere, scadenze da rispettare e necessità fisiche, come il sonno, a cui mostrare il dovuto rispetto, ho affrontato questo romanzo e ne sono uscita come se avessi attraversato a piedi il deserto, con lo spirito di un sopravvissuto coabitato dal senso di gratitudine e dall’esaltazione da delirio di onnipotenza.
Per scrivere questa storia McCarthy si è basato sul libro di memorie My confessions di Samuel Chamberlain, che racconta della vita di John Joel Glanton, assassino e cacciatore di scalpi, il quale per vendetta intraprese un pellegrinaggio tra West e deserto in cerca di indiani, come un demonio assetato di ‘scalpi freschi’ (Chamberlain, Donne sciabole e cavalli).
Le primissime pagine di Meridiano di sangue sono spiazzanti: al cospetto di un contemporaneo ci si aspetterebbe una scrittura non dico sperimentale ma quantomeno contemporanea, e invece ti ritrovi davanti un Mr. Chamberlain uscito dal lontano ‘800 per venirci a raccontare questa storia e che ha deciso di farlo come uno che scrive dall’ancora più lontano ‘600.
Normalmente dopo le prime due pagine avrei mollato, non faccio parte della categoria dei ‘lettori stoici’ che appena si trovano un libro tra le mani è come se avessero firmato un contratto irrescindibile con penali a sei zeri che li vincola fino all’ultima pagina, al contrario ne faccio subito combustibile letterario. In questo caso, però, fortunatamente c’era un notevole e significativo pungolo da mandriano come supporto psicologico che mi spingeva ad andare avanti: dovevo scoprire le ragioni di questa strana sottovalutazione. Ebbene, passate quelle prime due pagine, qualcosa è cambiato; non che Cormac abbia cambiato il suo modo di scrivere, ma qualcosa deve essere cambiato nel mio modo di leggere. La sua arcaicità non rimbombava più nelle orecchie e iniziava a mostrarsi la sua modernità proprio in quell’apparente arcaicità ‘controcorrente’: senza accorgermene mi sono lasciata coinvolgere in un viaggio nel profondo West, con tanto di stivali infangati e fucile in spalla. Ad accompagnarmi, un ragazzo ed una presenza losca e indecifrabile come un angelo sterminatore, il giudice Holden, e tanti altri personaggi i cui nomi, dopo averli imparati, mi risultava ben presto evidente che non seriavano più, perché anche invocandoli, non davano più risposte, affrontati e vinti per sempre dal ‘meridiano di sangue’. Scampoli di forca, fulgidi rappresentanti della razza umana e della sua rapacità: “tutte le cose del mondo sbocciano maturano e muoiono, ma in quelle dell’uomo non c’è tramonto e il mezzodì del suo fiorire è già l’inizio della notte. Il suo spirito si esaurisce nel momento stesso in cui raggiunge l’acme. Per lui il meridiano di sangue è insieme crepuscolo e la sera del giorno” (il giudice Holden).
È così che mi arruolavo in quel gruppo di masnadieri, esseri tenebrosi uniti in una terribile ‘societad de guerra’ e vedevo legioni di Apache, Chiricahua, Yuma, Maricopa, Diegueños, che sfilavano come un corteo uscito da un sogno febbrile, la cavalcata di “una brigata di clown di mortale allegria, ululavano in una lingua barbarica e caricavano come un’orda uscita da un inferno ancora più spaventoso della landa sulfurea immaginata dai cristiani, fra urla e guaiti, avvolti dal fumo come quegli esseri fantastici che dimorano in regioni poste al di là della ragione umana, dove l’occhio si perde e la bocca sbava e si contrae”. Vedevo morti raffigurati in tutte le pose della morte, come partoriti da uno dei peggiori incubi di Bosch. E la sera, quando la notte calava la sua morsa e nessuna stella e nessuna luna incoraggiavano il cammino, ascoltavo le parole del giudice che da custode assoluto di ogni conoscenza si divertiva a frullare i mazzi di carte del bene e del male, confondendo col suo oscuro sapere le nostre piccole meschine anime mortali. Lui, il grande cacciatore di scalpi e instancabile ‘stanatore’ di tutti i misteri della natura, profondo conoscitore dell’indole umana e capace allo stesso tempo di toccare i precordi di un blocco di pietra e di compiere atti di efferata e immotivata crudeltà che pensavo esistessero solo nei film coreani, imprevedibile e arbitrario come la grazia di Dio, ogni notte incantava i suoi uomini, come serpenti, con le sue parole. Poi, una nuova alba recante sempre con sé l’idea che per qualcuno sarà l’ultima e l’inizio di una nuova guerra, che c’è sempre stata, ancora prima che nascesse l’uomo, lei era già lì ad aspettarlo: “il mestiere per eccellenza attendeva il suo protagonista per eccellenza”, la guerra che racchiude in sé tutti i mestieri.
Poi c’era il ragazzo, certo avrei dovuto citarlo per primo dato che tutto ha inizio e fine con lui e dato che forse, probabilmente a causa di un difetto nella stoffa del suo cuore, pur avendo ucciso era l’unico a non essere un assassino. Il ragazzo era l’unico a poter affrontare il giudice ed è quello che ha fatto, ma alla fine del cammino che lo ha reso uomo, e tutto è accaduto in una ballata finale in cui non è così scontato individuare, tra i due, l’ultimo dei giusti. Sopravvive chi non è stato ancora ucciso?


 

 

Cormac McCarthy
Meridiano di sangue
(1985)
traduzione di Raul Montanari
Torino, Einaudi, 1998
pp. 344

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