“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Sabato, 14 Dicembre 2013 00:00

Che naso il naso di Gogol!

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La pelle giallognola, simile a una sfoglia di pasta all’uovo non infarinata; le mani talmente magre da vederne le falangi a occhio nudo; i polsi pelosi; le gambe corte e storte; i denti guasti; le orecchie più grandi del normale; le labbra molli e carnose; la schiena curvata leggermente; il ventre rigonfio; i piedi larghi quanto le scarpe di un clown; le ginocchia dotate di una freddezza congenita: come vi passassero dentro grandi spifferi da caverna o da grotta. E il collo, vagamente flaccido; la cassa toracica fragile; le spalle addolorate dalla posizione assunta per scrivere; i capelli impomatati in due spioventi laterali con una fila ora fatta al centro, ora fatta a sinistra. Lo sguardo mortifero, simile a quello di chi sta per appisolarsi o di chi non si è mai svegliato del tutto. Lunghi cerchioni neri ne aggravano la profondità. E ancora.

Piccoli baffi che non riescono a crescere virilmente. Il passo claudicante, come gravato da pesi invisibili. La propensione lamentosa allo sbuffo, a una smorfia capace di rendere – tutto assieme – la disperazione per essere nati, la disperazione per essere cresciuti, la disperazione per non essere ancora morti. Un odore di cavolo, di cipolla, di salsa acidula addosso. Una certa incapacità nel maneggiare gli oggetti: l’inchiostro schizza macchiando la pagina, l’acqua si versa bagnando una scarpa, la camicia si strappa mentre viene indossata, brucia un tegame con dentro un uovo alla coque. Ama i tramonti che calano, le nottate colme di nebbia e di freddo, il silenzio e i bisbigli dei passanti, le storie sentite mentre attende di attraversare una strada, le insegne dei negozi pietroburghesi. Ama gli stivali, ama collezionare oggetti inutili e polverosi: fermacarte, calamai, vasetti, francobolli, monete, tappi di sughero, cartoline straniere. Odia la campagna autunnale, gli alberi che danno frutti già guasti, il vino troppo amaro, la carne zuccherata con aceto dolciastro, le chiese ricolme, la mancanza congenita di denaro, i soffitti troppo bassi, le porte troppo strette, i letti troppo piccoli, odia i ciottoli che fanno sussultare la carrozza, i cavalli troppo lenti o troppo veloci, la volgarità dei cocchieri, odia tutti coloro che non si danno una regola, un ruolo, un compito da svolgere o una missione da eseguire.
“C’era in lui qualcosa che respingeva” ricorda Aksakov mentre Turgenev gli scrive: “Che essere bizzarro e morboso sei”.

 

Il suo passo è minuto, strambo, spesso esitante. “In tutta la sua figura” – scrive Berg – “c’è qualcosa di goffo, rannicchiato, di chiuso come un pugno. Nessuno slancio né ampiezza, mai un’apertura dei gesti”. Sempre torvo, scuro, col viso piegato in obliquo e con la cattiva abitudine di non guardare mai il suo interlocutore. E poi c’è il naso.

 

Al centro del volto c’è questo naso immenso, appuntito, leggermente digressivo come un promontorio che finisce in collina, come una striscia di terra destinata a finire nel mare, come la punta di un golfo, come il rettilineo di una strada di montagna, come il viale di un giardino, come il corso principale di una città e come un avanzo di muro, la poppa di una nave, l’inizio di un treno, il grosso ramo di una quercia secolare: “Lungo, puntuto, un vero naso d’uccello,” – ci riferisce un amico – “non posso guardarlo da presso senza pensare: sta per darmi una beccata, e il mio occhio sarà ferito”.
Il naso di Gogol è così lungo ch’egli è capace di toccarselo con il labbro inferiore; è così lungo da poterlo utilizzare come metro per le stoffe; è così lungo da potervi appoggiare sul dorso non una sola posata ma tutte e tre, con corredo di tovagliolo e bicchiere.
“Io non comprendo, confesso, perché le cose abbiano da essere fatte in tal modo che le donne ci menino sempre per il naso e con tanta destrezza, come per il manico di un bricco: o le loro mani sono in tal modo create, o i nostri nasi non servono ad altro” leggiamo in una sua opera minore.
Un disegno – da lui composto pochi giorni prima di morire – lo ritrae curvo come un arco, sottile come un arco, tirato come un arco e con questo naso puntuto come la freccia di un arco, diritta e pronta a scattare verso un libro dalle pagine bianche: uno dei tanti che ha pensato ma che non ha composto.
Nasologia, nasomania, nasopazzia, nasofobia, nasofollia, nasofilosofia, nasocreatività, nasoimmaginazione, nasoletteratura, nasofissazione dello sguardo e dei pensieri verso il naso di chiunque, in qualunque situazione possibile, in qualunque luogo, orario, contesto: “Agàf’ja Fedosèevna aveva una scuffia sul capo, tre verruche sul naso e una vestaglia color caffè a fiori gialli”; “Le labbra del giudice erano collocate immediatamente al di sotto del naso, e perciò il naso poteva fiutare a suo piacimento il labbro superiore”; “Discorrere col medico del tempo e di un frignolo spuntato sul naso” mentre – in Matrimonio – non si fa che discutere del naso, nasino, nasone dei nasuti personaggi dell’opera: “Eh… anche il naso è bello”; “Il naso è grande”; “No, non mi sono accorto del naso”; “Ha il naso lungo”; “All’inizio mi è piaciuta, ma quando hanno cominciato a dire: naso lungo, naso lungo, l’ho guardata e ho visto il naso lungo”; “Il naso, non so: che naso!”.

 

Frammenti di un’autobiografia nasale.
Scrive alla Čertkova: “La nostra amicizia è sacra. È iniziata sul fondo di una tabacchiera. Lì si sono incontrati i nostri nasi e hanno provato una fraterna disposizione l’uno verso l’altro, a dispetto dell’evidente differenza dei loro caratteri. Infatti il vostro è bello, elegante, dalla linea inarcata assai gradevole, mentre il mio è decisamente aviforme, con la punta aguzza e lunga, in grado di andarsi a cacciare da solo, senza aiuto delle dita, nella più piccola tabacchiera”.
Scrive alla Balabina: “Così a voi vi si rappresenta forse il mio naso, lungo e simile a quello degli uccelli. Ma lasciamo in pace i nasi; è questa una materia delicata e trattandosi di questa, si può facilmente restare con un palmo di naso”.
Ancora alla Čertkova: “Nonostante la ridicola fisionomia, il mio naso è una gran brava bestia: non si è mai impennato verso l’alto o verso il soffitto, non si è mai rimpicciolito per compiacere i superiori e le autorità, in breve, nonostante la sua esorbitanza, si è sempre condotto con discrezione e, per questo, senza dubbio, è finito tra i liberali. Ma lasciamo stare i nasi. È una materia molto ricca su cui si è scritto e riscritto abbastanza; in genere si lamentavano della sua stupidità, e del fatto che esso fiuta tutto senza distinzione, e per questo è scappato in mezzo alla faccia. Dicevano anche che non c’è affatto bisogno del naso, che sarebbe assai meglio che al suo posto ci fosse una tabacchiera, e che il naso ognuno lo portasse in tasca, nel fazzoletto da naso”.
Ancora alla Balabina: “Lo credereste che spesso mi prende il folle desiderio di trasformarmi tutto in un naso, e che di me non resti null’altro? Né occhi, né mani, né gambe, eccetto un unico, enorme naso, che avesse narici grandi come due secchie per poter inalare tutti i profumi della primavera”.

 

Gogol indossa gli abiti senza notarne i colori o notandoli sì, ma per combinarli in maniera inguardabile. La camicia rossa su dei calzoni verdi e, sopra, una giacca di lana grigia. La grande maglia arancione sugli stretti pantaloni celesti. Le scarpe marroni con le calze nere. Il frac a quadroni coi bottoni metallici. Il cappello viola, il soprabito blu, una borsa beige, le scarpe bianche. Lunghe calze gialle da donna, alte fino a mezza coscia, una camicia corta di flanella sotto una giacca di velluto color tabacco, una sciarpa variopinta, in testa una tiara cremisi con ricami in oro, simile a quelle che le donne portano in pieno inverno per ripararsi dal gelo di Pietroburgo.
“Porta un rendigote dalle ampie risvolte e un gilet fantasia. E se la vecchia immagine appannata potesse accendersi nei colori, distingueremmo la tinta verde bottiglia di questo gilet maculato di arancio e amaranto, con qua e là la piacevole aggiunta di minuscoli pallini blu mare, il cui insieme evoca la pelle di qualche rettile esotico”.

 

Il padre è un drammaturgo dilettante, che passa le nottate a scrivere testi che non valgono nulla e le giornate a guardare in cagnesco coloro che non hanno compreso il suo genio, destinato inevitabilmente all’insuccesso. La madre ha più fantasia del consorte ma la spende tutta chiacchierando con le amiche, alle quali riferisce che il figlio ha inventato: le locomotive, i battelli a vapore, alcuni macchinari agricoli, un tipo di teiera che permette di versare il tè immancabilmente al centro della tazza, un aquilone che non ha bisogno del vento, un incrocio tra la pera e il grano o tra la mela e l’amarena o tra il grano e l’amarena o tra la pera e la mela (sovente non ricorda, confonde, incespica, le tocca rifantasticare di nuovo). Il figlio – naturalmente – ha anche scritto tutte le opere degne di finire a scaffale: le migliori poesie, i migliori racconti, le migliori critiche letterarie e i peggiori romanzi d’appendice. Se avesse vissuto un altro secolo e più, avrebbe reso il suo “bonaccione” l’autore tanto dell’Ulisse quanto dell’ultimo Harmony rimasto in edicola.

 

Gogol è, per tutta la vita, una bizzoca mancata, una vecchietta da chiesa senza posto in prima fila, un’anziana da rosario, da mani giunte in preghiera, da comandamenti mandati a memoria e ripetuti in ogni occasione. Trema all’idea dell’inferno, saluta le icone non appena si sveglia, volge ripetutamente lo sguardo al cielo, sciupa la parola “Dio” più di quanto facciano – assieme – Dostoevskij e Tolstoj. Lo si può immaginare, seduto ad una piccola tavola in legno, immerso nel buio della cucina, con la sola luce di un fuoco che ne arrossa la figura, mentre riflette sul peccato, il vizio, la penitenza, la pietà, la quaresima, la Terra Santa, gli apostoli, la nobiltà degli esempi, le parabole della Bibbia, gli insegnamenti del Vangelo. Scrive – agli amici, ai parenti, ai conoscenti fortuiti, agli altri scrittori, ai drammaturghi, agli attori, alle attrici, alle donne che non avrà mai – frasi tanto noiose e bigotte da essere degne della zia che andavamo a trovare da piccoli, non avendone alcuna voglia: “Non fuggite dunque il mondo al quale dovete vivere e non discutete con la Provvidenza”; “Il vostro compito è di portare al sofferente il sorriso”; “Dio vi guardi da qualsiasi pedanteria”. A Dio sente di dovere tutto: il bagliore che rischiara le tende al mattino, l’odore di bucato fresco, le piume della pesante coperta invernale, le cornici in cui ripone le foto, il pigiama di feltro che indossa la sera, il tappetino di casa, un fiore colto mentre passeggia, la pagina che ha scritto il giorno prima, il bollore allo stomaco che gli procura bere un tè appena fatto. “Iddio mi ha esteso fin qui la sua protezione e ha compiuto un miracolo: m’ha fatto trovare un appartamento caldo, soleggiato, con una stufa”.
Che tedio: un piatto di minestra scaldata, un bicchiere con l’acqua tiepida, una candela che sta consumando la cera, ai piedi le pantofole e due paia di calze, al collo uno scialle sopra una sciarpa, addosso i brividi di freddo anche in piena estate. Mentre sorseggia la minestra, con tanto di risucchio, si commuove e s’indigna riflettendo sulla prossima epistola, sul prossimo amico cui indirizzarla, sulla prossima raccomandazione da fare: “Ognuno crede di poter fare molto bene al posto di un altro o nella funzione altrui, ma non nella propria funzione. Questa è la cagione di ogni male. Bisogna che ognuno di noi pensi al modo di fare del bene trovandosi al proprio posto. Credetemi, non invano Dio ha ordinato ad ognuno di trovarsi al posto dove si trova presentemente”.
Ad alcuni consiglia il digiuno, ad altri due bicchieri d’acqua al mattino, ad altri ancora una scorpacciata di fichi contro il mal di stomaco, e poi la penitenza, l’elemosina, la cura del peccato attraverso l’espiazione materiale: “Lascia perdere le tue faccende e occupati delle mie: potresti comprarmi i libri di cui ho bisogno, ad esempio…”.  A tutti invia, assieme ad ogni lettera, un esemplare dell’Imitazione di Gesù Cristo con le istruzioni per l’uso: leggerne un capitolo al giorno dividendolo in due orazioni, subito dopo colazione e dopo la merenda del pomeriggio. Molti lo credono pazzo, altri semplicemente cestinano la corrispondenza senza neanche perdere tempo ad aprirla.
Aksakov è uno dei pochi a rispondergli, prendendolo sul serio: “Ho cinquantatre anni e voi mi trattate come se fossi uno scolaro e, senza avere la più vaga conoscenza di ciò che sono le mie idee, mi dite di leggere l’Imitazione, e per di più a certe ore determinate, dopo il caffè del mattino, un capitolo al giorno, come una lezione”.

 

E poi le malattie. Terribili dolori alle tempie, mal di denti, bruciore di stomaco. Ipocondria provocata dalle emorroidi, costipazioni, disturbi gastrici, frequenti conati di vomito. Difficoltà digestive, depressioni nervose, sudorazione in eccesso, gelo alle dita dei piedi, vampate di calore in pieno petto, perdita di sensibilità momentanea alle mani, ai gomiti, alle braccia, alle spalle, al collo, al mento, alle labbra. Frequenta più medici che scrittori: chi gli consiglia la montagna, chi il mare; chi il freddo, chi il caldo; chi il tepore delle saune naturali, chi il ghiaccio dei giardini russi. Vaga per tutta Europa, alla ricerca di una salute che già possiede ma che ammorba e rovina con nuovi timori, nuovi rimedi, nuove ricette.
Lo troviamo a Dresda, Salisburgo, Monaco, Venezia, Mantova, Firenze, Roma, di nuovo a Firenze, Mantova e Napoli, Verona, Innsbruck, ancora Salisburgo, Praga, Berlino, di nuovo a Praga, di nuovo a Salisburgo, di nuovo a Venezia, a Bologna, ancora a Firenze, Ginevra, poi Nizza, Parigi, Francoforte, Aquisgrana, Magonza, Colonia, Baden Baden, di nuovo a Dresda: un trottolìo continuo, un continuo girovagare per nulla: il lunedì si sente forte al mattino, spossato al pomeriggio; il martedì spossato al mattino, forte la sera; il mercoledì debole tutto il giorno, come il giovedì; il venerdì riprende colore ma prova fiacchezza; il sabato muore; la domenica risuscita per l’ora di pranzo per poi lamentarsi d’essere comunque vicino alla morte.
Qualcuno dice sia stato davvero anche a Gerusalemme: lo attestano i documenti, abbiamo qualche appunto, un paio di testimonianze che lo ritraggono a litigare, in pieno deserto, con l’amico Vasilij; in Galilea a raccogliere garofani; in una bettola cittadina a dormire con la testa poggiata tra il piatto e il bicchiere.

 

Da una lettera a un amico.
“Voglio radermi la testa, stavolta non perché crescano meglio i capelli, ma per la testa stessa: forse questo aiuterà la traspirazione, e l’ispirazione artistica ne trarrà giovamento. Il fatto è che mi sta cadendo l’ispirazione e ho spesso la testa come avvolta da una pesante nuvola che devo continuamente cercare di disperdere; e ho anche tante altre cose da fare. Esistono delle parrucche di nuovo tipo, adattabili a tutte le teste, non più con molle di ferro, ma di gomma elastica. Ne voglio una, mi serve, ne ho bisogno. Assolutamente”.

 

Legge Hoffmann, Schiller, Goethe; Walter Scott, Molière, Shakespeare; compone ritratti e poesie di cui puntualmente si vergogna, da giovane tenta di fare l’attore ma fallisce miseramente (inadatto per ogni ruolo che avesse anche soltanto una goccia di tragico) e – per fortuna – non tenta di riadattarsi come critico teatrale.

 

Aspira per tutta la vita alla fama, gli sembra impossibile essere nato per non lasciare traccia di sé, si sente destinato ad essere un protagonista della Storia: “Giuro che farò qualcosa, qualcosa che un uomo ordinario non potrebbe fare”. La Russia ha bisogno di lui, la Fede ha bisogno di lui, la Letteratura ha bisogno di lui. Non lo sconfortano gli insuccessi dei primi racconti, dei testi teatrali, delle letture pubbliche. È talmente infervorato dalla propria fama futura che non si preoccupa della fame presente: accumula debiti dopo debiti da cui tenta di sdebitarsi compiendo altri debiti. Agli amici chiede, prega, scongiura un prestito poi lo pretende e pretende anche di non saldarlo: “Mi occorrono seimila rubli, in tre anni: come fossero un dono”; “Prestatemi ciò che avete, anzi: regalatemelo”; “Se vi batte in petto un sentimento russo di amore per la patria, occorre non esigiate da me che io renda nulla indietro”.
Si sente accerchiato dal mondo come un invasato eroe solitario, pronto alla battaglia furente, alla conquista miracolosa: “Tutti sono contro di me. Impiegati maturi e rispettabili gridano che, per me, non esiste nulla di sacro”. “La polizia è contro di me”; “I mercanti sono contro di me”; “I letterati sono contro di me”.

 

Ha un’adorazione per Puškin: sogna d’incontrarlo di giorno, mentre perde tempo a contare le fanciulle che passano; dispera di incontrarlo la sera, mentre perde tempo a ripassare ogni verso che Puškin ha composto. Una mattina – nel pieno di un marzo in cui gocciola ancora la neve e fa freddo e il vento batte le strade facendo volare immondizia, vecchi giornali, i cappelli dalla testa dei passanti – matura l’intenzione di bussare alla sua porta. Si avvicina, costeggia la casa, ne spia le finestre, scambia l’ombra di un maggiordomo per la sagoma del Poeta, avanza di tre metri, retrocede di quattro, torna ad avanzare sporcando l’ingresso col fango che ha sotto le suola, non si capacita di aver provocato il danno e comincia a sudare, torna allora indietro, è quasi pronto alla fuga, fugge effettivamente rintanandosi in una pasticceria dove si rimpinza di dolciumi e di liquore. Poi – vagamente alticcio, ormai non in grado di pensare – si dirige all’entrata. Bussa. Gli viene aperto. Ecco il dialogo che ne segue.
Lui: “È in casa il padrone?”
Il servo: “Sta riposando!”
Lui: “Probabilmente ha lavorato per tutta la notte”
Il servo: “Come no, ha lavorato: ha giocato a carte”
Lui: “Arrivederci”
Il servo: “Addio”.

 

Conosciutolo ad una festa, lo rende la fonte di ogni sua pagina. Puškin, più che Gogol, sembra di dover ringraziare per le opere che Gogol ha composto. Al genio della patria dobbiamo – dunque – alcuni racconti, certe lettere romanzesche, il Revisore (“L’idea del Revisore appartiene anch’essa a lui”, scrive il nostro nel diario); e finanche Le anime morte, i cui i primi capitoli (in una versione mai edita) pare siano stati discussi con Puškin in lunghi pomeriggi trascorsi tra la veranda e il salotto; di cui Puškin pare sia stato colpito dal grigiore e dal tanfo sociale (“Com’è povera la nostra Russia!”) e che Gogol definisce comunque “opera sua” ovvero del suo maestro ideale.
Le anime morte di Puskin. Non male come suggestione.

 

Le anime morte. Opera interrotta, per fortuna. Bruciato il suo seguito in una furente nottata di passione e tormento, con il servo di casa a dargli una mano nel fare a pezzetti ogni pagina, il resto della vicenda, il destino di tutti i personaggi. “Al fuoco, al fuoco!”.
Meglio si sia ridotto in carta da camino, in cenere, in pulviscolo da gettare assieme agli avanzi del cibo, ad una tovaglia bucata, ai cocci di un vaso caduto per colpa di un gatto. Meglio, certamente: avreste mai voluto assistere alla tramutazione di Čičikov in un’anima triste e fervente, pia e buona, sinceramente pentita, pronta ad abbracciare la croce dello spirito ed a farsi perdonare la lunga compravendita ed il resto dei peccati commessi già prima dell’inizio del romanzo? Avreste letto di buon grado quest’amaro capolavoro così cinico se fosse diventato una composizione didattica, composta col fine di punire il Vizio e di far trionfare la Virtù? Sareste stati ugualmente affascinati da Gogol se Gogol avesse fatto de Le anime morte ciò che intendeva farne davvero? “Uno scritto utile all’anima”, “istruttivo per la gente”, “simile ad una grande riforma morale”, “una rigenerazione per questa Russia immersa nel peccato”, “più pura della neve montana e più luminosa dei cieli”, in grado di contrastare e sconfiggere “la debolezza intellettuale della società”, rendendo il paese, “un paese migliore".
Per fortuna siamo salvi da questo strazio. Dopo aver riflettuto a lungo su come far interagire la Bibbia con Le anime morte e aver pensato al romanzo come a una triplice cantica dantesca in prosa (la cui prima parte – l’Inferno – è ciò che ci è giunto) egli ammattisce quasi del tutto e – tra i tuoni e la tempesta che batte sui vetri, mentre la casa somiglia ad una dimora scricchiolante di spettri e di tarme e s’odono risate sinistre e versi da follia che rimbomba – decide di liberarsi del grande progetto abbrustolendo i quaderni su cui ha scritto per dieci anni: uno dopo l’altro.

 

“Dopo la distruzione delle sue creazioni, il pensiero della morte come qualcosa di prossimo, necessario, ineluttabile, gli si inflisse profondamente nell’anima e non lo lasciava nemmeno per un istante”.
Gogol appare spossato, livido, pallido. Non esce più dalla stanza, non intrattiene conversazioni, non vede nessuno. Passa intere giornate seduto in poltrona, in vestaglia, con le gambe appoggiate a una sedia. Non desidera parlare. I pochi che riescono a penetrare in casa – attraverso l’inganno, infilandosi nella stanza quasi come insistenti venditori di enciclopedie – si trovano dinnanzi un uomo che risponde a scatti, malvolentieri, farfugliando monosillabi comprensibili a stento. “È dunque necessario morire, ed io sono già pronto, e morirò”: è l’unica frase di senso compiuto che gli sentono dire.
Legge, talvolta, ma solo libri monastici. Disimpegna i propri averi facendoli distribuire ai poveri. Afferma di avere visioni, presagi, improvvise apparizioni sovrannaturali; di sentire dei canti liturgici, d’aver ascoltato dei santi parlargli. Di notte prega, rinunciando a dormire. Durante una di queste veglie, sfinito, crolla sul letto e sogna la propria stessa fine e – quando si desta – manda a chiamare il prete pretendendo, disperato, l’estrema unzione.
Rifiuta la carne. Rifiuta le verdure. Rifiuta la zuppa di cavolo. Poi rifiuta il pane. Beve solo vino con acqua.
Compie uno sforzo comunicativo chiedendo – a chiunque conosca – di pregare e far pregare per lui. Giungono i medici, imponendogli salassi che sono peggiori del male: continue torture sono inferte a questo manichino ormai spento, flaccido, quasi incurante dell’atroce dolore che prova la carne, che provano i muscoli, che prova il sangue ed ogni parte del corpo. Bagni bollenti con aspersione di acqua gelata sulla testa, cataplasmi agli arti e alla nuca, decotti di radici di malva e d’altre piante essiccate, punture alla schiena, alle gambe, alla pianta dei piedi, alla punta delle dita, alle orecchie e – soprattutto – grappoli di sanguisughe appese alle narici.
Il naso, ecco che torna il naso. Immaginatelo – lungo, ancora turgido ma colmo di chiazze e di piccoli bubboni rossastri – ora mangiucchiato e succhiato e decomposto dalle sanguisughe.
Il suo ultimo gesto: liberarsi degli animali, per riposare un minuto.
Le sue ultime parole, simili a quelle che Puškin pronuncia prima di morire: “La scala, presto, la scala!”.

 

Dal testamento.
“Desidero che il mio corpo non venga inumato fino a che non si palesino i segni evidenti di decomposizione. Ne faccio menzione perché già durante la malattia mi sono accaduti momenti di sospensione vitale, quando il cuore e il polso cessavano di battere.
Essendo stato nella mia vita testimone di molti fatti deplorevoli provocati dalla nostra sconsiderata fretta in tutto, perfino in una cosa come la sepoltura, esprimo questo desiderio qui, proprio all’inizio del mio testamento, nella speranza che forse la mia voce postuma richiamerà alla mente la prudenza”. Il timore – tremendo – di essere sepolto vivo.

 

Nove giorni dopo. Cimitero di San Danilo, Mosca.
La bara è stata appena posata. Attende la terra. Scortata da migliaia di persone appartenenti ad ogni ceto e vestite d’ogni colore, è stata condotta a braccia dai rari amici fidati. Adesso giace, coperta di camelie. Dentro il corpo di Gogol, con in capo una corona d’alloro, nelle mani – stecchite – un mazzo enorme di semprevivi. S’intravede, in controluce, l’insieme delle impronte di chi ha tentato di toccare il feretro, di sfiorarne gli ottoni, le decorazioni di bronzo, il legname laccato.
Gocce di pioggia cominciano a scendere. Sembrano lacrime, si allargano in chiazze.
Si avvicina l’uomo che deve interrare lo scrittore. Alto, magro, i capelli grigi portati all’indietro, il mento minuscolo, il volto glabro, piccoli occhi marroni, la pelle diafana, le mani ampie quanto due pale. Un naso grosso, enorme, lungo. Lungo quasi quanto quello di Gogol. Ridacchia, beffardo, poi comincia a lavorare.
Non sa che, all’interno della bara, il corpo di Gogol – preparato nella consueta posizione orizzontale – adesso giace rattrappito, rannicchiato, rappreso. Girato su un fianco.
Che strano.

 

 

 

 

Andrej Sinjavskij
Nell'ombra di Gogol
traduzione a cura di Sergio Rapetti
Milano, Garzanti, 1980
pp. 401

 

Vladimir Nabokov
Le anime morte
in Lezioni di letteratura russa
traduzione a cura di Ettore Capriolo
Milano, Garzanti, 1987
pp. 375, pp. 39-87

 

Angelo Maria Ripellino
E Čičikov cadde in ginocchio
in Nel giallo dello schedario
a cura di Antonio Pane
Napoli, Cronopio, 2000
pp. 165

 

Angelo Maria Ripellino
Gogoliana
in L'arte della fuga
a cura di Rita Giuliani
Napoli, Guida, 1987
pp. 413, pp. 289-372

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