“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Mercoledì, 23 Ottobre 2013 02:00

"I distruttori" di Graham Greene

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"La distruzione è parte del processo creativo". Così afferma Donnie Darko nel film omonimo a proposito del significato del racconto di Graham Greene, I distruttori, e così recita il motto del mio blog.
Non ho mai letto Greene, ve lo dico come premessa, per cui molto difficilmente in questa mia piccola riflessione sul racconto vi parlerò del suo stile e della sua opera a me sconosciuta, mi limiterò a parlare di questo racconto, tralasciando l’ombra del suo creatore, relegandolo sullo sfondo, seduto in una poltrona mentre fuma la pipa (lo immagino così).

Il racconto è situato in quel periodo grigio che sta tra la fine di una guerra e l’inizio della ripresa civile. C’è una banda di ragazzi e una recluta che è destinata a divenirne il capo, si chiama Trevor ma viene chiamato T. Egli suscita da subito "una strana sensazione di pericolo", un insieme di timore e ammirazione. Giocano in un parcheggio nei cui pressi è esplosa una bomba. Vari edifici sono crollati, è rimasta in piedi una vecchia casa, che lo spostamento d’aria ha reso molto precaria, la casa di Old Misery (vecchio miseria) che si regge grazie a puntelli di legno che ne sostengono le pareti esterne. La casa è stata costruita dal padre di T, un architetto "decaduto agli occhi del mondo". Un giorno T rivela alla banda di essere entrato nella casa e di aver scoperto alcune cose, rivela inoltre che il vecchio Old Misery sarà assente per due giorni in occasione dell’imminente Festa Nazionale. T propone alla banda di entrare nella casa e distruggerla. Blackie, il capo, aveva proposto un gioco più innocente, viaggiare a sbafo sugli autobus. Le due proposte vengono messe ai voti, la sua autorità vacilla. Viene scelta l’impresa di T in ragione di una pericolosità più accentuata. Così iniziano a demolire la casa con "serietà di creatori", dice Greene che "la distruzione, tutto sommato, è una forma di creazione". Demoliscono la casa pezzo per pezzo. Squarciano i materassi e trovano i soldi che il taccagno aveva racimolato. Blackie sempre meno leader chiede a T che cosa ne vuole fare, se li vuole dividere. T ha una curiosa risposta: "non siamo venuti per rubare". Così bruciano il denaro banconota per banconota. Blackie chiede allora a T il motivo per cui odia così tanto Old Misery e T ha una risposta ancora più curiosa: "Non lo odio per niente, non ci sarebbe nessun divertimento se lo odiassi, tutto questo odiare e amare è morbido e mieloso, ci sono solo le cose, Blackie".
Il giorno dopo si dedicano alla vera distruzione, nulla deve rimanere in piedi, ma qualcosa va storto, Old Misery sta inaspettatamente tornando, T sembra perdere la sua autorità di fronte ai compagni che vorrebbero ripiegare sulla più innocente scorribanda sui bus, ma è Blackie improvvisamente a conferirgliela in modo definitivo, così T elabora un piano, chiudono il vecchio Old Misery nel bagno, un piccolo casotto in fondo al giardino, gli passano una coperta e del cibo. L’indomani l’autista del camion parcheggiato nei pressi della casa avvia il camion e parte, alle sue spalle crolla tutto, perché T ha fatto legare il camion ai puntelli che reggevano i muri esterni. L’autista sente chiamare dal bagno, apre e trova il vecchio avvolto in una coperta. L’autista di fronte a quella casa distrutta non trova meglio che ridere, dice: "Mi scusi. Non riesco a trattenermi, signor Thomas. Non è niente di personale, ma deve ammettere che è comica".
Non ho alcun dubbio nel ritenere questo racconto perfetto. Ed è perfetto perché vi si trovano tracce di insensatezza nella materia piana che sembra costituirlo. Il racconto è costruito tutto sommato con elementi solidi, l’impalcatura appare robusta e lineare, nulla dell’edificio pare sconvolgere le nostre abitudini narrative. Ma Greene in alcuni punti del tragitto che ci condurrebbe tranquillamente in porto, nel consueto porto sicuro, dove tutto è pacifico e scritto, pone dei trabocchetti, delle trappole tese al nostro senso comune, al nostro modo di concepire il mondo e queste trappole fanno crollare tutto, tutto ciò che è in noi riposta verità delle cose, perché il racconto invece non crolla affatto, anzi, da queste piccole trappole, scricchiolii nell’impalcatura mentale con cui noi affrontiamo la storia, trae la sua forza, la sua robustezza implacabile, la sua risolutezza spietata, infine la sua perfezione. A crollare insomma non è solo la casa del vecchio Old Misery.
Il protagonista è un ragazzino che appare diverso dagli altri, da tutti, irrompe in una piccola banda di teppistelli e li rende dei demolitori, pericolosi demolitori del senso comune. È un anarchico? È un pazzo? Forse entrambe le cose. Egli è figlio di un architetto misteriosamente caduto in disgrazia. È il nuovo che diventerà il leader perché è pericoloso e affascinante e fa compiere quel salto di qualità alle azioni da teppisti ordinari in cui si consuma la vita della banda.
Non per odio o per amore distrugge la casa di Old Misery, non brucia il denaro in quanto sterco del diavolo o simbolo di corruzione. Egli vuole cambiare le cose. Vuole far saltare per aria il mondo. Togliendo ogni valore alle cose opera una ribellione estrema e inconcepibile. Solo i pazzi bruciano i soldi, solo i pazzi distruggono senza odio e senza amore.
Oscar Wilde diceva che nei buoni libri si deve sentire puzza di zolfo, almeno mi pare, ma se non l’avesse detto Wilde poco importa, suona bene ed è dannatamente vero, Flannery O’Connor d’altronde diceva che la scrittura è il territorio del diavolo. Quale che sia il giudizio che si dà alle azioni del demonio, certamente riprovevoli, quel che conta è che l’arte ci possa far sentire a disagio. Nulla che possa violare la nostra incolumità ma che possa minare le nostre certezze, le nostre idee, le nostre convenzioni o convinzioni, il buon senso comune che ci opprime, questo sì. Se un libro non fa vacillare per un attimo, anche per una sola espressione o una virgola che semina in te dubbi e dilemmi fatidici, il tuo sistema di valori allora quel libro è inutile ciarpame.
Torniamo al bruciare il denaro. A pensarci bene è quel che fanno gli artisti, consumano se stessi e le cose senza un vero perché. Dissipano la vita alla ricerca di qualcosa di vago che mai li placherà o appagherà, perché mai verrà placata la fame di infinito che li divora. Diamo ragioni all’arte, diamole un senso mondano, diamole un motivo e la uccidiamo. L’arte deve essere per forza aliena da tutto. Deve farci sentire un profumo di pericolo. Deve ricordarci che tutto ciò che abbiamo è nulla, sono cose, appunto a cui non dobbiamo legarci troppo. E al cospetto dell’arte dobbiamo sentirci come quell’autista di camion che di fronte allo sconcerto di Old Misery non riesce a fare a meno di ridere.

 

 

 

 

Graham Greene
I distruttori (1954)
in Tutti i racconti
Milano, Mondadori, 2011
pp. 758

 

 

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