“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Venerdì, 25 Ottobre 2013 02:00

In sonno o in veglia questi duri pensieri?

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Il 3 gennaio del 1889 Friedrich Nietszche risiedeva a Torino e uscendo dalla sua camera ammobiliata di via Carlo Alberto 6 rimase così scosso dalla crudeltà con cui un cocchiere frustava il suo cavallo da gettare le braccia al collo dell’animale e perdere da quel momento in modo definitivo l’uso della ragione. In lacrime, non sopportando più la vista di quello spettacolo, disse una frase: “Madre, sono uno stupido”. Cadde al suolo e collassò. L’ultimo episodio conosciuto della vita del filosofo diviene l’inizio della sua Fine. Nietzsche ne aveva sentito il respiro tra le frustate, l’aveva riconosciuta. Il cavallo ne respirava il marcio fetore ormai da tempo. Gli uomini invece non si accorsero di nulla.

Non c’è speranza nel mondo, e tanto meno c’è da sperare nell’uomo, nato per soffrire, o in Dio, che nietzschianamente è morto da tempo. Dio ha fallito. Anche l’uomo.

"La testa del cavallo, abbassata, scarna e sensibile − come pensierosa − si volgeva continuamente a guardare verso i fianchi quelle orride piaghe. Gli occhi sembravano pieni di lacrime, ma forse era solo un colare di umore, perché si dice che i cavalli non piangono. Non avevo ancora visto l’Umanità seduta su un martirio. A un certo punto la vidi, sotto forma di un giovane carrettiere di cui ricordo solo il vigore, l’immobilità, la tracotanza, il berretto e il braccio (con la terribile frusta) alzato. Ne ricordo anche il sorriso, fermo su di me, di traverso, in una espressione di incredulità e di beffa. “Così” sembrava pensare “non si va avanti. Ora scendiamo, e diamo a tutti e due” (il Due ero io) “una lezione”. Ed ecco cosa seguì, prima ancora che io mi fossi scostata (ma non mi scostai o non feci in tempo). Il carrettiere scese con un balzo a terra, ma non usò la frusta, che aveva sotto il braccio. Prese, sollevò, avvicinò a sé, con due mani, la grande faccia gentile del cavallo, lo guardò negli occhi, e in quegli occhi, alla fine, con folle violenza, sputò… Non ricordo altro. Ma pensai a lungo (diciamo mezzo secolo e più) a quel cavallo, e, devo aggiungere, l’inferno di questo secolo non mi fu né ignoto né estraneo. Vidi tutti i giornali, dagli Anni Quaranta in poi, e fui testimone di molte sofferenze e disastri. Ma non dimenticai quel cavallo. …Dividevo qualcosa con quel cavallo, che sempre più, ai miei occhi, si elevava a simbolo mite del passaggio, nel mondo, del signore dei cieli. Questi, infatti, non può essere che ingiuriato − usato e colpito − e poi ingiuriato".
(In sonno e in veglia)

                                                                                                                                                                                                                                                                        Se l’ormai famoso episodio del cavallo rappresenta per Nietszche il superamento della linea di confine fra coscienza e follia, in Anna Maria Ortese rivela l’improvvisa consapevolezza del dolore della vita e del mondo. Come Dostoevskij affida, ne L’idiota, al raglio di un asino il risveglio psichico del principe Myskin, così il lamento dell’animale, la sua condizione di vittima innocente, quell’umore che non è parola, quello sguardo che non può farsi voce sono per la scrittrice il ponte invalicabile che separa l’autocoscienza dall’abisso dell’ignoto interiore. Anna Maria Ortese era, allora, ancora una bambina ma per tutta la sua vita quella bambina ha continuato ad avere davanti agli occhi quella scena e a sentirsene protagonista in prima persona.
È impossibile leggere Anna Maria Ortese senza tenere conto di quella che è stata la sua esistenza.

"È il mio castigo, quando mi metto a vivere: non so vivere. Ogni volta che voglio vivere scrivo".

"È stata una zingara assorta in un sogno".
(Elio Vittorini)

"Io ammiro le zingare, ma non posso esserlo: forse lo sono stata, una zingara della sofferenza, ma ormai sono una formica che si è rifugiata, immobile, sotto una panchina. Non ho altra difesa che l’assoluta solitudine, in cui mi sento talvolta persino allegra".

Anna Maria non ha studiato. Come tante della sua generazione si è fermata alla terza elementare. “Sono ignorante” dice. E quasi si vergogna di questa sua mancanza. Anna Maria non conosce i classici greci e latini. Sa ben poco di letteratura. Non ha neppure una grande fiducia nel suo scrivere: si rilegge e ogni volta non si piace mai. Anna Maria è sempre stata povera, di quella povertà che ti si attacca addosso e non se ne va più via. Piccola e minuta, sempre vestita di scuro, una fascia di lana a tenere in ordine i capelli, ecco che la vedi sgusciare da dietro una persiana, nascondersi allo sguardo di una realtà che, lei lo sa, ferisce. Anna Maria parla un italiano bellissimo, ma ancora più bello è il suo linguaggio del cuore, quello che le prende la mano quando scrive e, gioia e castigo insieme, l’aiuta a vivere. Anna Maria scrive per non morire.

"Trasmutare un dolore in una possibilità di serenità. Io ho sentito per la prima volta il valore della scrittura quando, da ragazza, conobbi il terribile strazio della morte di una persona cara. Mio fratello marinaio era scomparso nelle Antille e dopo due o tre mesi ho cominciato a scrivere delle poesie. Roba modesta, niente di speciale, ma mi è servita per trasformare quel mio dolore indicibile in un’altra cosa. In una forma. Credo che il valore del narrare sia proprio questo. Mi vengono in mente le mamme che per tranquillizzarli cantano le ninna nanne ai bambini: la scrittura è come un ritmo che serve a calmare, aiuta a sostenere l’orrore di certe emozioni che altrimenti ci distruggerebbero".
(dall’intervista di M. Cristina Guarinelli, Marie Claire, n. 6, giugno 1994)

Anna Maria ha abitato in dieci città diverse cambiando circa trentasei case, quasi tutte assediate dal rumore, cadenti, buie, gelide o soffocanti. Nessuna di esse è stata la sua casa. In nessuna si è sentita a casa. Spinta da bisogni di pura sopravvivenza ha girato raminga rifugiandosi nelle pagine che scrive, personaggio lei stessa, suo malgrado, e sempre più lontana da una realtà dalla quale sfugge stranita. Anna Maria ha amato, profondamente e disperatamente, la bellezza del mondo che l’uomo crudelmente sacrifica all’altare di se stesso: la sua è una scrittura che non conosce speranza.
Unico rifugio: la solitudine. Ultima scelta: il silenzio. Pochi compagni di vita selezionati con cura e via via ignorati in nome di un isolamento sempre più radicale.
Anna Maria non ha mai visto Roberto Calasso dell’Adelphi, che ha avuto l’intuizione di riproporla all’attenzione dei lettori e che è stato poi il suo editore sino alla fine. Non ha mai incontrato neppure Pietro Citati, un critico che molto l’ammira, e che ha definito L'Iguana uno dei pochi libri destinati a onorare la letteratura italiana del dopoguerra. Concede a fatica rarissime interviste, sempre scusandosi della sua pochezza, quasi sempre fuori casa lei che non ha una vera casa, sempre timorosa di dire sciocchezze. Non risponde al telefono. Invitata, non va da nessuna parte.

"Non trovo la maschera giusta per frequentare gente, per vedere posti. Forse sono quello che viene chiamato un caratteraccio. Forse sono diversa, ma vengo subito fraintesa. Credono che io mi comporti così per egoismo, per orgoglio. Invece è l’impossibilità di confrontarmi e di sopportare le infamie del mondo".

Anna Maria e le sue pagine colme di compassione. Amore. Disperazione. E sembra di vederla con quei suoi occhi bambini guardare il mondo e domandarsi perché. Il dolore di un estraniamento, questo sentirsi sempre in prestito, sempre lontani da un altrove, sempre come Tess in una infinita notte nella brughiera accanto ai fagiani morenti. L’inferno del dolore animale che è il suo dolore là dove l’ultimo umano è nell’inumano, l’unico che si avvicini veramente a Dio.

"Riposa, cara Tess dei d’Urbervilles, nella brughiera delle tue scoperte disperate. A te il sonno della giustizia terrestre, e il sonno − consolato dalla tua fraternità − ai Fagiani morenti. E riposate anche voi, antico Cavallo tremante in una strada del Sud, e Aquila bambina che piangevi sangue fissando il tuo nemico, intellettuale di genio, in una baracca del Nord. Riposate voi tutti, Bambini della Creazione. Non ci sono altri Bambini nella Creazione, se non quelli che seppero l’inermità e lo strazio, e a cui fu rubata − nell’oltraggio assoluto − la vita. E solo di questi Bambini - e degli altri fanciulli che li soccorsero − il nostro Dio tanto lontano, il vero Padre della vita - un giorno terrà conto. E un’alba senza fine sorgerà − sul mondo libero dal Distruttore − per loro. E per loro soltanto.
Così, ecco la ricetta − chi non avesse altro − : ogni sera, prima di coricarsi, soprattutto se c’è vento, se avete freddo e la città se n’è andata − ogni sera, in due dita d’acqua, due grosse gocce di pianto".


 

 

 

 

Anna Maria Ortese
In sonno e in veglia
Milano, Adelphi, 1987
pp. 182

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