“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Mercoledì, 03 Luglio 2013 02:00

Sparire per (non) ritrovarsi

Scritto da 

Ennio è un giovane romano laureato in Letteratura Italiana. Proveniente da una famiglia molto agiata non ha mai deciso niente perché non ha mai sentito un autentico desiderio. Abita in un appartamento di sua proprietà con la fidanzata Elisa, non ha bisogno di lavorare, conduce una vita senza orari né doveri in cui alterna le prove con la propria band alle serie televisive (di cui non guardano mai le ultime puntate “perché vogliamo evitare di commuoverci, o rimanerci male, di creare una situazione difficile dal punto di vista emotivo”1) o alle canne.
Quando Elisa si trasferisce in Giappone per insegnare italiano decide di porre fine alla loro storia e dopo qualche tempo sparisce senza lasciar traccia di sé.

Ennio decide di raggiungerla per cercarla o forse, inconsciamente, per sostituirla: ottiene lo stesso posto nella stessa scuola, diventa amico dei suoi ex colleghi, si stabilisce in uno degli appartamenti messi a disposizione dalla scuola ai dipendenti come aveva fatto lei.
Leggendo le cronache degli avvenimenti ci si rende ben presto conto che il confine tra realtà e surrealtà − o irrealtà − sfuma fino a diventare irriconoscibile. Sentendosi in dovere di rassicurare i genitori di Elisa circa le condizioni della figlia, non ancora ritrovata, il protagonista crea un falso account email a nome della ragazza inventando non soltanto delle scuse circa la propria sparizione ma descrivendo anche la propria vita attuale (“Feci una ricerca di tutte le email che Elisa aveva inviato a me in passato per studiarne il tono, il vocabolario, la punteggiatura. Dai messaggi indirizzati a me estrapolai un vezzo particolare: spezzava le frasi a metà andando a capo, lasciando gran parte della pagina vuota, inoltre prediligeva le frasi particolarmente corte, anche di sole tre o quattro parole. In questo vedevo tutta la Elisa che conoscevo”2), successivamente racconterà ai propri amici i dettagli di una vita che non sta vivendo all'insegna del divertimento e del successo e arriverà a scrivere a se stesso lettere d'amore da parte di Elisa.
La routine che conduce in Giappone non lo aiuta a mantenere un legame saldo con la realtà. Il lavoro è alienante (“Così per quaranta minuti, otto volte al giorno, dentro a un monitor, con le cuffie e il microfono da call center, in giacca e cravatta, dentro ad una postazione che era la cellula di un alveare pieno di altri come me. Dissolvermi ogni volta nel video mi dava un brivido di malinconia per me stesso. Mi chiedevo pigramente se anche Elisa fosse sparita così, una volta per tutte, dopo un clic fatale”3), frequenta soltanto gaijin ossia stranieri che non hanno, esattamente come lui, alcuna voglia di inserirsi nel tessuto sociale del Paese di cui sono ospiti né di imparare il giapponese, con la spocchia tipica del viaggiatore occidentale che preferisce cenare al McDonald's anche dall'altra parte del mondo, attraversano una città, Osaka, senza neanche guardarla, trascinandosi da un party all'altro (“Sono scappato da una vita squallida da impiegato e qui posso fare quello che voglio. Qui tutto è facile, ogni giorno è una festa, con gli amici, mi diverto anche a lavorare. Non avevo tutto questo quando ero a casa mia”4 confessa un collega anglofono) e professando un'accezione di carpe diem che avrebbe fatto inorridire Orazio.
Dopo poche settimane Ennio perde di vista il suo obiettivo e smette di cercare Elisa. Si accorge immediatamente che gli basta immaginare gli eventi per determinarne l'effettiva realizzazione (“Era vero? Stava succedendo di nuovo: dopo il bigliettino che avevo inventato di aver trovato nel quaderno di Junko, la storia di Gerald e Greta stava prendendo corpo davanti a me, insieme alle mie parole. Ero pietrificato”5) e ben presto la realtà che costruisce nel momento in cui la racconta a se stesso diventa sufficiente a riempire il vuoto causato dall'assenza della ragazza.
La realtà, complessa ed insondabile, assume ai suoi occhi lo stesso grado di verosimiglianza di quella che inventa ogni giorno ("Brancolo nel buio" "E che c'è di strano?" "Cosa vorrebbe dire questa cosa?" dissi, urtato. "Niente. Solo che non mi sembra che tu abbia mai fatto altro"6)  e nel maldestro tentativo di operare una strana secessione da entrambi i gradi della realtà si nasconde in un armadio per giorni, quasi come a voler imitare il protagonista del romanzo di Abe Kobo L'uomo scatola che si costruisce intorno una grande scatola di cartone per evitare di avere contatti con il resto del mondo.
Alla fine della seconda parte del romanzo, tuttavia, sembrerebbe che la natura, la più ineluttabile delle realtà, irrompa nella narrazione ristabilendo un primato: “Cominciò dai vetri, poi si sentì un tuono distante, seguito da un rombo, come di un trattore, che pareva provenire contemporaneamente dal basso e dal cielo. (…) Erano scattate decine di allarmi, il rombo si univa alle sirene in un caos sonoro simile a un pachinko ma più profondo, e più esteso; i clacson delle macchine, gli scontri, le urla giù in strada, le cose che si infrangevano, i vetri che cadevano in pezzi, la voce di Theresa, le strutture che si tendevano, esplosioni, altri tuoni, le voragini che si aprivano su baratri oscuri e gorgoglianti, le nuvole fitte che parevano abbassarsi e urlare contro tutto ciò che dividevano dal cielo sovrastante e nascosto, sicuramente minaccioso, sicuramente orribile e violento come ciò che stava succedendo sotto di esso”.7Si tratta forse del terribile terremoto del 2011, cataclisma naturale che ha sconvolto non solo il Giappone ma il mondo intero producendo effetti la cui portata è ancora oggi in parte ignota?
Ad un esame più attento della geografia del Giappone non risulta difficile notare che il terremoto del 2011 ha in verità interessato una zona ben più a nord: Osaka non è stata colpita. La distruzione a cui assiste il protagonista, immediatamente dopo aver distrutto lui stesso qualcosa, è quasi un effetto delle sue azioni, il risultato impossibile da eludere di una presa di coscienza rigettata e temuta. Al termine della scossa, vagando senza meta per una città che Ennio vede completamente rasa a suolo gli sembra di scorgere Elisa.
Ma è davvero così?
Da questo momento la narrazione risulterà completamente interiorizzata, non esisterà più una dimensione interiore e né una esteriore al soggetto narrante, il flusso delle azioni e dei pensieri di Ennio si fa confuso e tutto potrebbe essere il contrario di tutto.
Il Giappone descritto da Viola è un luogo ostile, potenzialmente pericoloso, lontanissimo da quello descritto dai tour operator ('“E' questo il Giappone che cercavo quando sono venuto qua" mi disse il collega mostrandomi alcune immagini di Kyoto. Ciliegi, maiko, ruscelli e ponticelli. "Questa idea del Giappone con le casine i ciliegi le geishe è da borghesucci in agenzia di viaggi dissi”8) o dagli stereotipi creati a tavolino per scopi commerciali, è appena presente sullo sfondo e si nota la volontà di non sottomettersi alle immagini e ai simboli proposti dal turismo di massa. Che in questo romanzo si tratti del Gippone piuttosto che dell'Australia fa ben poca differenza: quello descritto è un luogo a-topico e a-tipico.
Nella seconda di copertina si legge: “Quello che conta è sapere che sparire vuol dire ritrovarsi”.
Non sono d'accordo: non è un romanzo di formazione, Ennio non si perde tra realtà e surrealtà alla trionfante ricerca del filo di Arianna, ci finisce, piuttosto, invischiato come l'insetto su una tela di ragno. Il finale, che non vi svelo, non è affatto risolutivo.
Se quella che osserviamo quotidianamente non è altro che la nostra percezione della realtà − e in quanto tale perfettamente arbitraria e soggettiva − cosa dovremmo essere in grado di ritrovare?
Fabio Viola affronta in questo romanzo diversi temi tra cui il viaggio, la ricerca, l'amore e la sua assenza ma quello della relatività della percezione è, a mio avviso, il più sorprendente. L'insieme risulta ben dosato, armonioso e lascia quel vago senso di incompiutezza che mi ha ricordato molto il modus operandi di Lynch.
A proposito: avete visto Laura Palmer di recente?

 

 

 

 

 

 

 

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1) p. 52
2) p. 115
3) p. 47
4) p. 196
5) p. 189
6) p. 217
7) pp. 197-198
8) p. 140

 

 

Fabio Viola
Sparire
Marsilio, Venezia, 2013
pp. 283

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