“se ne restò a guardare, che stupido, Dio mio, che stupido”

Nicola Pugliese

Giovedì, 24 Giugno 2021 00:00

Positano racconta... ancora...

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Il forte vento nella piazza della Chiesa Nuova sembra sparpagliarci e mescolarci tutti. Il terzo giorno del Positano Racconta comincia in questo modo. Il mare c'è sempre, solo è più distante. La piccola piazza è allestita in modo essenziale. Tra i presenti c’è chi cerca un riparo appena le folate di vento si fanno più intense. Chi ha i capelli lunghi deve tenerli fermi con una mano, molti iniziano ad indossare giacche sui loro abiti leggeri, qualcuno si rifugia di tanto in tanto in chiesa per riscaldarsi.

Anche se il vento si fa sentire non solo sulla pelle ma anche nei microfoni accompagnando le voci degli scrittori e delle scrittrici, sembra non esserci atmosfera che possa meglio rappresentare Martina, Europa e l’amore: raccontare l’adolescenza, la prima conversazione della serata.
Mario Desiati presenta il suo romanzo Spatriati ed è un racconto di non appartenenza. Condizione che comincia fin dall’adolescenza dei due protagonisti, che si riconoscono diversi in mezzo al gruppo dei compagni di scuola, e si protrae fino all’età adulta. È il racconto della mia generazione, degli adolescenti degli anni Novanta, quelli che per crescere hanno avuto la musica migliore da ascoltare, le giornate più belle da vivere o almeno è così che parla la mia nostalgia. Mario Desiati, invece spiega che essere ‘spatriati’, per il dialetto di Martina Franca, il paese del quale è originario, significa non avere radici, vagabondare. Si ha sempre un’origine, continua l’autore ma le radici sono qualcosa che affondi dopo o che puoi non avere. Si tratta della condizione nella quale ci troviamo in tanti, in qualche modo me compresa, di non aver ancora trovato il nostro posto nel mondo. Costretti a spostarci per lavoro, a causa di una politica che non ha tutelato la nostra generazione, o per scelte personali. Chi in altre città d’Italia, chi in Europa o nel resto del mondo. Senza aver dato vita ad una nuova famiglia rispetto a quella d’origine. Continuamente in movimento, costantemente inquieti. Per questo ben si addice il vento al tema della conversazione, condotta da Loredana Lipperini, affinchè chi ‘spatriato’ non è possa vivere sul proprio corpo la sensazione che da ‘spatriato’ si vive nell’animo di essere preda dei venti. La conversazione è anche il racconto di una terra come quella pugliese dalla quale si va via ma che è terra d’origine che lascia l’impronta. È una terra con una grande tradizione culturale ma dalla quale alcuni hanno preso le distanze, anche spiritualmente. Si cita, ad esempio, Domenico Modugno e il suo essersi fatto passare per siciliano per molto tempo. I protagonisti del romanzo trovano nella poesia un loro vessillo. La poesia è ribellione, dice Desiati, è libertà di gestire non solo le parole o le frasi ma anche lo spazio bianco. Ci invita a scoprire i poeti pugliesi come Biagia Marniti, Raffaele Carrieri, Vittorio Bodini.
Racconta del grande sbarco degli albanesi negli anni Novanta in Puglia e di come la Puglia sia stata la prima regione a mescolarsi e a far integrare migliaia di ‘spatriati’. Consiglia, come Franco Cassano, di camminare in un un bosco e provare a dare un nome ad ogni albero per comprendere l’uomo in mezzo ai molti. Per comprendere che siamo noi stessi molti perché, e cita la Maria Marcone di Analisi in famiglia, “crebbi foresta”.
Per il secondo intervento, accade la stessa cosa che è accaduta il giorno precedente: la piazza si trasforma in un salotto di casa. C’è ancora Chiara Tagliaferri, questa volta con Nicola Lagioia e Cathy La Torre. Non è un autore che racconta se stesso e il suo libro ma una vera e propria conversazione a tre, che ascoltiamo come fosse una conversazione iniziata in casa nostra, pur senza potervi partecipare. Io sono perché voi siete. Il diritto è di tutti.
Cathy La Torre porta il racconto delle sue battaglie legali. Di come da piccolissima abbia deciso di fare l’avvocata e di come sia capace di vedere diritti ovunque. Diritti non riconosciuti da un codice ma alcuni così fondamentali da necessitare di una lotta. Come quella intrapresa affinché vengano concessi dei documenti nuovi alle persone transgender che non hanno ancora completato il percorso di trasformazione del loro corpo. Si parla di genere e di patriarcato. Delle donne che esigono la declinazione al femminile della propria professione, riconosciuta solo per mestieri considerati di minore valore. Delle donne della politica che devono corazzarsi nei tailleur per poter essere prese in considerazione in un ambiente a predominanza maschile. Delle donne che non sono libere di vestirsi come a loro più piace perchè spesso vengono giudicate da quel loro apparire. Si parla di femminismo.
Nicola Lagioia chiede se con il femminismo e la lotta al patriarcato non si corra il rischio di odiare gli uomini solo in quanto uomini. Chiara Tagliaferri risponde che è un rischio che si corre, sicuramente. Cathy La Torre parla della sua campagna “Odiare ti costa” contro gli haters e a sostegno di chi viene insultato o ingiuriato sui social. Chiede perché le donne vengano sempre insultate per il loro aspetto fisico, anche da chi è semplicemente in disaccordo con un loro pensiero. Chiede perchè non esista un corrispettivo maschile alle varie offese, zoccola and co., riferite alla donna. Rispondono “è il patriarcato” ma è Nicola Lagioia che va più nello specifico attribuendo il motivo a una questione culturale. La penso come lui ma avrei approfondito: un’offesa è il contrario di un complimento e alle donne è sempre stato insegnato che per essere “virtuose” devono mantenere un certo distacco dalla propria sessualità. Non si deve mostrare di provare interesse o piacere, bisogna nascondere le curiosità, non è consentito praticare la libertà sessuale. Una società così costituita, se vuole offendere una donna, le rinfaccia di essere sessualmente libera e attiva. Il corrispettivo per l’uomo c’è. Da stereotipo l’uomo è cacciatore, è infedele, deve praticare tanto sesso e nella vita è un duro, forte e dal cuore di ghiaccio. Quindi se un uomo non aderisce a questi canoni e non mostra molto interesse per le attività sessuali, se è una persona gentile e sensibile, chi vuole offenderlo gli dice “ricchione” che non è parola rivolta solo a chi è gay ma anche agli uomini eterosessuali.
Si finisce a parlare di schwa e di come pronunciare i nomi affinché abbiano un genere neutro. Nell’italiano parlato si fa fatica, il napoletano ne ha almeno uno di nome neutro, perchè quando si parla di bambini, che siano maschi o femmine, sono sempre “‘e criature”.
La serata si conclude con una conversazione carica di fascino. Titti Marrone e Melania Mazzucco, conversano su Testo e immagine: un’educazione sentimentale. Melania Mazzucco presenta il suo ultimo romanzo L’architettrice, per rimanere in tema con la declinazione al femminile delle professioni. In un documento ufficiale del ‘600, Plautilla, che progetta una villa delle delizie sul Gianicolo e una cappella nella chiesa di San Luigi dei Francesi, è definita architettrice. Incuriosita, Melania Mazzucco dà il via alle sue ricerche che la condurranno a scoprire tanti particolari della vita di questa donna, figlia di un letterato dilettante, autore di dialoghi divertenti, conosciuto come il Briccio. Su queste ricerche imbastisce il romanzo, mescolando invenzione e realtà. Spiega che in fondo è quello che fanno tutti gli scrittori: che si riferiscano alla propria vita autobiografica o che si riferiscano a fatti storici, essi mescolano sempre invenzione e realtà. E nel romanzo affronta il rapporto tra padre e figlia ricamandolo su se stessa e sul rapporto con suo padre, Roberto Mazzucco, uomo di teatro. Ha la voce calda e lenta mentre si racconta. Come se ci narrasse una favola la seguiamo nella Roma degli anni Settanta, dove Melania condivide occasionalmente la casa con attori e attrici e in quella del Seicento in cui Plautilla tira su case come mai nessuna donna aveva fatto. Ci porta poi a Venezia, seguendo ancora un rapporto padre-figlia, raccontato ne La lunga attesa dell’angelo: quello tra Tintoretto e Marietta, sua figlia illegittima che lui volle sempre con sé. Allora ci spiega l’amore che prova verso il Tintoretto, al quale ha dedicato due libri e un documentario in uscita su Sky. Illustra dipinti che pur non vedendo riusciamo a immaginare dalle sue descrizioni.
Pur essendo donna che utilizza più linguaggi, che vanno dalla narrativa al cinema e al documentario, come le riconosce Titti Marrone, Melania Mazzucco dice di preferire sempre la parola e la scrittura, di sentirla come il suo talento. Me ne rendo conto già al solo ascoltarla.





Positano Racconta
Positano, Chiesa Nuova, 17 giugno 2021
dal 15 al 20 giugno 2021

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