“Tutti riceviamo un dono. Poi, non ricordiamo più da chi né che sia. Soltanto, ne conserviamo − pungente e senza condono − la spina della nostalgia”.

Giorgio Caproni

Martedì, 14 Gennaio 2020 00:00

La Repubblica Romana di Valerio Evangelisti

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Strade piene di buche, fogne che vomitano liquami, ratti e gabbiani che si cibano della spazzatura accatastata intorno alle rovine di un passato glorioso. L’avete riconosciuta tutti: è Roma! Non quella di oggi, però: siamo ai tempi della Repubblica del 1849, l’eroico e poco conosciuto esperimento rivoluzionario al quale Valerio Evangelisti dedica il suo ultimo romanzo storico: 1849. I guerrieri della libertà (Mondadori, 2019).

A dispetto della descrizione impietosa dell’Urbe, si tratta di un profondo atto d’amore da parte dello scrittore bolognese nei confronti dell’indole spaccona del popolo romano e delle sue insospettabili risorse politiche: “La rivoluzione, a Roma, è fatta da gente del genere”, sostiene un personaggio: “Artigiani, bottegai, lenoni, malviventi, sgualdrine, disoccupati, manovali, artisti. Chi potrebbe odiare il clero più di loro? Inoltre pescivendoli, conciatori, vetturini, garzoni, cenciaioli”. La speranza di un mondo migliore è nelle mani dei senza speranza.
Il punto di vista narrativo è quello di un fornaio ravennate, senza forti convinzioni, a eccezione di una spiccata propensione al fiasco di vino. Folco Verardi si rivela tuttavia, proprio per questa sua irresolutezza, un protagonista perfetto: grazie alla sua iniziale estraneità all’ambiente romano di quei tempi, il lettore è subito immerso nella narrazione con la giusta mediazione e accompagna l’eroe lungo tutto l’arco della sua trasformazione coscienziale, fino al grido liberatore del midpoint: “Viva il brigante!” − dove “il brigante” altri non è che il simbolo della svolta gestaltica, della presa di coscienza rivoluzionaria: Giuseppe Garibaldi.
1849. I guerrieri della libertà è un libro molto topografico, gli eventi sono sempre geolocalizzati mediante un’avvincente street view narrativa. Possiamo inoltre cogliere vari riferimenti al presente o alla storia dei movimenti di lotta della Capitale (si vedano per esempio i chiodi a tre punte utilizzati anche dai partigiani durante l’occupazione nazifascista). Ma lo scrittore, da storico quale è stato all’inizio della sua carriera, gioca sempre con il sostegno delle fonti, per altro esibite dettagliatamente nella nota bibliografica. Ancora una volta Evangelisti utilizza gli strumenti del romanzo popolare per offrirci non solo un viaggio salgariano nel tempo, ma anche la simulazione avvincente di un percorso coscienziale: fa letteratura e al tempo stesso attività politica; ci disvela un mondo di significati e di sentimenti mettendoci di fronte alle nostre responsabilità; distrugge i nostri equilibri inerziali, fa filtrare nel triste presente un raggio di speranza blochiana.
Ritornano quindi molti temi che abbiamo incontrato nel ciclo de Il Sole dell’Avvenire, del quale quest’ultimo romanzo costituisce il prequel: le osterie, al pari delle “cameracce” emiliano-romagnole, come luoghi della ricomposizione di classe; il potere salvico della rivoluzione (“Noti vigliacchi si trasformarono in eroi, farabutti diventarono combattenti tra i più arditi”); il riemergente protagonismo femminile nei momenti di rivolgimento sociale (decisamente affascinati le figure della rivoluzionaria Adelaide Quaglierini e delle prostitute repubblicane in armi: la Bocciuta, la Buciona e la Carabiniera); il connubio tra festa e rivoluzione (“Si danzavano il salterello e la tarantella. Le osterie erano gremite, l'Urbe era in festa”).
La Repubblica Romana istituì il suffragio “universale” maschile, abolì la censura preventiva e la giurisdizione vescovile sull’istruzione, distribuì ai contadini le terre delle congregazioni religiose, assegnò i palazzi ecclesiastici ai senza casa, impose un prestito forzoso ai ceti benestanti, promosse azioni a favore dei disoccupati, rese libero il culto e laico lo stato, rivitalizzò l’economia con le commesse militari per la guerra d’indipendenza e con la liberalizzazione delle licenze d’esercizio. Attizzate dal papato in fuga le forze reazionarie di mezza Europa aggredirono il giovane organismo politico. I francesi sbarcarono a Civitavecchia e sottoposero la città a violenti bombardamenti. Il popolo rispose erigendo barricate con terriccio proveniente da campi fioriti: “I romani ci scherzavano sopra, parlavano di giardini fortificati e di petali capaci di arrestare le palle di cannone. D'altronde scherzavano su tutto, in apparenza”.
Con ironia, senza retorica e pietismi, Evangelisti ha grattato via la superficie cinica e fatalista del popolo romano portando alla luce il suo desiderio di riscatto, che ancora oggi potrebbe ardere sotto le ceneri.





Valerio Evangelisti
1849. I guerrieri della libertà
Mondadori, Milano, 2019
pp. 252

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