“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 17 Luglio 2019 00:00

Viaggio nella letteratura noir

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Non è semplice dare una definizione di Noir. “Per molti, non necessariamente poco edotti, il Nero è omologabile a tutti gli effetti al Giallo, solo eventualmente un po’ più violento e movimentato; per altri, meno semplicistici, diventa tout court sinonimo dell’hard-boiled, la “scuola dei duri”, il giallo d’azione all’americana; per altri ancora, i più sofisticati, si riduce a propaggine secolarizzata del Gotico pre-romantico e romantico (si definiscono “romanzi neri” anche le opere della Radcliffe, di Lewis, di Maturin, ecc.), in cui il soprannaturale metafisico viene sostituito dalla patologia sociale, esistenziale e psicologica. Tutte queste affermazioni sono in minima parte vere e nessuna lo è affatto. Il fascino irresistibile del Noir risiede proprio in un’aura che permea ma non determina”. Così scrive Walter Catalano in apertura della Guida alla letteratura noir (Odoya edizioni, 2018), da lui curata, a proposito della difficile e controversa definizione di quella materia magmatica e sfuggente che è il Noir e su ciò, nella prima parte del volume, intervengono Luca Ortino, Giuseppe Panella, Pasquale Pede, Leopoldo Santovincenzo, oltre che lo stesso Walter Catalano.

Il termine Noir è stato introdotto in ambito francese nell’immediato dopoguerra facendo riferimento tanto ai film hollywoodiani di argomento criminale (si ricorre all’espressione film noir sulla rivista L’écran français nel 1946), che all’ambito letterario (la collana Série Noire dell’editore Gallimard nasce nel 1945).
Pasquale Pede ricorda come la nozione di noirceur avesse già una sua storia che resterà presente, più o meno in maniera latente, nell’uso del termine Noir fatto a partire del dopoguerra: “C’è l’eredità della narrativa gotica settecentesca, col suo armamentario di malvagità e perversioni, di esaltazione per l’irrazionale e il mostruoso, di fascinazione per il Male. C’è il romanticismo senza speranza del cinema del Fronte Popolare, con i suoi proletari disillusi perseguitati dal destino e con la sua presa di posizione a favore”.
Nell’impossibilità di definire rigidamente il Noir, Pede individua alcuni elementi caratteristici del genere. Non trattandosi di un tipo di narrazione psicologica, occorrono fatti consistenti e drammatici, preferibilmente un fatto di sangue criminale. Tale misfatto, però, “non ha la funzione di instaurare un mistero, quanto quella di rappresentare l’irruzione del disordine in un ordine, umano e sociale, apparente”. Tra le pagine di un Noir si respira “un’aria di pessimismo, talvolta di predestinazione” con un finale in cui le cose non si aggiustano mai del tutto; nessun idillio viene restituito. Le vicende ruotano attorno al Male, al Negativo, in tutte le sue manifestazioni. Nel Noir sono presenti “sensazioni di perdita, disillusione, disincanto” senza possibilità alcuna di redenzione totale. “Il rapporto con la realtà è improntato al sospetto”; nulla è come sembra e gli stessi rapporti umani sono votati all’ambiguità. La vicenda narrata è costruita attorno ai personaggi e questi sono presentati in “carne e ossa, complessi e articolati”, in modo da (far) riflettere chi legge. Anche nei casi in cui le figure femminili vengono rappresentate con profondità, il Noir resta però, continua Pede, “una narrativa al maschile”. “Per quanto l’istanza di fondo resti realista, l’irrazionale, l’inconscio, lo straordinario sono più importanti di quanto non appaia a prima vista”. Tra gli ingredienti del Noir, oltre all’irrinunciabile violenza, fisica e psicologica, figurano spesso l’abuso di alcol, con i suoi rimandi a tendenze autodistruttive, e possono essere presenti pure un tocco di umorismo, meglio se nero e qualche forma di romanticismo amaro, malinconico, votato all’insuccesso.
Pede sottolinea anche come sia ravvisabile nel Noir americano, fin dalle origini, una sorta di “doppio notturno del western”. Prendendo il Noir le mosse da “scrittori di pulp come Hammett, Whitefield o Nebel, che utilizzarono lo scheletro del mystery per dare origine alla hard-boiled school, la prima pista da seguire parte dal protagonista tipo di queste storie”. Tale tipo di eroe, o antieroe, rivela una natura ibrida in cui sono presenti tanto tratti tipicamente americani che europei: se da un lato affonda le radici nel classico investigatore dilettante anglosassone, dall’altro nei suoi confronti “si pone come intenzionale contraltare. Non è un dandy vagamente superomistico, non è dotato di infallibili capacità deduttive che gli consentono di risolvere i misteri più astrusi, non possiede eccentricità da aristocratico. Tutto all’opposto. Il duro dei pulp è di estrazione proletaria, preferisce il bourbon alla morfina, sa ragionare ma si affida alla sua conoscenza del territorio, ai suoi contatti col sottobosco criminale”. I metodi del protagonista, continua Pede, sono simili a quelli dei malviventi con cui ha che fare; alla violenza risponde con altrettanta violenza e “non è aristocraticamente al di sopra delle vicende di cui si occupa, ma si cala in prima persona nell’indagine, finendo spesso per farne un fatto personale”.
Walter Catalano si sofferma sulle differenze tra mystery e Noir: mentre il primo tende ad essere “rassicurante, consolatorio e conservatore, nei casi peggiori solo meccanico”, il secondo si presenta come “destabilizzante, angoscioso e politically incorrect, sempre e comunque tortuoso e labirintico”. “Se il mystery trova storicamente la sua massima espressione e diffusione nell’Impero Britannico con la sua rigida e insuperabile divisione di classe [...] il Noir si sviluppa dall’hard-boiled di Black Mask e dei pulp dell’America del Proibizionismo e della Grande Depressione e dei paperback dell’era McCarthy e della Guerra Fredda, e si raffina sotto i cieli della Parigi Après-guerre nella Série Noire di Marcel Duhamel, abbeverandosi di surrealismo prima e di esistenzialismo poi”.
Azzardando una definizione “evanescente eppure definitissima, sfuggente ma inequivocabile”, così Catalano descrive la vera essenza del Noir: “Un respiro, un aroma, una sfumatura che può aleggiare su molteplici e diverse narrazioni. È l’atmosfera e non la storia a fare il Noir, così come nel suo corrispettivo cinematografico sono soprattutto i tratti visuali e figurativi e non quelli tematici a definire uno stile che attraversa e scavalca i vari generi”.
Luca Ortino analizza le peculiarità che rendono la storia del Noir francese differente da quello di altri Paesi. Se le radici del Noir americano e anglosassone possono essere fatta risalire alla passione per la letteratura gotica, il romanzo nero francese, sostiene lo studioso, sembra originarsi dal Feuilleton che, a partire da metà Ottocento, con le sue puntate intendeva soddisfare una piccola borghesia che non aveva abbandonato il gusto popolare “per la storia torbida, fitta di personaggi e di colpi di scena, per la trattazione moralistica che portava alla punizione dei colpevoli attraverso la perdita della vita”. Il Feuilleton francese deriverebbe dal gusto per il macabro strutturatosi nel tempo attorno agli spettacoli delle esecuzioni capitali pubbliche che permettevano al pubblico di soddisfare l’intimo desiderio “di punire ogni tipo di colpevole, soprattutto chi apparteneva a un diverso ceto sociale e che abusava del proprio status”. La “letteratura del patibolo” settecentesca “aveva creato un immaginario che alleviava le frustrazioni del popolo sempre sottomesso a molteplici angherie, e che poteva vedere in questi personaggi l’idea di un lestofante dal cuore d’oro che risparmiava il popolano per esercitare la propria vendetta sociale nei confronti degli sfruttatori, degli strozzini e dei proprietari terrieri creando una dimensione mitica atta a nutrire ogni tipo di evasione onirica”.
Il motivo del successo del Feuilletton, continua Ortino, è però principalmente riconducibile al desiderio di tanti borghesi di immergersi in storie coinvolgenti e magari indirizzabili in base alle loro aspirazioni: “Un personaggio, infatti, poteva cadere in disgrazia per il volere, interattivo fin da allora, del pubblico, oppure trasformarsi nel proprio carattere abbandonando la propria indole malvagia per manifestare un’improbabile volontà di operare per il bene”.
Lo studioso mette in evidenza come il Noir francese sia sempre stato “alimentato dalla narrativa popolare prima e dal milieu culturale e filosofico intrinseco al popolo francese da cui è scaturito l’Esistenzialismo”. E proprio ciò, oltre all’influsso surrealista, avrebbe contribuito a diffondere “il senso del perturbante che a sua volta ha influenzato e contaminato tanta letteratura di genere francese, facendo leva anche sul gusto dell’orrido, del soprannaturale e dell’antinaturalismo”, ossia il “lato oscuro” della cultura francese.
Il Noir transalpino degli anni Settanta e Ottanta tende a porre “a suo baricentro la componente sociologica e più prettamente politica, narrando quindi gli eccessi e le contraddizioni della vita pubblica, le nuove manifestazioni della corruzione politica, senza per questo tralasciare il privato. E in questo assume per l’ennesima volta caratteri di reale novità e profondo cambiamento rispetto alla tradizione americana, inserendo il sudore, le lacrime e il sangue della condizione umana contemporanea”.
Nel suo scritto, Giuseppe Panella, una volta sottolineato come il Noir sia altro rispetto al poliziesco classico, al colpo grosso, al procedural e così via, indica nel “sogno” e nei “vicoli ciechi” le caratteristiche ricorrenti in buona parte dei Noir americani (meno presenti in quelli francesi e inglesi). Se la dimensione onirica è, a detta dello studioso, rintracciabile tanto nelle atmosfere impalpabili, quasi metafisiche, dei romanzi di Chandler, quanto nelle ambientazioni sospese di James Ellroy, i “vicoli ciechi” di cui parla non sono soltanto “le strade senza uscita che attraversano, quasi bucherellandoli e crivellandoli, i ghetti neri o i quartieri popolari devastati e trasformati in grandi bidonville senza futuro. Le dead end urbane corrispondono alla mancanza di sbocco delle vite di coloro i quali le popolano e le vivono con tutta la loro disperazione e la rabbia che gli consente di resistere alla mancanza di sbocchi vitali e alla durezza della lotta per la sopravvivenza. Il vicolo cieco è quello che contraddistingue la vita degli eroi del Noir e la loro mancanza di scelta [...]. Il libero arbitrio sembra cessare il proprio esercizio salvifico: di fronte alla durezza della necessità, lo sbocco è determinato. Questo vale per le vittime ma anche per gli eroi [...]. Tutti i grandi personaggi dei romanzi noir e hard-boiled si scontrano con un destino cinico e baro contro il quale cercano di opporre una forte resistenza, ma non riescono a salvarsi senza subire danni gravissimi nel corpo o (più spesso) nella psiche”.
Leopoldo Santovincenzo sottolinea come siano i film attorno ai quali, a metà degli anni Quaranta, viene originariamente applicato il termine Noir a porre “le fondamenta per la definizione di un canone estetico e narrativo che segnerà nell’immaginario collettivo, dentro e fuori il cinema”, tanto che ancora oggi è praticamente impossibile separare il termine Noir da “un universo di segni costituito da pistole, fumo di sigaretta, cappelli, impermeabili, locali notturni, marciapiedi bagnati dalla pioggia, tavoli da poker, musicisti jazz, banconi di bar, bottiglie di whisky, vicoli bui, scale antincendio. O uno stile visivo: luci di taglio, grandangoli, zone d’ombra, inquadrature dal basso, linee oblique e verticali, insegne al neon intermittenti che si riflettono nelle stanze d’albergo, strisce di luce attraverso le persiane, lampadari a cono, tutto il repertorio importato dall’Europa”.
Indubbiamente, tale codice cinematografico, con l’andare del tempo ha finito col cristallizzato in un manierismo che ha influenzato anche la letteratura. Mentre tanti cultori, scrittori ed esegeti del Noir tentano di perimetrarene i confini, il mercato si adopera, invece, per allargarli a dismisura. Al fine di “difendersi e difendere il Noir da questa assimilazione scriteriata” Santovincenzo propone di evitare di farsi prendere dalla smania di delimitare, liberando invece il Noir “dalle gabbie estetiche e di mercato che lo tengono prigioniero, dalla reiterazione delle formule standardizzate, dai pigri 'specialisti' del genere, dalla entomologica dissezione degli esperti, insomma da tutto quello che attenta gravemente alla sua vitalità e soprattutto alla sua autenticità”. Lo studioso propone dunque di provare a cercarlo “sotto la luce del sole, fuori dalle metropoli, nei paesaggi rurali, tra gli astemi e i non fumatori, nelle pieghe della Storia, sulle astronavi e tra le notizie di cronaca, sopra e sotto il mainstream”. È auspicabile che “il Noir ritrovi se stesso e la sua più autentica vocazione ovunque ci sia materia per esplorare il Lato Oscuro”.
Una corposa parte del volume è dedicata ad un numero selezionato di figure letterarie “che, per un verso o per l’altro, hanno fondato il Noir come stile, movimento, genere o sottogenere, sensibilità, atmosfera, catastrofe psicocosmica e quant’altro”. La Guida, sottolinea Catalano, ha inteso dare spazio agli autori che hanno saputo aprire una strada magari proseguita da altri. La trattazione si è concertata quasi esclusivamente su autori statunitensi e francesi fornendone: Boileau-Narcejac; Fredric Brown; Edward Bunker; William Riley Burnett; James Mallahan Cain; Raymond Chandler; James Hadley Chase; Elliott Chaze; James Ellroy; José Giovanni; David Goodis; Dashiell Hammett; André Héléna; George Vincent Higgins; Chester Himes; Jean-Claude Izzo; Léo Malet; Jean-Patrick Manchette; Horace McCoy; Derek Raymond; Giorgio Scerbanenco; Georges Simenon; Mickey Spillane; Jim Thompson; Lionel White; Charles Willeford; Charles Williams; Cornell Woolrich.
L’ultima parte della corposa Guida, che sfiora le cinquecento pagine, prende in esame le pubblicazioni statunitensi, francesi ed italiane che hanno contribuito ad introdurre e diffondere il Noir.
Concludendo, come scrive nelle Istruzioni per l’uso iniziali Walter Catalano, vale la pena sottolineare che questa  Guida alla letteratura noir è rivolta “sia al neofita per indirizzarlo e guidarlo in un percorso mirato di letture, sia al cultore e all’appassionato perché possa approfondire e sviscerare ulteriormente il tema”. Di certo, ricorrendo alle parole di Luca Ortino, il Noir “è un genere letterario che non tranquillizza il lettore ma lo espone sensorialmente a una destabilizzazione emotiva, alterandone la visione della vita e dell’ordine costituito, rendendo ambigui e confusi i contorni fra bene e male. Spesso il finale del romanzo noir non porta ad alcun punto fermo, non risolvendo il mistero ma ponendolo in posizione subordinata”. Poi non si dica di non essere stati avvertiti.





Walter Catalano
(a cura di)
Guida alla letteratura noir
Odoya edizioni, Bologna, 2018
pp. 448 (Volume illustrato)

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