"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 09 Maggio 2019 00:00

Grazia Cherchi, cattiva coscienza dell'editoria italiana

Scritto da 

Recentemente un convegno a Milano ha ricordato l’appassionata e coinvolgente operazione culturale svolta dai Quaderni Piacentini, rivista di letteratura e politica fondata a Piacenza da Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi nel 1962. A partire dai primi due numeri, ciclostilati in duecentocinquanta copie, questa pubblicazione trimestrale conobbe una crescente diffusione, fino a vendere quattordicimila copie negli anni Settanta, definendosi subito come strumento di riflessione politica e stimolo all’azione per i nascenti movimenti studenteschi e operai.

La rivista si collocava in un territorio ideologico vicino alle proposte della Nuova Sinistra e ai gruppi intellettuali che, guardando alle esperienze del neo-marxismo internazionale e terzomondista, si erano liberati dalla soggezione al PCI, alla sinistra tradizionale e ai sindacati riformisti, ispirandosi invece ai pensatori della Scuola di Francoforte, e in special modo a Herbert Marcuse.
I Quaderni Piacentini raccolsero intorno alla redazione le intelligenze più vivaci e anticonformiste, le voci più causticamente dissidenti della cultura italiana degli anni ’60-’70 (Goffredo Fofi, Franco Fortini, Edoarda Masi, Cesare Cases, Luca Baranelli, Francesco Ciafaloni, Giovanni Jervis, Sebastiano Timpanaro, Giovanni Giudici, Danilo Montaldi, Elvio Fachinelli, Giancarlo Majorino, Giovanni Raboni), a cui negli anni successivi, fino alla conclusione del loro ciclo vitale nel 1984, si unirono intellettuali più giovani ma  parimenti impegnati (Michele Salvati, Federico Stame, Bianca Beccalli, Alberto Cadioli, Sergio Bologna, Luisa Muraro, Augusto Vegezzi e Alfonso Berardinelli). Alla base di questo combattivo sodalizio intellettuale vigeva il forte collante di un’amicizia vissuta e partecipata intensamente, oltre alla dedizione generosa, incondizionata, di alcuni dei redattori.
Di Grazia Cherchi, in particolare.
Grazia Cherchi (Piacenza, 1937 − Milano, 1995) rappresentò per trent’anni la cattiva coscienza dell’editoria italiana: attenta, scrupolosa e severa critica letteraria; apprezzatissima consulente di Garzanti e Feltrinelli; editor e consigliera di scrittori emergenti divenuti poi celebri (Stefano Benni, Alessandro Baricco, Maurizio Maggiani, Massimo Carlotto, Dario Voltolini, Gianni Riotta, Enrico Deaglio, Gad Lerner); collaboratrice di Linus, Il Manifesto, L’Unità, Panorama. Fu anche autrice di un libro di racconti e di un romanzo, Basta poco per sentirsi soli e Fatiche d’amore perdute. Aveva iniziato la sua carriera nei Quaderni Piacentini a venticinque anni, insieme all’amico di una vita e concittadino Piergiorgio Bellocchio, e della rivista fu l’anima infaticabile e insostituibile.
Soprannominata simpaticamente da Geno Pampaloni “la zarina”, definita da Clara Sereni “globtrotter della cultura”, esercitava un “potere affettuoso”, secondo Berardinelli, su tutti coloro che l’avvicinavano, temendone e insieme apprezzandone il rigore, la grinta, la perspicacia dei suggerimenti e la fermezza inflessibile nei rifiuti. La sua attività si svolgeva sia dietro le quinte, nei colloqui prodighi di consigli con gli autori e nelle indicazioni fornite agli editori, sia più pubblicamente con recensioni accurate e pungenti, stroncature motivate, commenti ai costumi e al malcostume nazionale.
Espressione di questa dedizione al lavoro, della competenza di lettrice e del senso etico che animava Grazia Cherchi, sono gli scritti raccolti nell’antologia Scompartimento per lettori e taciturni, curata da Roberto Rossi, pubblicata da Feltrinelli nel 1997 e riedita da Minimum Fax nel 2017.
L’affettuosa prefazione di Giovanni Giudici tratteggia un delicato profilo della persona di Grazia, “esempio di dedizione e disinteresse”, sempre pronta a mettere a disposizione degli autori il suo tempo e la sua esperienza, usando insieme a una “vigile ironia” la rara dote dell’ascolto paziente, del suggerimento gratuito. Piergiorgio Bellocchio gli fa eco, nell’introduzione, sottolineando di lei anche le doti organizzative e direttive di redattrice, consulente e editor, capace di stimolare gli scrittori alla produzione di testi (di cui curava con severa perizia struttura e forma), e di interessarsi con discrezione della loro vita privata, arrivando a difenderne gli interessi nelle contrattazioni economiche con le case editrici.
Il volume offre ai lettori un’immagine complessiva dell’attività giornalistica della Cherchi, protrattasi per quindici anni, rimandando a un eventuale e auspicabile nuovo intervento lo studio sul suo altrettanto fondamentale lavoro editoriale; il curatore e amico Roberto Rossi ne ha giustamente suddiviso il contenuto cronologicamente e tematicamente, in modo da permettere al lettore di seguire gli argomenti nel loro susseguirsi e modificarsi nel tempo.
Attraverso l’indice, chi legge può agevolmente risalire alle recensioni, ai consigli/sconsigli di lettura, alle interviste, ai ritratti di intellettuali vergati con sottile arguzia. Volponi, Sereni, Morante, Bilenchi, Fortini, Cases, Revelli, Garboli, del Buono, Malerba, Arbasino, Pampaloni, Zanzotto, Camilla Cederna, Lalla Romano: da subito si mostrano nella loro spiccata statura morale e culturale, mai abbastanza rimpianta in questi nostri giorni orfani di maestri.
Soprattutto dai primi articoli antologizzati si desume la libertà di pensiero, l’autonomia da vincoli e ricatti professionali di Grazia Cherchi: indifferente ai gusti predominanti nel pubblico, alle pressioni pubblicitarie, alle classifiche delle vendite, sbeffeggiava i vicendevoli favori tra recensori, le segnalazioni obbligate, le polemiche concordate, i premi, i salotti, i minuetti televisivi.
Nella sua attività di editing deplorava la presunzione di molti scrittori o aspiranti tali, insofferenti di qualsiasi critica, insistenti nell’autopromozione ed eccessivi nel raccomandare i loro inediti: “L’unica modesta proposta che ho avuto occasione di fare per arginare l’ondata è il razionamento della carta: tot carta pro capite, e deve bastare per tutta la vita”.
Portinai, chirurghi, maestre in pensione, già negli anni ’80 ambivano alla notorietà confezionando “non-libri per non-lettori”, in prolisse e insipide confessioni autobiografiche, o improvvisandosi giallisti e cronisti d’assalto.
Al critico e all’editore spetterebbe il dovere di non creare false aspettative e illusioni di successo: sotto questo aspetto la Cherchi senz’altro sapeva dimostrarsi intransigente, stroncando drasticamente l’insulsaggine di pretenziosi bestseller, e la boria di  troppo celebrati autori; inclemente staffilava il servilismo e le lodi ecumeniche propagandate dai media, l’impaccio di presentatori e conferenzieri, citando puntualmente nomi, testate giornalistiche, trasmissioni televisive, “premiopoli” manipolate e convegni superflui. Arrivò anche a stilare una sorta di normativa per il supplemento letterario ideale, specificando le varie sezioni in cui avrebbe dovuto articolarsi, al fine di centrare l’obiettivo di una più consapevole diffusione della lettura e della promozione di libri di qualità ‒ che l’autrice, tra l’altro, regalava nei suoi casuali incontri in treno o sull’autobus, con intento di proselitismo.
Un capitolo di particolare interesse in questo Scompartimento per lettori e taciturni (bellissimo titolo, vagheggiante la sparizione dei disturbatori seriali) è poi riservato alle riflessioni dell’autrice pubblicate sulla rivista Linea d’ombra tra il 1988 e il 1990, “In margine” agli avvenimenti sociali e culturali di quel biennio.
Giudizi mordaci sulle mode imperanti, sul calo della partecipazione e della militanza politica, sulla schizofrenia tra decenza in pubblico e indecenza in privato; commenti ironici ai tormenti visivi e uditivi che straziano ambienti interni ed esterni, al turpiloquio esibito, al fariseismo cattolico e laico che accompagna l’addio alla vita. In sintesi, alla mancanza di rispetto per l’altro da sé.
Grazia Cherchi, che spesso in questa raccolta di articoli si autodefiniva “grilla parlante”, consapevole di quanto la sua voce di intellettuale disorganica al potere, ma risentita e allarmata, rischiasse di cadere inascoltata nel deserto di una indifferente sordità collettiva, venendo a mancare precocemente nel ’95 non ha potuto osservare l’ulteriore degrado che ha investito il mondo editoriale, e ancora di più i rapporti sociali.
Oggi probabilmente sceglierebbe di viaggiare in uno scompartimento blindato.   





Grazia Cherchi
Scompartimento per lettori e taciturni
A cura di Roberto Rossi
minimum fax, Roma, 2017
pp. 345





Bibliografia:

Di Grazia Cherchi:
Quaderni Piacentini, Antologia 1961-1968 (con Luca Baranelli), Edizioni Gulliver, Milano, 1977
Basta poco per sentirsi soli, Tranchida, Catania-Palermo, 1986; e/o, Roma, 1991 e 1995; Papero Editore, Piacenza, 2018
Fatiche d’amore perdute, Longanesi, Milano, 1993

Su Grazia Cherchi:
Giuseppe Muraca, Piergiorgio Bellocchio e i suoi amici, Ombre Corte, Verona, 2018
Giulia Tettamanti, Tuffarsi nell’altrui personalità, Unicopli, Milano, 2016
Michela Monferrini, Grazia Cherchi, ali&no editrice, Perugia, 2015
Serena Di Ceglie (a cura di), Grazia Cherchi. Un editor che ha lasciato il segno, © Oblique, 2009
Goffredo Fofi, Vittorio Giacopini, Prima e dopo il ’68. Antologia dei Quaderni Piacentini, minimum fax, Roma, 1998

Lascia un commento

Sostieni


Facebook