“Le ho riservato due biglietti per la prima del mio Pigmalione. Porti un amico. Se ne ha uno”; “Non posso venire alla prima. Verrò alla seconda. Se ci sarà”

Scambio di telegrammi tra George Bernard Shaw e Winston Churchill

Venerdì, 25 Marzo 2016 00:00

Impazzire o abbandonarsi al mio diavolo

Scritto da 

Non ho mai imparato tanto come in quelle lunghe giornate che, dall'esterno, potevano sembrare vuote, e in cui controllavo il mio cuore inespresso


Cosa significa avere un diavolo in corpo? Mettiamo il caso essere una voce, una violenta spinta, una luce abbagliante e sfilacciata che ci governa, la domanda sorge spontanea: è inscritta in noi come astrazione che ci forma o ci viene posta dentro in un dato momento, si crea per effetto di uno sconvolgimento?

Leggendo Il diavolo in corpo di Radiguet questo demone inquieto si presenta lentamente come un pensiero ossessivo, al pari di una smania che fa del bruco farfalla. È un parto massacrante perché nello sfogo della carne alimenta i suoi conflitti, si pone con aria di sfida nei confronti delle passioni e nel consumarle si castiga per poi rinascere dalle stesse ceneri con fisionomie nuove. Può essere ascrivibile alla crescita tumultuosa di un essere umano giovane, ma sarebbe riduttivo fare di questo romanzo un mero racconto di formazione. Radiguet nella semplicissima trama che architetta inserisce elementi che ad un occhio attento si manifestano come vere colonne portanti dell'opera. Si spalanca davanti al lettore un universo mentale conturbante, più reale dei meri fatti che accadono. Siamo nella testa e nella vita del giovane protagonista, lo osserviamo da una prospettiva che ci permette non solo di capire, ma di seguire fisicamente i suoi spostamenti immaginifici e le sue peroranti domande sulla natura delle azioni.
Tutto passa sotto il vaglio dell'analisi, la stratificazione delle dimensioni a cui bisogna dar conto diventa una coltre spessa e stringente, ma capiamo subito che l'autore mira dritto a un desiderio: la consapevole purezza. La morale corrente, l'autorità paterna, il giudizio sociale, sono geroglifici che si sgretolano sotto l'esigenza più nobile di riscoprire il fondo privato del proprio agire, il luogo incontaminato dal quale l'istinto e la ragione emergono per dividersi inesorabilmente una volta in superficie. La ricerca della verità è una chimera, nonché un'illusione, per tale motivo le grandi istituzioni che si ergono a depositarie del vero e con dispotismo intessono i reticolati e le gerarchie dei ruoli e delle qualità non fanno altro che costruire un recinto fittizio intorno a ciò che è manchevole di verità. Ribellarsi diventa un imperativo, ma la debolezza consiste proprio nell'essere parte di un tutto che ci tiene legati mani e piedi e difficilmente ci lascia uscire fuori dal suo perimetro.
Il giovane ragazzo nell'atto deprecabile che sta nutrendo si dimena in domande che lo vedono scisso, addirittura frantumano impietosamente la sua figura, la volontà, la personalità, la scaturigine delle sue scelte. Nelle sue parole la contraddizione è in agguato, il paradosso delle sue lusinghe lo rende esposto, in bilico e per questo vulnerabile, perché non ancora pieno e deciso, consapevole dei divari insormontabili che si creano tra le cose che facciamo e quello che sentiamo o pensiamo delle stesse. Scegliamo di amare qualcuno di inaccessibile per ragioni formali e sociali, l'occhio vigile della vergogna si impone e se anche volessimo far finta non esista, siamo comunque stuzzicati angosciosamente dalla sua inesorabilità. Eppure gli strati come veli si infittiscono, il doloroso processo di svelarli ci dà la misura dell'introspezione, del caparbio destino dell'uomo di ardere il manichino che è diventato alla fiamma del proprio minuscolo segreto. A quel fondo tutto appare pulito, incorrotto, quel piano verticale legittima ogni nostra scelta, ogni impulso, tutti i pensieri, perché ha il vantaggio di essere il fondamento, di essere prima di qualsiasi errore. L'autonomia del giudizio su se stessi però è una conquista quasi impossibile, la ricerca è disperata, perché la castità dispotica di quel momento iniziale si rivela a sprazzi, come fosse un'allucinazione, il pianeta di provenienza disperso nell'infinito ripetersi di pianeti e sistemi.
Radiguet aveva solo diciassette anni quando scrisse Il diavolo in corpo, era un ragazzo giovane quanto il suo protagonista, ma la sua penna graffia in profondità conservando la melmosità degli stili classici, la voce baritonale delle esperienze impolverate, degli uomini nati vecchi e saggi. Un sussulto inquieto si affaccia sempre, disturba con la foga della giovinezza la seriosità e il contegno di chi cerca secondo scienza letteraria. Per ritornare al quesito iniziale: cosa vuol dire avere un diavolo in corpo?
Io azzarderei un'ipotesi che non ha pretese di verità, poiché non esistono. Il diavolo in corpo è un vento spaziale che ci informa del vuoto, ma ci lascia intravedere la possibilità di qualcosa. In questa rarefazione si può impazzire o abbandonarsi a quella materia sottile sperando di precipitare su una stella.



NB. A corredo dell'articolo le immagini realizzate da Paul Émile Bécat per Le diable au corps (Paris, Georges Guillot, 1957). In copertina: Amedeo Modigliani, Portrait of Raymond Radiguet (1915; part.).

 




Raymond Radiguet
Il diavolo in corpo
a cura di Davide Monda
Milano, Bur/Rizzoli, 2009
pp. 154

Lascia un commento

Sostieni


Facebook