“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Lunedì, 21 Marzo 2016 00:00

Oltre la segreta reticenza del mondo

Scritto da 

ricostituire, attraverso il concatenamento delle parole e la loro
disposizione nello spazio, l’ordine stesso del mondo.

(Michel Foucault, Le parole e le cose)

 

Era un piccolo porto, era una porta
aperta ai sogni.

(Umberto Saba, In fondo all’Adriatico selvaggio)

 

 

Per accostarci ad una lettura di Eclissi, di Ezio Sinigaglia, possiamo partire da quanto lo stesso autore scrive in una nota a una sua recente traduzione di un racconto di Julien Green, Leviatano o L’inutile traversata, del 1928: "ʽReticenzaʼ è la parola chiave di questo racconto: reticenza del protagonista, dei cui sentimenti ci viene detto che “ce qui en paraissait, paraissait malgré ses efforts” (“quel che ne traspariva traspariva a dispetto dei suoi sforzi”), ma reticenza anche e soprattutto del racconto stesso, che non si piega neppure a svelare al lettore il segreto che il passeggero si decide infine a confessare al capitano (per poi subito, è pur vero, ritrattarlo)".

Successivamente, il traduttore afferma che Julien Green, in questo suo racconto, per raggiungere l’effetto reticenza, si serve anche di una sintassi e di uno stile declinato verso la parsimonia, la scarsità di vocaboli e di espressioni. Se "reticenza" può essere considerata quasi come una parola chiave anche in Eclissi, non si può dire che essa sia raggiunta, in questo caso, per mezzo della parsimonia e della scarsità. L’autore srotola infatti uno stile finemente cesellato e caratterizzato da una spiccata propensione al pastiche e alla contaminazione linguistica, uno stile che, sulla pagina, continuamente si arricchisce di trovate e invenzioni, di descrizioni, di parole aeree che si susseguono divertite come i colori di una tavolozza, unite in abbracci lessicali che dipingono morbidi acquarelli ma anche intense e odorose pitture ad olio. Leviatano ed Eclissi hanno in comune, per certi aspetti, anche lo ‘scioglimento’ finale, quando il protagonista trova le insondabili parole per tessere un segreto su uno spazio navigante circondato dalla solitudine del mare: un mercantile in viaggio dalla Francia all’America nel primo, un peschereccio perduto nel silenzio di un’eclissi, nel secondo.
Il romanzo di Sinigaglia mette in scena il triestino Eugenio Akron alla ricerca di una ‘domanda’ (e non di una ‘risposta’) che possa far luce su un evento legato alla sua giovinezza, la tragica scomparsa in mare dell’amico Ben che proprio a uno spazio navigante si era affidato poco prima che spirassero venti di burrasca. Per mettere in atto la sua ricerca, il personaggio si reca in una sperduta isola del Mare del Nord, compiendo un viaggio che diventa "l’ultima occasione per estrarre dalla reticenza del mondo una domanda". In quest’isola, dove sarebbe stata perfettamente visibile un’eclissi totale di sole, Akron conosce Mrs Wilson, un’ottantenne signora di Boston che farà scaturire il meccanismo del ricordo del protagonista. Poco sopra, si accennava alla reticenza come a una sorta di parola chiave di Eclissi: Akron, tramite il meccanismo della memoria, vorrebbe far luce su questa reticenza, su questo segreto scritto nelle costellazioni. Infatti, come un’estasi metacronica proustiana – per utilizzare una definizione di Francesco Orlando − a innescare il ricordo di Ben e l’ostinata reticenza da cui questo ricordo era stato avvolto, sarà un gesto di Mrs Wilson, quando l’anziana signora, abbracciando il protagonista in una notte stellata, lo guiderà a trovare la Stella Polare. Inconsapevolmente, la Wilson fa lo stesso gesto compiuto da Ben cinquantun anni prima, in una triestina fredda notte di gennaio. Nel segreto di quel gesto, di quell’invito a leggere il libro degli astri, è racchiuso il delicato e silenzioso affetto-amore assoluto che ha legato indissolubilmente il protagonista all’amico scomparso.
La reticenza è tutta giocata entro una contrapposizione antitetica fra luce e oscurità che entrano in unione e sinergia fra di loro per modellare una "notte straordinariamente luminosa" creata, ossimoricamente, dall’oscurità della luna che si pone davanti al sole per i pochissimi minuti della durata dell’eclissi. Fin dall’incipit, che così suona: "Il suo progetto puntava dritto all’oscurità per cogliervi una luce". E questa oscurità viene cercata dal personaggio su una sperduta isola del Nord, un luogo, appunto – l’isola – frequentemente associato, in letteratura, alla dimensione dell’utopia. Ad essa si contrappone la "spietata topia" del corpo, come afferma Michel Foucault in Il corpo utopico, una interessante trascrizione di una conferenza venata di accenti poetici. Ma anche il corpo, a detta dello studioso francese, può assumere connotazioni utopistiche, perché è proprio in esso che viviamo emozioni, immagazziniamo ricordi, diamo libero sfogo al sogno e alla fantasia: "No, veramente non c’è bisogno né di magia né di fiaba, non c’è bisogno né di un’anima né di una morte perché io sia insieme opaco e trasparente, visibile invisibile, vita e cosa: per essere, basta essere un corpo".
Akron, per cercare l’utopia dentro se stesso, si reca in un luogo utopico, un’isola nell’estremo nord: la stessa utopia segreta dentro di lui gli appare perciò ancora più legata alle proprie percezioni corporee. L’autore sembra proprio porre l’accento sulla sfera del corpo e delle sue percezioni, come il sentire freddo, nell’isola nordica come nella notte di gennaio di Trieste, il desiderio di fumare una sigaretta dopo molti anni, il toccarsi e sfiorarsi degli stessi corpi e delle mani, gli abiti pesanti indossati, il gustare cibi e  bevande, il percepire  suoni e colori. Sembra che la stessa isola rappresenti quasi una dilatazione del corpo del protagonista: anch’essa è ferita da un avvenimento tragico del passato, quel 14 luglio del 1738 in cui una tromba marina ha distrutto il paese di Storbygd uccidendone gli abitanti, mentre gli uomini erano usciti per una battuta di pesca. L’antica cattedrale scoperchiata ne è il segno tangibile e la ferita impressa e Akron la percorre pensando alla propria ferita, a quel lontano giorno in cui avrebbe potuto salvare il suo amico e, probabilmente, la sua vita avrebbe potuto percorrere una strada diversa. Lo stesso mare che circonda l’isola assume una valenza quasi corporea: le onde, non a caso, vengono spesso definite "irsute", come il dorso di un animale selvatico. E infatti, il mare, nella narrazione, riveste un’importanza fondamentale: l’isola, circondata dal mare, è il teatro dove i sogni e i ricordi possono baluginare oltre il segreto e la reticenza, uno spazio avvolto da marosi che diventano pelle e carne, solcati da una "variopinta flotta di Tespi"; il porto di Trieste frequentato dai giovani Eugenio e Ben, che "era il teatro, certo, uno dei loro teatri preferiti. Il preferito, forse, in assoluto", venato di suoni e odori, una "porta aperta ai sogni", come scrive Umberto Saba, uno sbocco sul mare dell’utopia e della speranza, ma anche della terribile tragedia. Perché il mare uccide, distrugge: cancella la vita di Ben e quella delle donne e dei bambini di Storbygd. Su uno spazio navigante, inoltre, in mezzo al mare, nei momenti finali, Akron ricerca le tracce antiche e profonde del suo segreto, come il protagonista di Leviatano o l’inutile traversata.
Come accennato, la reticenza e il segreto che avvolgono le pagine di Eclissi non trovano un corrispettivo nello stile, come invece accadeva nel racconto di Julien Green: Ezio Sinigaglia ci avvolge con uno stile esso stesso ‘corporeo’ e magmatico. Mrs Wilson parla in un italo-inglese che mima elegantemente e ludicamente la parlata di un inglese o di un americano che si sforza di parlare italiano e questa stessa parlata si estende spesso al discorso indiretto libero. All’italo-inglese di Mrs Wilson fa da contrappunto l’inglese perfetto con cui si esprime Akron e, sullo sfondo, viene spennellato in certi momenti il dialetto triestino, nei dialoghi fra il protagonista e Ben, fra il protagonista e il figlio Tito nonché i termini, sempre  triestini, "muli" e "muleti" ("ragazzi" e "ragazzetti"), inseriti spesso nel testo. Nel momento della descrizione della chiesa scoperchiata e della vicenda luttuosa che nel 1738 ha segnato il paese di Storbygd, invece, la scrittura si esibisce in impennate quasi epiche mentre lo stile assume la maestosità e la delicatezza di un antico racconto orale. Uno stile che conduce il protagonista Akron oltre la segreta reticenza del mondo, a riannodare fili, a scrutare le stelle per trovarvi sogni e utopie perdute e lontane, a cercare nuove corrispondenze fra le parole e le cose. Fino, nei momenti finali (che, così preziosi, qui davvero non posso svelare), a salire su un peschereccio-barca di Caronte assieme ad un angelo che ha le fattezze di una vecchia signora di Boston per vedere, finalmente, chiaro e forse capire, in una fugace notte creata dall’eclissi in cui le stelle brillano più luminose e più irraggiungibili che mai.

 

 

 

 

Ezio Sinigaglia
Eclissi
Roma, Nutrimenti, Roma
2016

 


Riferimenti bibliografici:

Michel Foucault
Il corpo utopico
in Id. Utopie Eterotopie
a cura di Antonella Moscati,
Napoli, Cronopio, 2011
pp. 29-59.

 

Julien Green
Leviatano o L’inutile traversata,
traduzione di Ezio Sinigaglia
in Id. Viaggiatore in terra. Cinque racconti
a cura di Giuseppe Girimonti Greco,
Roma, Nutrimenti, 2015
pp. 153-165.

 

Francesco Orlando,
Proust, Sainte-Beuve e la ricerca in direzione sbagliata
prefazione a Marcel Proust, Contro Sainte-Beuve
Torino, Einaudi, 1991,
pp. VII-XXXVII.

 

Umberto Saba
Il Canzoniere
Torino,Einaudi, Torino, 2014.  

Lascia un commento

Sostieni


Facebook