“E comunque si andrà a teatro perché là ci sono ancora esseri che sudano, che piangono, si tagliano, sbagliano, cadono, si disperano o sono felici. Si andrà a vedere questo evento come qualcosa di non manipolabile, di non bidimensionale”.

Antonio Neiwiller

Giovedì, 31 Marzo 2016 00:00

I misteri di Roccachiara

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Ho iniziato la lettura di Acquanera di Valentina D’Urbano convinta che sarebbe stata una storia simile a Il rumore dei tuoi passi: il racconto di un giovane amore tormentato e mai ammesso, della scomparsa prematura di un ragazzo e della difficile vita di chi vive in un luogo dimenticato da Dio, dove impera la legge del più forte. Mai mi sarei aspettata di leggere un romanzo con gli stilemi del realismo magico, dove fenomeni magici – in questo caso paranormali – sbocciano come primule nel tessuto rassicurante della realtà conosciuta.

Acquanera è la storia di quattro generazioni di donne, accomunate da un marchio oscuro che si tramanda di generazione in generazione: la capacità di parlare con i morti. Questa caratteristica è quasi una maledizione: si tratta di un ingombrante fardello con cui fare i conti, ammantato di un’aura di imprevedibilità tipica dei misteri esoterici. Per questo il fatto di ascoltare le parole di chi è passato a miglior vita non è mai motivo di vanto, e spesso è anche accettato con riluttanza: alcune di queste donne lo accolgono, rassegnate, trasformandolo in un mezzo per guadagnarsi da vivere come medium. Altre invece cercando di ignorarlo, sperando che la propria progenie nasca priva di quella che spesso appare una condanna. È tale, infatti, non tanto perché i morti siano pericolosi – in quanto incorporei, sono innocui – quanto perché questa capacità condanna le donne all’emarginazione sociale. Sebbene infatti molte persone richiedano la loro mediazione per parlare con i propri cari trapassati, l’occhio con cui guardano alla vecchia Clara Castello, poi a Elsa, a sua figlia Onda e alla giovane Fortuna, è sempre carico di sospetto. Parlare con i morti è infatti qualcosa di oscuro e incomprensibile, quasi demoniaco, e per questo spaventoso. Senza contare l’arte erboristica che queste donne si tramandano: la preparazione di decotti atti a curare quasi ogni male, le rende estremamente simili alle streghe. Gli abitanti di Roccachiara, paesino tra i monti affacciato sul lago, fanno spesso ricorso a questi rimedi casalinghi – sempre di nascosto – eppure temono chi li prepara, convinti di essere in balia di creature demoniache.
Quello dell’esclusione sociale è un tema che attraversa l’intero romanzo di Valentina D’Urbano – come pure il precedente, Il rumore dei tuoi passi. Emarginazione superstiziosa e paurosa, che colpisce chiunque graviti attorno a queste donne, anche coloro privi di poteri sovrannaturali.
Eppure la narrazione è tesa a dare voce proprio alle medium, con il risultato di mettere in risalto la sofferenza provata a causa di questo ring of fire che le circonda e che sembra destinarle a una vita di solitudine.
Gli uomini infatti sono assenti, o fanno solo delle bevi apparizioni, mettendole nella posizione di imparare a difendersi da sole, di cavarsela nonostante il potere che le condanna. L’unica persona che sembra impermeabile agli sguardi in tralice dei paesani è Luce, la figlia del becchino: ammantata di una sorta di cappa repellente, diventa la prima e unica amica di Fortuna. Luce è strana, ha un passato di sofferenza e compone i morti per i funerali: è ovvio che gli abitanti di Roccachiara scansino anche lei.
Un altro tema ricorrente è quello della forza misterica dei luoghi, che sembra determinare lo svolgimento delle vite di chi lì passa la propria esistenza. Un piccolo paese tra le montagne può diventare una prigione, da cui però si può scappare in un posto in cui nessuno conosce niente di te, neanche le voci superstiziose che girano. Un lago può essere un luogo di svago, ma anche la tomba di poveri malcapitati. Una foresta può essere il luogo in cui erigere il proprio eremo, ma anche quello in cui commettere un omicidio.
È su questa commistione che Valentina D’Urbano imbastisce la propria storia, giocando con il mistero, con la commistione tra vivi e morti, creando un’atmosfera a metà tra la rassicurante quotidianità e l’inquietante presenza di ciò che non possiamo vedere, ma che spesso ci provoca un brivido.
Con il ritrovamento di un corpo, l’autrice crea l’occasione per riportare a galla l’intera storia di questa famiglia straordinaria, giocando sulle parole dette e quelle taciute, sull’equivoco, sull’amore che lega queste donne tra di loro. Si crea l’occasione per svelare finalmente le cause della scomparsa di Luce, e sul passato di Fortuna, fuggita da Roccachiara per crearsi una vita lontano, dove nessuno sa nulla della sua inquietante famiglia.

 

 

 

 

Valentina D’Urbano
Acquanera
Milano, Longanesi, 2013
pp. 357

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