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Mercoledì, 09 Dicembre 2015 00:00

Stati Uniti e letteratura: gli scrittori-anticorpi

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Così, siamo arrivati alla fine di questo viaggio nella letteratura americana. O meglio: voi continuate a viaggiare come e quando volete. Diciamo che per Il Pickwick quest’anno mi ero ripromesso di capire qualcosa di più sul mondo letterario degli Stati Uniti. Prima mi sono buttato sui saggi di David Foster Wallace, poi è venuta la volta di quel mostro al fulmicotone che è Infinite Jest, quindi Suttree di Cormac McCarthy e un girone dannato targato Tennessee.
Non so se gli Stati Uniti si trasformeranno nell’Onan prefigurato da Wallace oppure riscopriranno le loro radici fluviali. Insomma, la nuova frontiera è tutta da prefigurare. Resta il fatto che se le premesse sono il deserto di ruggine che descrive questo libro di esordio di Philipp Meyer, è molto probabile che stiano mettendo i tasselli giusti per arrivare non tanto all’Onan quanto a La strada. Sempre per restare a McCarthy. O a quello e quell’altra.

La strada: ecco il tòpos letterario odierno. Di strade sono lastricati romanzi su romanzi, quello mitico, e sopravvalutatissimo, di Kerouac non ne faceva mistero perfino nel titolo. Strade e strade che portano all’Ovest, soprattutto, dopo aver valicato quel mondo fluviale che taglia, come dicevamo grazie a Suttree, il continente dalla regione dei grandi laghi a New Orleans. La strada era agognata dai pionieri, dai cercatori d’oro, dagli avventurieri, dai bounty-killer. Gli unici a non tenerne di conto erano gli indiani, abituati a muoversi senza bisogno di tracciati: sentivano l’aria, guardavano le stelle, ascoltavano i rumori della prateria e fiutavano la puzza di coyote e bisonti. La strada però, che sia sterrata, di asfalto o ferrata, è la civiltà: difatti abbiamo visto che fine hanno fatto quegli indiani che se ne stavano alla larga.
Qui siamo in Pennsylvania, Mon Valley: un tempo il principale centro siderurgico mondiale, ora ambiente urbano desolato, sofferente a causa di una crisi che sembra non avere fine. La gente è stata licenziata, le fabbriche hanno chiuso ed è rimasta solo la ruggine a coprire i vecchi muri. Case, negozi e industrie lasciate andare, povertà. Ovvio che in queste zone viva un’umanità lacerata. Non fa eccezione Isaac, ventenne mingherlino, molto intelligente ma insicuro, che nella più classica delle tradizioni americane ed echeggiando numerosi precedenti da romanzo di formazione, parte per un viaggio, o meglio scappa. Destinazione, ma tu guarda, California. Solo che succede un imprevisto: il ragazzo uccide un barbone che stava per violentare il suo amico Poe. Non si può decidere quale sarà il proprio percorso formativo, è la vita a stabilire come forgiarti e quali esperienze si radicheranno in te. E accade tutto molto per caso.
Ammesso che i due giovani riescano a dimostrare che la situazione richiedeva l’esercizio della legittima difesa, uccidere un uomo non è uno scherzo. Le implicazioni, tralasciando quelle giuridiche, che già di per sé non sono acqua di rose, e tralasciando perfino quelle morali, che scarnificano cinicamente, solo dal punto di vista pratico sono innumerevoli. Poe, tra l’altro, ha dimenticato il suo giubbotto sulla scena del delitto e ora la polizia sospetta che l’assassino sia lui. Cosa deve fare? Dire la verità significherebbe condannare Isaac, che oltretutto ha agito per difenderlo. Lo stallo in cui si trova Poe è emblematico. Mentre Isaac si ritrova a vagare senza meta e privo di soldi nella pericolosa provincia americana per fuggire da quel cadavere che pesa sulla coscienza, ennesimo fardello di una vita insopportabile.
Il dilemma che assilla tutti i personaggi è la decisione da prendere. Non c’è decisione che non metta davanti a questo bivio: occuparsi di qualcun altro o lasciarlo al suo destino. Molte delle situazioni irrisolte si devono al conflitto tra dovere e desiderio, specie di emancipazione individuale: ma una scelta vale l’altra e ci sarà sempre un rimpianto e un senso di colpa.
E attenzione: nessuno riesce a staccarsi da questa Mon Valley. A parte i due ragazzi inesorabilmente protagonisti, Isaac peraltro prova, come detto, ad allontanarsi ma è risucchiato da un’energia maligna e invisibile al punto di partenza, non se ne va Grace, la madre di Poe, personaggio con tratti addirittura cechoviani, in una grande rivista di teatro come Il Pickwick non potevo tacerlo. Non se va Harris, il poliziotto che indaga sull’omicidio del senzatetto, combattuto tra il proprio dovere e i sentimenti che prova per Grace. Lo stesso Poe è stato una promessa mancata del football e ha rinunciato al college. Poi c’è Lee, la sorella di Isaac che si è sposata nonostante il sentimento di amore nutrito per Poe. Lee si è iscritta a Yale ma, insomma, torna pure lei a seguire da vicino l’intera vicenda.
Meyer agita le esistenze dei personaggi, in una coralità da Spoon River dove si mescolano punti di vista e anime colme di rimpianti, rivendicazioni, gioie, fratelli di una lotta per la dignità che pare, e sottolineo pare perché poi bisogna arrivare in fondo a questo libro, persa in partenza. È un libro con un fondo e intendo non tanto l’ultima pagina, la parola fine a cui seguono i ringraziamenti canonici, è un fondo concepito come abisso. Spingetevi laggiù, assieme a Isaac, Poe e compagnia. Assecondateli.
Ho capito una cosa alla fine di questo viaggetto: gli Stati Uniti sono criticabili per tanti aspetti ma fondamentalmente sono una grande nazione. E questo perché sfornano continui anticorpi: scrittori che proprio perché sono dinanzi al peggio, te lo sbattono in faccia senza remore. Quelli che si spingono molto in là, oltre alla diagnosi, offrono strumenti di auto-terapia. Che poi già leggere è una terapia. Dite che sono pochi questi scrittori-anticorpi? Non so, però sono veramente buoni. Ci sentiamo nel 2016.

 

 

 

N.B.: Immagine di copertina ©Dorset Studios

 

 

Philipp Meyer
Ruggine americana (American Rust)
traduzione Cristiana Mennella
Torino, Einaudi, 2010
pp. 388

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