“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Mercoledì, 13 Gennaio 2021 00:00

Mescolarsi: un tipo previdente

Scritto da 

Mescolarsi, mescolarsi agli sguardi di estranei, lasciare che parlino dentro noi, che abbiano una voce ibrida − come sono i pensieri nati o indotti, a metà tra qualcosa che facciamo scaturire e qualcosa che ereditiamo.
Mescolarsi in un’eterna ripetizione, in un continuo rinnovamento, per restare sospesi tra l’ennesima fine e il prossimo inizio, senza pretendere di sapere quale sia la verità.


A E., tu sai il motivo.

Anche se sto nella pioggia fitta da giorni, e la macchina è l’unico luogo dove possa dormire, sono una persona previdente. L’ho riempita di libri, giornali, non solo di cibo.
Ho tempo per me, cosa credete, voi di fretta, voi i raramente gentili, voi gli spaventati.
Vi racconterei la mia storia se fossi sicuro di conoscerla ancora. Ma non lo sono, poi troppe parole guasterebbero il ticchettio delle gocce sul vetro, questo concerto che la natura soltanto è capace di tenere.
Certe volte penso al rumore, un incanto in cui perdersi senza sforzarsi d’avere delle opinioni su tutto, su chiunque.
Avete mai provato ad ascoltare una foglia che cade, quel fruscio quasi impercettibile, così lontano dal traffico, dalla frenesia? A riconoscere in voi stessi di non sapere, di non sapere davvero quello che succede nel mondo, ciò che abbiamo intorno, com’è costruito il sistema che ci ospita e che alimentiamo. Fa spavento, certo, vengono in mente l’urlo di Munch, il nulla di Montale. È come ci fosse una crepa oltre la quale potremmo intravedere l’inconsistenza del circostante, renderci conto di esser parte di un enorme imbroglio.
È terribile dirsi che esistere è stare sullo strapiombo però non sempre equivale a comprendere, che questi pensieri potrebbero appartenere a me come a voi – o essere vecchissimi, il ritorno ciclico nei secoli, e andare verso chi se li prende, come in un mescolarsi infinito.
Forse è meglio corriate per riempire il tempo di eventi, di qualcosa che considerate utile, del fare fare fare; in fondo io sono solo una sagoma confusa nell’acqua e nella carta, inesistente e presente insieme. L’ombra da scansare, ciò che avreste potuto diventare. O ancora potreste, chissà.
Comunque non sentitevi in diritto di inchiodarmi a un giudizio: ho delle storie qui con me, d’altri e personali, scorte per il maltempo. Mi ci riparo, lontano dagli allarmi che vi dà la sospensione, perché la vivo in maniera costante, non ricordo neanche più quando il futuro s’è fatto opaco − forse adesso, solo adesso, un po’ potreste capire come ci si sente. Non ho paura in ogni caso, perché mi esercito da parecchio. Ve l’ho detto, sono un tipo previdente.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook