“Vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni”

Pier Paolo Pasolini, citato da Alessandro Leogrande

Domenica, 15 Aprile 2018 00:00

L'onda amara

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Il sole mi inonda, ma per puro caso, perché non può evitarlo. La mano di mia moglie penzola nell’incoscienza del riposo, ed io contemplo da sveglio, perché questo caldo non mi fa dormire. Nella storia passata la vita è un attimo; ricordo quando studiai la guerra dei trent’anni. Ci sono stati conflitti che hanno rubato decenni alle persone, tutta una vita, se ci rifletti. Battiato cantava “se penso a come ho speso male il mio tempo, che non tonerà, non ritornerà, mai...” e qui invece la musica impazza come se tutte le persone, non solo gli anziani, fossero sordi. Nulla è suggerito, basilare è diventato altro nelle canzoni: sbatterti tutto in faccia, dirti le cose nel modo più semplice tanto da farlo capire anche ad un cane e nel frattempo vedersi bene dal darti un’emozione, una qualsiasi emozione.

Le cose complesse spaventano, e ci sono già tanti problemi e dubbi, perché non anestetizzare le sensazioni superflue? Se dovessi credere a tutti i libri che ho letto, fra quelli veramente grandiosi, intendiamoci, dovrei dire che la gente adesso scrive e compone sentimenti più miseri, in modo che il senso di rapido intrattenimento possa sovrapporsi ad ognuno di questi e non angosciare troppo. Perciò anche quando si tira in ballo il dolore, il dolore non balla, non lascia in eredità un animo più nobile e sensibile, non insegna e non fa sentire più vivi. Molti, troppi, adesso vogliono pensare che la fine della sofferenza sia il rimpiazzo di questa con il divertimento, con lo svago che non ti lascia il tempo di pensare a niente, perciò con un altro vuoto e non con un pieno, e questa cosa mi sembra assurda.
Tra un paio di mesi diventerò nonno, ma il fatto non mi consola, mentre penso che la futura nonna, quella che russa qui accanto a me, ha già da tempo sostituito il tedio con l’inutilità dei più patetici passatempi. Ci si potrebbe soffermare ore ed ore, a parlare di com’era meglio prima, di com’era bella la vita qua e là, quando i figli non c’erano ancora, quando i nipoti non erano dietro l’angolo perché i nipoti eravamo noi e gli adulti, bene o male, pensavano a noi, e solo a noi erano ancora riservati tutti gli scopi a cui si può aspirare, o che ci si illude di poter raggiungere, nell’esistenza. Ma poi hanno ragione le canzonette di luglio, perché torturarsi? Perché farsi opprimere da certi pensieri quando puoi andare in palestra e dimenticarti che il mese prossimo compirai settant’anni? È così “bello” tornare a casa come fanno Cinzia e Giovanni, rientrare dopo ogni allenamento settimanale e sentire i muscoli ancora flaccidi nonostante il sincero sforzo, nonostante il desiderio di continuare a desiderare ci porti a confondere le nostre paure con il bisogno di sentirci ancora appetibili. Abbiamo qui un’altra sostituzione: si scambia la gratificazione reale con l’effimera euforia dovuta alla speranza che sì, forse ce la facciamo, magari possiamo sentirci come prima. Se ci pensi, essere ancora qualcuno di interessante, ma di inesorabilmente diverso rispetto a ciò che una volta eravamo, è ancora più difficile che conquistare la famigerata forma fisica “giovanile” a cui i tuoi amici ambiscono. È paradossale, ma è così.
Non è vero Rosa? Non credi sia vero tu che dormi con le dita così sinistramente protese verso il suolo? Tu che non vedi l’ora di diventare nonna quando non fai altro che pensare all’epoca in cui eri una giovane madre con una figlia minuscola in braccio. Il tempo stringe e ci si deve inventare un altro campo di competenza, i figli crescono rapidamente ma fanno figli così tardi... e stare al passo è un’impresa, e tu lo sai meglio di me, tesoro mio, tu che dormi sfiorita al mio fianco. Rosa, potremmo avere altre frecce al nostro arco, ma costruirle è una noia, è spaventoso ed estenuante come tutto ciò che è ignoto, e quindi vogliono farci credere che è meglio acconciare quelle già piegate dal tempo, quelle sgangherate e sfibrate che sonnecchiano nella nostra faretra, mentre sai bene che il risultato non potrà mai essere pienamente apprezzabile, ma soltanto far aumentare la frustrazione. Perché ci credi ancora? Se ti svegliassi adesso e se io non avessi paura di parlarti così apertamente, di ferirti, ti direi di arrenderti all’evidenza e cercare altro da fare, ti direi che sei una gran signora e che non hai bisogno di renderti ridicola appresso agli altri, va bene così. Ma speriamo tanto che non ti svegli, e la mia testa adesso oscilla lungo il limite fra ombra e luce. I bambini urlano, e molto, ma in fondo che fa. Tra qualche anno saremo più vecchi ancora e nostra, o nostro, nipote urlerà allo stesso modo, e già so che non risparmierai energie quando ci toccherà fargli, o farle, da baby-sitter. Che scandalo rifiutarsi di mentire, che scandalo se io adesso dicessi a tutti quanti come mi sento dentro. Cos’è quello che provo?
Quello che provo è invidia. Nemmeno le forme della giovanissima donna abbronzata che sta andando a bagnarsi a mare attirano più i miei occhi, ormai. E che invidia provo per quei ragazzi adolescenti che la guardano bramosi, con la vita che gli pulsa in ogni vena. Quanto strazio rappresenta per me quel corpo ancora acerbo che lotta con gioia fra le onde. Combattere insieme a tutta quella contentezza provocata dal solo fatto di volerlo fare. Se io adesso mi alzo e combatto, sentendomi fiacco ancor prima di cominciare, possiamo tranquillamente scommettere che non avrò mai quel piacere di aver voluto iniziare a guerreggiare con tutte le mie forze, senza nessuna remora. Le onde si infrangono sulla battigia e sono violente, sempre più aggressive. Ma nessun genitore è preoccupato. Una volta diedi uno schiaffo a Greta, perché non le avevamo concesso il permesso di tuffarsi, e lei lo aveva fatto lo stesso, in barba a noi ed al rischio a cui aveva deciso di esporsi. Ed è stato l’unico ceffone che ho fatto vibrare sulla guancia di mia figlia, che poi nemmeno mi ha mai dato motivo di tirargliene altri, e comunque ancora me ne rammarico. Adesso, in certi momenti, penso che eravamo esagerati, e che questi genitori un po’ facciano bene a lasciar andare. I ragazzi, i quali giocano dando le testate al muro dell’onda che si alza, quando la cresta sta per formarsi, devono pur conquistarsela, la libertà. Non si sta con il fiato sul collo quando ormai quei bambini non sono più bambini, e nessuno può permettersi di richiamarli, al massimo si può restare delusi da loro, ma poi lo sappiamo come va a finire: il limite, per noi che abbiamo figli, non sarà mai superato.
Trastullatevi quanto vi pare allora, sfinitevi contro quell’onda mostruosa e bellissima, giovanissimi uomini e giovanissime donne, sguaiati e graziosi, pieni di rabbia, e di compiacimento nel veder struggersi gli altri che vi scrutano e che non possono più. Giocate pure a nostre spese, tanto a che vi servono i miei silenziosi e astiosi lamenti? Rosa non ammetterebbe mai la sua gelosia, ma io si, io non sono fifone e me ne fotto di quello che pensate. Siete dei malvagi, dei manipolatori, degli esseri che godono a vederne soffrire di altri. Nessun ragazzino pensa a quando sarà vecchio, perché è la vita che glielo impedisce. Noi non lo facevamo e loro non lo faranno, abbiamo pensato di averlo fatto, di tanto in tanto, ma non è così; non possiamo e non vogliamo riuscire a metterci nei panni dei vecchi. Ora le mie vesti saranno anche tristi e consunte, ma hanno il loro valore, e dunque osservatemi! Virgulti e giovani palestrati: io vi invidierò pure, ma non ho timore davanti a voi. Quindi guardateci quanto vi pare, a me e a Rosa, ma non vi daremo mai la soddisfazione di offenderci a causa del vostro cipiglio, non ci vergogneremo di quello che siamo, non faremo trionfare la vostra colpevole superiorità fisica e l’arrogante freschezza delle vostre teste, vuote e stupide teste!

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