“Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”

Philip Roth

Domenica, 22 Aprile 2018 00:00

Cercando il fascino dell'ignoto

Scritto da 

Ossessioni in forma di romanzo 



È un tentativo forse spinto da una visione deformata e a tratti persino patetico, questo mio voler cercare di cogliere se non l’essenza assoluta ma almeno quanto appare in superficie dell’essere umano. Qualcosa che fa pensare al Fiction’s about what is to be fucking human being di David Foster Wallace.
− Dai, Simone, facci capire una volta per tutte dove vuoi arrivare − mi dice Lorenzo. − Quanti di noi, come te poco più che ventenni, vorrebbero essere nei tuoi panni: sei già manager di due radio locali che stanno riscuotendo successo. E il tuo approdo in televisione appare a tutti noi a portata di mano, sebbene tu cerchi − ed è palese − di non darlo a vedere. Non ti basta?

− Non ne faccio una questione di essere, o sentirmi, all’apice di quanto le mie capacità potrebbero dare vita a imprese piuttosto grandi o prossimo al verificarsi di un sogno che non mi appartiene, cioè sentirmi al di sopra della massa. No.
− E che altro è, allora?
− Capita che un giorno tutto ciò che hai realizzato ti appare d’improvviso come un quadro con tanto di cornice, magari raffinata, e tuttavia all’interno del tutto privo di una rappresentazione, un dipinto, dalle forme e colori che abbiano un qualche significato.
− Criptico, direi.
− Da tempo, ormai, sto immaginando un viaggio attraverso la vita della gente comune e catturarne il senso. Indagare quanto esprime e trarne una qualche conclusione. Una certezza, insomma. Tipo: esiste la carità nel mondo in cui viviamo? Ed è solo un esempio tra i tanti possibili.
− Questo lo si era capito. E personalmente sarei portato a concludere che per quanto le tue rappresentazioni radiofoniche − e un domani televisive − siano cariche di significati di notevole interesse non potranno mai avere la capacità espressiva della scrittura. Quindi, per soddisfare la tua esigenza non ti resterebbe che darti alla narrativa. E non dirmi che non ci stai pensando.
− Già. Ma piuttosto che affidarmi all’ispirazione − difficile poi dire cosa in effetti sia − vorrei tentare di interpretare i sentimenti che si muovono in una riconoscibile realtà umana.

Dalla finestra del mio studio inondato di luce come piace a me osservo la pioggia che fuori cade a scrosci. È il mio ultimo giorno qui nella sede di RadioMix. Un vivace brindisi con i colleghi. C’è chi sorride, chi tra i più stretti collaboratori tradisce con un’appena percettibile piega delle labbra l’avverarsi di una perdita, e chi − sono le due segretarie di redazione che mi stanno di fronte − volge lo sguardo altrove per nascondere un certo velo negli occhi.
Oggi sono già per strada nella mia città dove sono nato e vivo, Milano, vagando senza meta qua e là, non in cerca dell’ispirazione, come ho già detto, bensì di sprazzi di luce che possano farmi cogliere del tutto casualmente − la casualità per il mio obiettivo è un must − la varietà di segni umani nei volti, nei comportamenti di chi mi passa sotto gli occhi. Il mio primo proponimento è quello di dedicare un’intera settimana agli angoli della metropoli in vari modi e per molteplici ragioni più frequentati, ma non solo, annotando col semplice pensiero schegge di emozioni, rabbia, gioia, speranza, invidia. Insomma, qualcosa come leggere nel coagulo di umanità varia che mi sfiora, mi si accosta, mi lancia sguardi di curiosità, cosa possa mai essere quell’insieme di esseri pensanti che mi avvolge e di cui faccio indissolubilmente parte.
Il trillo del mio smartphone. È Lorenzo: − Quella stronza di Samantha mi ha lasciato, se n’è tornata in Inghilterra − dice.
− Mi spiace, amico mio, ma sei sicuro di non dovertelo aspettare? Non è successo qualche settimana fa che Marco, con quel po’ di malizia, ti ha riferito che qualcuno di nostra conoscenza se l’è portata in un albergo per un’intensa esercitazione di posizioni da far impallidire i più appassionati  cultori del Kamasutra?
Nessuna risposta, e spegne il telefono.
Lorenzo, questo mio simbiotico amico sin dall’adolescenza. Vive in un abbaino disordinatamente elegante nell’arredo, ai bordi del Naviglio Grande.  Fa il pittore, tendente allo stile Mondrian. Ma dove maggiormente si impegna è in una scuola privata avendo il compito di insegnare i colori. Cosa sono, come vengono percepiti dalla retina, quando renderli più o meno vividi, e come crearli se, in particolari casi, devono esprimere sensazioni visive cangianti. Per un tale compito occorre avere una spiccata sensibilità pittorica. E lui ce l’ha, e ne fa buon uso... anche perché gli offre l’occasione di venire a contatto, si fa per dire, con un discreto numero di giovani dell’altro genere.

Dicevo di Marco. Fa parte del nostro gruppo di amici, mio, di Lorenzo e pochi altri. Abbiamo in comune forti interessi culturali. Forti, si può dire, nondimeno talvolta selettivi. Lontani da sterili astrazioni. Portati alla ricerca del significato dell’agire che intesse la società.
D’accordo, filosofia, psicologia, letteratura e ogni altro tentativo di studiare dall’esterno il comportamento umano possono essere d’aiuto nel comprendere ciò che accade e perché. Ma il contatto, quello vero, con gli altri ci appare come il più credibile ed efficace modo di entrare in sintonia con la loro vita. Che poi, a ben vedere, di riflesso contiene in varia misura aspetti convalidanti del nostro essere. Intendo “essere” in senso singolare, poiché pur accomunati da principi fondanti della nostre vite, ognuno di noi è un’entità a sé. Diceva qualcuno che nessun uomo è un’isola. Vero, ma materia di meditazione.
È finito in prigione per peculato il padre di Marco, direttore di un pubblico servizio collegato a una grande banca. Solita questione di politica finalizzata al profitto personale o per conto terzi, che dire. Ne abbiamo parlato, ma con prudenza, nel nostro gruppo di amici. Risultato: le difficoltà di trasmetterci l’un l’altro un condivisibile giudizio sul fatto sono state e tuttora sono molteplici, e fatichiamo a capire fin dove un uomo per bene, onesto negli intendimenti, quale è o appare essere, il padre di Marco abbia potuto spingersi. E se quell’uomo avesse semplicemente subito l’influsso di un comune agire nel gestire il bene pubblico, che è quasi prassi quotidiana? Il quesito appare banale a noi tutti, anche allo stesso Marco, ma non ne traiamo una comune conclusione. Il dubbio che con motivazioni diverse ci blocca è che certe situazioni potrebbero essere il frutto di una concezione dell’essere umano che potrebbe non dipendere dalla sua vera essenza, bensì una delle tante incongruenze della vita. Oppure questa incertezza è soltanto semplice opportunismo per motivi diversi.
Sta di fatto che il padre di Marco uscirà presto di prigione avendo patteggiato con gli organi di giustizia.
Ed è a questo punto che ha preso le mosse il nostro progetto. Siamo in cinque, daremo vita a una sorta di club ristretto e ci dedicheremo, ciascuno con i propri mezzi cognitivi, io in particolare con la narrativa, ad analizzare situazioni di vita le più disparate per tentare di capire quale potrebbe essere un domani più o meno lontano l’approdo finale dell’umanità.

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