”Le parole mancano, ci sono delle volte in cui perfino loro mancano. Non è vero Willie? Non è vero che perfino le parole mancano, a volte? E che cosa si deve fare, allora, aspettando che tornino?“

Samuel Beckett

Giovedì, 25 Gennaio 2018 00:00

Margherita

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Margherita, o donna Margherita, era veramente una bella signora. Lo dicevano tutti giù al porto, ne parlavano pure i pesci che a detta dei più son muti. Margherita non l'ha dimenticata nessuno, neanche ora che è sotto terra; proprio lei che voleva solo essere giù, più giù, nel profondo mare. Se ci fosse un fantasma a Procida sicuramente non sarebbe quello di Margherita. Lei non voleva disturbare nessuno, non chiedeva niente, aveva vissuto una vita zitta e muta e con un solo desiderio, che per scoprire quale fosse dovremmo scomodare lo Spirito Santo. Non domandava niente, non bussava mai alle vicine, se le mancava lo zucchero nella dispensa e l'ora era tarda per andare a comprarlo, non chiedeva mica alla signora Rosalba lì a fianco, e neppure a Lina che tanto alla fine avrebbe storto il muso e avrebbe detto di non averne.

Margherita non aveva chiesto niente a nessuno neppure il giorno in cui ottant'anni fa arrivò su una barca azzurra tutta scorticata. Era una barca di pescatori e niente di meno, aveva traversato su di essa il mare che separa Napoli da Procida. Pare che il marito le avesse imposto di non lamentarsi con nessuno una volta giunta sull'isola e lei aveva rispettato quest'ordine come un voto. Le aveva anche fatto promettere di non chiedere informazioni, per due motivi importanti che le aveva spiegato servendosi delle dita per tenere il breve conto: il primo contemplava 'lo scuorno', una giovane ragazza non si mette a chiedere per strada e in un posto così piccolo le indicazioni per arrivare a casa sua; non sta bene, affatto bene. Il secondo era più complesso, diceva Gigino: “Ma che figura ci facciamo con gli isolani se appena arrivi quelli capiscono che stai in difficoltà, che non tieni orientamento. I' so pescator' e se nun me perd' rind 'o mare nun me perd' manc' 'ncoppa 'a terra”. Margherita che aveva conosciuto Gigino alla fiera dell'usato vicino a Porta Capuana, la domenica pomeriggio, si chiedeva: ma je nun so’ pescator' e m’ perd pur rind a' casa mia. Pecché aggia ricere 'na bugia? Ma non l'avevo detto a Gigino, perché quel giorno a Napoli lui le aveva fatto capire che una volta sposata lei doveva annuire senza chiedere quello che lui intendesse. Non era un'obbedienza cieca, voleva solo che nulla di quello che era scritto in cielo, gli uomini e le donne cancellassero a colpi di stracci. Così Margherita mesta mesta sulla sua barchetta aveva viaggiato per tante ore fino a Procida. Gigino stava già là, preparato e contento perché il padre gli aveva comandato di andare a Napoli a cercare moglie e lui era stato bravo e obbediente e ora poteva accaparrarsi la casetta a fianco a mamma Tonia e papà Rocco. Stava sbrogliando l'ennesima rete quella mattina, ma guardava il mare più spesso del solito perché quel tappeto azzurro oggi gli stava portando Margherita e lui era preoccupato che lei potesse spaventarsi. Da femmina di città aveva sempre visto solo la pietra lavica napoletana e non sapeva che in acqua è diverso: in acqua non c'è scampo per nessuno, quella t'ingoia e ti sputa già morto, se le conviene.
Margherita era arrivata quel giorno al porto di Procida e già da lontano tutta l'isola le sembrava un miraggio, una montagna non troppo imponente che la notte sarebbe diventata un mostro in letargo.
Il sole le bruciava i capelli dalla radice e i moscerini attratti dal suo vestito giallo, le punteggiavano l'abito che pareva a pois. Qualcuno l'aveva schiacciato non volendo con gli avambracci nel tentativo di grattarsi la spalla che le prudeva e si domandava chissà come mai avesse sposato quel pescatore. Poi ricordava amaramente che la mamma aveva otto figli e che il papà non c'era più e che Gigino era un brav’uomo. Aveva ricordato tutto, ogni cosa richiamata alla mente, ma niente la convinceva, proprio adesso che aveva cominciato a leggere e far di conto. Chissà se su quell’enorme boa al centro del mare c’era una casa come quelle di Napoli, dove avrebbe potuto prendere in prestito i libri che le piacevano tanto. A dire il vero si domandò solo questo per tutto il viaggio. Fu la sola cosa e anche l'ultima alla quale pensò prima di lasciare il Vesuvio e il Monte Somma dalla terra ferma e arrivare dove entrambi, da lontano, sono l'altra parte di un viaggio al rovescio. Era approdata sana e salva, leggera con due soli vestiti e qualche vestaglia in pizzo che la mamma le aveva cucito di fretta e furia per lo sposo, anche se Margherita non aveva capito perché fossero per Gigino. I vecchi, quelli veramente vecchi, che più vecchi non si può, ancora oggi ricordano il momento in cui tutti aspettavano la 'napoletana'. Beh, forse non tutti...
Come Antonio, cieco da molti anni che ha imparato l'arte sublime della narrazione. Se glielo chiedete, lui rammenta ancora il colore tumefatto di quel vestitino in lino. Dice che aveva il sole addosso, e tra i capelli neri pareva che colombe bianchissime avessero fatto il nido e sarebbero tornate da lì a qualche istante, tanto li aveva folti e ispidi. Le labbra di Margherita erano sottilissime e Antonio le ricorda incolore; tutto il viso senza bocca sembrava una maschera di cera dove gli occhi fungevano da fari, di quelle luci che ustionano la notte se la toccano troppo da vicino. Antonio l’aveva amata da subito, come un giocattolo indistruttibile dalle mille sorprese. Margherita era stata per tutta la vita la migliore Madonna che avesse visto camminare sull'acqua e non affogare sulla terra. Però lei non chiedeva niente, non poteva chiedere qualcosa, allora quando il barcaiolo la lasciò a terra sana e salva e s’imbarcò di nuovo, tirò in fuori il petto in dentro la pancia e camminò con le sue scarpe numero trentasei e il tacco cinque per le strade verso la sua nuova casa. Gigino le aveva detto qualcosa a proposito di strade e traverse. Aveva gesticolato tanto quel giorno e sarebbe stato forse più specifico se non avesse avuto la massima urgenza di raccomandarle miriade di cose inutili. Margherita si guardava intorno e sudava, come se l'acqua marina contenuta nel suo bacino naturale, al riparo dalla terra, ora le si addensasse tutta sul collo e nelle zone in cui la carne lavora per dare la spinta e la giusta disinvoltura ai movimenti bruschi che il corpo deve compiere per camminare. Anche al centro del paese o nella via più stretta e ripida il mare e la sua divinità antica la inseguivano, senza tregua. Aveva cominciato a pregare e nello stesso tempo odiava tutti, la povertà di sua madre, il padre disgraziato, i fratelli e Gigino che l'aveva messa in quella situazione terribile e spaventosa. Per ogni goccia di sudore una bestemmia e una preghiera, una bestemmia e una preghiera e ancora una bestemmia e una preghiera. Impossibile vedere la propria vita tutta in un momento come nell’istante esatto in cui si muore, eppure ora vedeva tutto: la miseria, nient’altro che la miseria, lei che non aveva visto niente nella sua esistenza, solo la madre incinta, anno dopo anno, il padre giovane e pieno di rughe in fronte, poi bello e morto − come se le due cose avessero all'improvviso tutto in comune. Ogni sera guardava la mammella del vulcano mezza illuminata dalla luna o coperta da una nuvola che a lei pareva bassa e poi niente più, nessuna paura e nessun amore, alcuno, verso nessuno. Neppure la rabbia, vuota, come il fuoco spento nel seno di Napoli. Mentre le forze le venivano meno, mentre qualcosa dentro di lei premeva per uscire, un misto tra la solita bestemmia e la solita preghiera, era giunta tra la polvere, il sudore e il sole buio su un monticello abbastanza alto e scavato tutto intorno: una scogliera che non si butta nel mare ma che offre rifugio, ancora un ritaglio dove gli uomini d’acqua fanno la tana. Era agosto. Il caldo e la luce in combutta col sole ostinato non volevano spegnarsi, nonostante fosse sera inoltrata. Margherita aveva riconosciuto da lontano Gigino e lui da lontano l’aveva vista bellissima e stanchissima sulla cima di quell’altura indefinita, ginestra sulla bocca dell’inferno. Mamma Tonia aveva apparecchiato per quattro quella sera, sul tavolo di legno massiccio inscurito dall’usura e dal sole. Aveva disposto bicchieri di vetro, i più belli forse, quelli con l’anima fiorata di un verde pallido; anch’esso, al pari della barca e del tavolo e delle scarpe di Margherita, consunto e sbiadito come un sogno troppo spesso sognato. Tutti la guardavano, Gigino era semplice e ripugnava quasi Margherita, aveva una smorfia inespressiva in viso che richiamava tutte le volte in cui una felicità troppo grande lo sovrastava. A questi vezzi Margherita avrebbe fatto l’abitudine. Eppure quella sera lo detestava quasi, davanti a sua madre che lo difendeva con lo sguardo e lo compativa e, probabilmente, l’avrebbe protetto anche nel caso Gigino fosse stato il peggiore degli omicidi. Papà Rocco, analfabeta al pari di sua moglie, aveva occhi inesistenti, due buchi scavati con delle orbite buone, di stelle amiche ormai morte. Avevano mangiato le alici fresche, pescate quel giorno per l’occasione, impanate e fritte. Margherita tra mamma Tonia e papà Rocco sembrava la Vergine Maria, lei e Gigino si sarebbero sposati ufficialmente il giorno dopo, con un doppio matrimonio sull’isola. A Napoli si era tenuta una celebrazione piccola piccola per la felicità della mamma e dei fratelli, però poi Gigino era dovuto partire presto la mattina dopo e allora aveva dormito in un ostello da pochi spicci, per non essere disturbato dai fratelli più piccoli di Margherita durante il suo sacro sonno.
Quella sera a Procida mamma Tonia, dopo una cena povera ma dignitosa, le aveva cinto le spalle e l’aveva condotta con sé verso una stanzetta angusta, luogo in cui avrebbe passato la sua ultima notte da donna sola. La casetta rosa cipria, con delle finestre grezze dove il legno, anch’esso corroso, sporgeva con le sue schegge da ogni angolo, era una costruzione semplice a due piani. Margherita non aveva mai visto pareti esterne di quel colore lì, quella sarebbe stata un’altra cosa alla quale Gigino l’avrebbe iniziata: il mistero delle case colorate. Non aveva ancora visto la casetta che le sarebbe toccata in dotazione, però sembrava che fosse gialla, più gialla della luna piena, con delle finestre senza vetri e con le mura interne da rifare. Nel frattempo un pensiero s’insinuava come una colpa, un rimprovero forse e anche un ammonimento. Gigino l’aveva scelta perché sapeva stirare, è vero, era la più brava e lo faceva da anni a casa delle signore più belle di Napoli, in quelle case in cui qualcuna le permetteva di leggere pagine tra le più avvincenti e infernali. Allo stesso tempo però, oltre a questo, lei non aveva portato niente, a parte le sue vestaglie con i merletti. Magari Gigino l’amava ma lei poco prima, a tavola, lo aveva odiato. Nella sua stanza, rannicchiata sul letto, dopo che mamma Tonia le aveva augurato la buona notte con un bacio sulla fronte e senza dire una parola, come se la tenerezza ancora non fosse sintomo di complicità, aveva guardato fuori per tutta la notte e aveva visto, senza sentimenti, solo gatti col pelo ispido e un mare che a tratti evaporava. Margherita cercava qualcosa in tutto quello che osservava, non voleva vedere niente e a volte si bendava gli occhi con le mani; però il profumo di salsedine e reti, pesci morti e vivi, non le permetteva un oblio completo. La notte poi, illusione crudele, pare che copra tutto, invece è un lenzuolo sozzo che si alza da un panetto di pasta lievitata e lascia fuggire via l’odore di lievito e grano dalla ciotola sferica. Le cose tutte non le interessavano. Non provava niente e così ogni dettaglio e ogni stupore spento le sembravano una fattura terribile sulla sua persona; una maledizione antica che la lasciava senza il sapore vero del pane quando in bocca scotta. Non c’erano più il Vesuvio e il Monte Somma a porre un limite ai suoi pensieri, non c’era niente che recintasse il mondo, tutte le cose erano sconfinate sull’isola e quello era solo l’inizio; il principio di una storia che non avrebbe mai potuto conoscere interamente, ma che c’era. Aveva evitato tutto questo nella canora città del sole, la scoperta dell’universo e la visuale corta sulle punte sbucciate delle sue scarpe vecchie. Napoli era un ventre, Procida no, era una promessa felice, un passaggio su quell’oltre colorato che l’orizzonte non può più nascondere. Quella linea alla fine del mare era curva, pareva si potesse cadere in un abisso lugubre oltre il suo solco. Margherita sapeva che non era così, che adesso tutto sarebbe stato terribile, perché aveva scoperto che i suoi libri avevano ragione, quando raccontavano della nostalgia e del viaggio, delle finestre sul mondo e dei pirati oltre i confini, delle terre con gli uomini dalla pelle rossa e del ventre della balena. Quello che aveva cercato così impunemente ora l’aveva trovato e già si pentiva, perché non poteva dimenticare mai che era una donna e che i suoi eroi esploratori erano tutti uomini senza pietà. Il giorno dopo avrebbe sposato Gigino, il ventre le sarebbe cresciuto come alla mamma, di anno in anno, avrebbe avuto i suoi fratelli per figli e niente sarebbe cambiato. Forse in eredità avrebbe avuto i bicchieri di vetro di mamma Tonia, e lei li avrebbe distrutti, lo sapeva, li avrebbe gettati in acqua e da lì non sarebbero più riemersi. Tutta questa rabbia era insolita, Margherita voleva uno specchio per contemplare il suo viso nel momento in cui la tensione le faceva dolere la mandibola e digrignare i denti: non voleva dimenticare l’odio e il risentimento, e non le importava se Gigino l’aveva sposata per amore e se lei non aveva niente da dargli se non camice ben stirate. A quell’uomo non servivano i suoi talenti perché tanto sarebbe stato sempre in mare, lontano dalla pazza folla e nessuno, mai nessuno, si sarebbe accorto del suo colletto ben stirato o della sua maglia giallastra. Era un invisibile e silenzioso uomo che poteva andare per mare ma talmente stupido che non sarebbe andato mai oltre. Sarebbe sempre tornato nella sua casa gialla, tutte le volte in cui sarebbe ripartito non avrebbe fatto attendere più di una notte il suo ritorno. Quell’uomo non aveva sete di niente e lei sperava che alla fine l’acqua salata gli s’infilasse con forza su per il naso, punendolo perché come uno scoglio indolente aveva permesso alle alghe di rivestire la sua schiena rivolta al sole. Contro il sole.
Poi Margherita si era addormentata, quando qualche chiazza nel cielo già schiariva come una malattia diurna, e il giorno dopo l’avevo sposato senza dire una parola, aveva dormito con lui nella casa gialla senza pareti, e tra le gambe quella notte un mistero senza gloria le aveva lanciato una sfida, che lei non aveva colto. Col tempo si era ammansita e aveva cominciato ad appendere quadri alle pareti di pietra, quadri con motivi marinareschi, con velieri invincibili e fermi dentro un mare finto. Aveva partorito cinque figli e i figli erano diventati come i suoi otto fratelli. Mamma Tonia era morta e papà Rocco molto dopo di lei. Margherita si era vista padrona di due case, una gialla, l’altra rosa e in quell’arcobaleno di pareti aveva smesso di pregare e bestemmiare, non aveva più visto il Vesuvio e non aveva più rivisto Napoli. Aveva ereditato i bicchieri di mamma Tonia e non li aveva sepolti in mare, le era sembrato inutile. Molto spesso in quei bicchieri ci metteva dell’acqua con due fiori strappati sul dorso delle colline basse e aspettava che seccassero per infilarli dentro l’unico libro che aveva, regalo di una scrittrice di passaggio sull’isola. L’anima verde dei bicchieri di vetro era scomparsa. Non rimaneva altro che un alone leggero e filiforme che richiamava fantasia e immaginazione. I fiori morivano sempre ed era un piccolo sollievo per Margherita, non aveva voluto affondare il passato ma aveva usato quei bicchieri per affogare il presente. Il mare era invincibile, non era mai cambiato, era rimasto identico a se stesso, con le sue solite rughe che non lo facevano mai vecchio, con la sua voce multiforme e la sua schiena solidale col cielo. Gigino era stato un brav’uomo. Ogni tanto la notte lo guardava ancora, quando il mare era in tempesta e i pesci si nascondevano tra le onde. Lo guardava e non provava niente, invidiava la sua fedeltà. Avrebbe voluto essere come lui, non più un uomo esploratore e libero, ma un animale stanco senza sogni e senza domande. Avrebbe voluto indossare le sue scarpe giganti e sentire il suo stesso amore placido e immutato verso il mare; il suo istinto primitivo e la passione genuina di chi ha il mondo a portata d’acqua e lo ignora. Margherita non chiedeva niente, non desiderava niente, non aveva mai fatto il bagno a mare: era rimasta un faro in disuso oltre ogni confine, dialogava silenziosamente senza misticismo con la natura, e non dimenticava. Il rovo spinoso dei suoi capelli era cosparso di cenere grigia e le mani, poco curate, strappavano sempre con la stessa flemma i fiori sulle colline basse. Una cosa che ignorava era il vento, perché era simile a una voce, e lei che non chiedeva e poche volte rispondeva e se pensava e rifletteva non lo faceva mai con tanto baccano, non poteva sopportare tanta insolenza. Quelle labbra sottili che avevano fatto innamorare Antonio erano diventate ancora più sottili a furia di star zitta, e aveva sigillato tutte le parole superflue in fondo alla gola, come faceva con il pesce in avanzo quando lo spingeva con forza dentro un gomitolo di sale. Margherita invecchiava e guardava senza sospirare la sfera azzurra davanti a lei; non chiedeva niente a nessuno e se doveva annuire, sorrideva, ma senza partecipazione. Aveva risposto tutti i giorni della sua vita a quel modo sulla sua isola, aveva pensato molto e a tutte le cose, però non aveva chiesto niente, neppure lo zucchero quando finiva.
Gigino era morto prima di lei, e quel giorno faceva freddo e tirava vento. Quella fu l’unica volta in cui gioì per la corrente, perché gridava forte da qualsiasi direzione e le ricordava, solo adesso, quella sera in cui d’un colpo aveva potuto sentire tutto fin dentro la gola. Non aveva pianto, ma percepiva l’infelicità arrampicarsi lungo le spalle, come il primogenito, quando era piccolo, le si aggrappava addosso per vedere Gigino a che punto del mare stesse. I cinque figli avevano lasciato l’isola molti anni prima ed erano andati lontanissimo, oltre quella curva nera, dove lei aveva nascosto tutte le sue parole. Nessuno sa quale sia stato il suo grande desiderio. Però tutti sull’isola l’avevano vista, il giorno in cui Gigino era morto, scendere in spiaggia per la prima volta e immergersi completamente nuda nell’acqua grigia di quella giornata autunnale. Forse, l’ultima cosa che Antonio vide nella sua vita fu Margherita sprofondare nella schiuma color latte, come un bicchiere vecchio senza neppure un graffio e in mano un fiore.

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