"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Domenica, 28 Gennaio 2018 00:00

Numero civico (seconda parte)

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Nei miei lunghi passi mi voltavo lentamente, di tanto in tanto, per ammirare quello scorcio di città per me così strano, dal momento che nella mia lunga vita non avevo mai goduto dello scenario che si svelava da quel particolare punto di vista rialzato. Ne rimasi affascinato. In lontananza alcune cupole familiari ed il monte su cui si estendeva il bosco. In realtà però, ciò che più d’ogni altra cosa mi incuriosiva, era osservare il formicolio della vita di un angolo di città così gremito ed affaccendato, anche o forse ancor di più, nelle fresche, umide ma terse sere d’inverno. Pur non offrendo la stessa vertiginosa visuale di un’alta vetta, le assicuro che è un punto di osservazione molto intrigante, quello. Anche se mi sembra di capire che lei sappia bene ciò di cui sto parlando.

Mi chiedo se da quel posto lei abbia ricevuto le mie stesse impressioni. So già che non abbiamo avuto propriamente lo stessa percezione dello studio e delle persone che vi lavorano dentro né lo stesso sconvolgente impatto davanti a quell’astruso ambiente, ma di quel che le è sembrata la vista da lassù mi pare che non ne abbiamo ancora mai parlato, neanche nelle precedenti visite. Bene, ma so già che lei vuol sentirmi raccontare ancora una volta la mia versione dei fatti, per cui, eventualmente, potremmo ritornare più tardi sull’argomento. Sin qui non c’è bisogno che io le rammenti che la versione che ora sono venuto a proporle non può in alcun modo essere diversa da quella della volta scorsa. È così semplicemente perché si tratta di nient’altro che della verità. So che all’inizio di questa nostra reciproca conoscenza non ci siamo intesi molto, ma come vede questa volta sono perfettamente calmo. La stimo come medico e non le verrei mai a dire bugie. Dunque, dove eravamo rimasti? Ah si, eccomi di nuovo su quella buia strada, ma ben tenuta. Bene davvero. Concentrato nella mia esplorazione ed assorto nei miei pensieri, mi ritrovai di già davanti all’ampia cancellata di ferro. Era aperta e così entrai. Il parco era illuminato a dovere da tantissimi lampioncini. Mentre avanzo mi sento chiamare alle spalle, dal gabbiotto del portiere.
“Signore! Mi scusi, cerca qualcuno in particolare?”.
Tornai sui miei passi per informare il pingue gentiluomo del motivo della mia visita a quello stabile, spiegandogli che stavo cercando lo studio medico tal dei tali. L’espressione di circostanza, un po’ indagatoria, fece spazio ad una faccia civile e diligente ed il pingue uomo baffuto mi disse: “Deve proseguire fino alla seconda piazzola, sulla sinistra, scala C, troverà lo studio”.
“Va bene, la ringrazio”.
Dopo poco aggiunse: “È arrivato giusto in tempo per un breve colloquio, la dottoressa se ne va tra un’ora circa”.
“Vedrò di affrettarmi allora, per poter avere i miei approssimativi quindici minuti di colloquio”.
Proseguii e lui non disse più niente. Lei trova, dottore? No, non è che non mi sia voluto soffermare sul punto in cui mi trovai faccia a faccia con il duecentonovantanove. Ma, già che me lo chiede, le dirò di più. Ho tralasciato un altro particolare, per la verità affatto irrilevante. Chissà per quanto a lungo questa memoria fuori del comune mi accompagnerà, pare che stia già facendo le bizze. Fin quando me ne rimarrà almeno un po’ sarà meglio approfittarne, non crede?
Una volta approdato al misterioso indirizzo, notai una cosa che per un attimo non mi fece presagire nulla di buono. Fu una sensazione inconsapevole, come tutti i presagi, un moto d’intuizione di cui avvertiamo la forza senza esserne pienamente consci. È una cosa che ho continuato a rielaborare anche successivamente. Ed è dopo quel punto che viene il bello. Alcuni dicono che i miei ricordi sono così deformati dalla mente da non corrispondere più quasi del tutto alla realtà. Lo dicono i miei soliti detrattori e cioè, intendiamoci, gli stessi che non erano assolutamente presenti sulla scena del crimine. Ciò a cui subito feci caso, prima di recarmi all’ingresso del condominio, furono diversi bidoni di rifiuti posti accanto alla cancellata. Erano abbastanza colmi da non permettere ai coperchi di aderire bene sui piccoli e gonfi sacchetti neri che facevano pressione dall’interno. Alcuni di essi erano infatti scivolati fuori e giacevano a terra come scure e puzzolenti bestiacce morte.
Ad un certo punto uno dei sacchetti riversi sull’asfalto sembrò muoversi. Non era difficile immaginare di cosa potesse trattarsi ma, per quell’inspiegabile curiosità un tantino morbosa che spesso ti fa restare lì immobile, osservando una scena che sin dai primi secondi si presume già ben poco gradevole o interessante, dovetti restare a guardare.  All’improvviso un ratto grigio piuttosto grande, sicuramente intento a cercare un pasto fra quei sacchetti rovesciati, sgattaiolò via come un razzo. Per poco non mi venne un colpo, il guizzo rosso come il sangue che emanava dal suo orrendo occhio fisso e spaventoso schizzò via alla volta di un vicino tombino situato in mezzo alla strada, in direzione della discesa. Il topo si tuffò fra quelle grate scomparendo finalmente alla mia vista. Rimasi fortemente disgustato da quella scena, com’è ovvio pensare.
Tuttavia c’era qualcosa di più profondo nel mio turbamento, qualcosa che andava al di là della semplice impressione. In un attimo il mio cervello metabolizzò quella scena dando ad essa un senso diverso. Pochi secondi e quel banale e squallido avvenimento mi divenne ormai decifrabile come oscuro presagio. Il contrasto tra lo stabile raffinato, forse quasi di lusso, davanti a cui ero voluto capitare, e la presenza di quell’angolo poco curato e pieno di bidoni carichi di spazzatura non lontano dal signorile ingresso, mi provocò un acuto fastidio. Come spesso accade, dietro un’apparenza di prestigio e galanteria possono celarsi cose marce, più putride dei peli di quella immonda ed infernale bestiaccia che osservai rifugiarsi nella fogna. Quando mi fui ripreso dallo choc andai verso l’ingresso ed ebbi il breve scambio di battute con quel rubicondo portinaio di cui prima ho parlato. La suggestione che quella scena aveva impresso dentro di me mi accompagnò per tutto il tragitto, sino alla scala designata. Sentivo che c’era qualcosa di losco sotto la superficie di quel luogo e mi ripromisi di stare ben attento.
È ancora oggi difficile, per me, rivangare tutta questa faccenda, dopo anni di incredulità da parte della mia famiglia, anni in cui non sono riuscito a smettere di avvertire tutta la mia vile ed impunita colpevolezza. Ma so che devo. Una volta entrato dal manierato portoncino in legno da cui si accedeva alla scalinata C, pensai che non fosse assolutamente il caso di farmela a piedi. Fuori, infatti, avevo letto il cognome della dottoressa ed avevo suonato. Una gentile voce di giovane donna mi aveva risposto “buonasera, siamo al quinto piano, può prendere l’ascensore”. Come c’era da aspettarsi, anche l’interno era molto elegante. Il legno della cabina produceva un lieve scricchiolio ma sembrava perfettamente in grado di fare il suo dovere. Un ascensore rettangolare, antico, probabilmente d’inizio Novecento, con tre sinuose arcate vetrate ed una piccola panca per sedersi al suo interno.
C’ero quasi, approfittai del sedile per riposarmi un po’ ed aspettai pazientemente lo scatto che mi avrebbe presto indicato il blocco del quinto piano. In quel veloce minuto di viaggio che mi separava dallo studio medico ripensai a diverse cose. Come spesso mi accadeva, in quel periodo mi tornò alla mente il palazzo di una mia vecchia parente.
Zia Daisy abitava in un posto simile a quello dove mi trovavo in quel momento. Era l’unica sorella della mia nonna materna. Morì quando avevo dieci anni, ma ricordo bene tutte le volte che andavamo a trovarla io e mia nonna, che era quella che preferivo tra i quattro perché era l’unica ad essere sempre molto affettuosa e tenera con me. Già allora mi si sarebbe potuto definire una persona soggetta di frequente a stati d’ansia e tendenzialmente nervosa. Ma Matilde, mia nonna, aveva il dono di farmi stare bene. Quella donna era così calma ed ottimista che persino un piccolo, timido ed insicuro fuscello come me riusciva a sorridere ed a non preoccuparsi più di tanto delle cose e della gente che aveva intorno, quando era con lei. Per quanto sua sorella fosse una vecchietta severa ed arcigna a cui si doveva dare sempre del voi ed a cui era molto difficile strappare anche solo una tenue espressione di contentezza, ero ugualmente felice quando le andavamo a fare visita, perché ovunque Matilde fosse con me mi sentivo pacifico e gioioso... certo, se ci tiene tanto a sapere perché, le dico che quel palazzo mi ricordava molto quello della mia prozia Daisy a causa dell’ampia scalinata ovoidale e dell’odore che permeava l’ascensore. era un sentore un po’ dolciastro, misto ad un lieve aroma di ferro, freddo e leggermente acre. Mi sembrava davvero molto simile a quello che sentivo quando entravamo nella tromba delle scale di zia Daisy. Me lo portavo nelle narici fin dentro all’antica casa, un appartamento molto grande, formato da innumerevoli stanze, la maggior parte delle quali perennemente chiuse a chiave. Daisy era un’anziana vedova che viveva in una casa anziana, fascinosa e ad un tempo maledetta, come solo una casa antica può essere. In quel luogo gli anni si erano accumulati e sedimentati come le pesanti coperte impilate all’interno di uno dei tanti guardaroba. Quegli armadi erano esageratamene alti, quasi che dovessero arrivare il più vicino possibile ai soffitti, essi stessi a dir poco elevati. Gli scuri pomeriggi schermati da serrande sempre parzialmente accostate, sembravano non aver fine. La patina di polvere leggera, familiare, che avvolgeva come un sottile strato di zucchero a velo tutto ciò che era nell’appartamento, emanava un odore stranamente non spiacevole.
Ai miei occhi quel velo pareva ricoprire un’immobile distesa di tesori da far riemergere, un tappeto di antiche meraviglie decadute, all’interno delle quali rimbombavano ancora i fasti dei ricevimenti un tempo tenuti nelle camere di quel castello ormai divenuto stanco, funesto. La zia Daisy era stata una donna molto attiva in giovinezza, una che non poteva più raccapezzarsi in mezzo a tutte quelle cose invecchiate, in mezzo alle eterne assenze di quegli ospiti che un tempo veneravano le sue maniere ed il suo lungo collo bianco, ora incartapecorito da centinaia di rughe. Questo la rendeva acida e scontrosa; il non aver saputo andare avanti ed il non essere più padrona, ma solo prigioniera, del proprio passato. Tale era l’unica, fondamentale differenza che intercorreva tra lei e mia nonna. Per quanto adesso sappia perfettamente che zia Daisy non era davvero cattiva, ancora oggi, seppur di rado, mi capita di sognare il suo volto rugoso e triste, illuminato debolmente da un filo di luce insinuatosi fra le tende di una cucina che ora non c’è più, come tutto l’appartamento, del resto. Fu venduto tantissimi anni fa, insieme ad una buona parte dei suoi mobili impettiti e dimessi. Chi l’ha comprato, forse ora vi abiteranno i nipoti dei vecchi acquirenti, gli avrà cambiato l’anima per sempre.
E così quella casa che aveva segnato le fantasie, lo stupore ed i ricordi di me bambino non c’è stata più e con essa tutto il piccolo universo che si portava dentro. Molte delle frasi che ho utilizzato per parlarle di quell’abitazione e di quella zia sono citazioni da un racconto che le memorie d’infanzia mi spinsero a scrivere quando ero ancora un ragazzo. Un racconto che da decenni ormai non ho più idea di dove sia. Avrei potuto riscriverlo in età più avanzata, magari sarebbe anche migliorato rispetto alla prima stesura, ricordavo quasi tutte le parole a memoria sino a non molto tempo fa...  ma la verità è che non ne avevo più voglia. No, dottore! In questo momento non me la sento di ripeterle ciò che qualche altra volta le ho già confidato. Sono diventato più calmo e magnanimo con gli anni e non starò qui a raccontarle di nuovo di quanto il mio sguardo fosse attratto e terrorizzato dall’espressione di quella povera vecchia, tutta sola nella sua enorme casa. So che l’altra volta le ho svelato di quando avevo gli incubi, da piccolo, e di quando mi appariva quella faccia sotto forma di maschera perversa e maligna. Si, a quell’epoca avevo l’impressione che lo spirito della morte si stesse prendendo gioco di me, che fosse annidato in quelle rughe e mi guardasse attraverso i pallidi occhi di zia Daisy, giudicandomi e sconvolgendo tutto me stesso, come se il fatto che fossi tanto giovane lo facesse imbestialire, come se mi volesse dire “è inutile che ti crogioli nella tua fanciullezza, la vita passerà rapida ed il tempo trascorrerà inesorabile, inarrestabile! E senza che tu possa farci nulla”.
Poi c’era un attimo di pausa, uno sguardo totalmente vuoto, ed ancora la voce proseguiva, continuando a scrutarmi dalle vecchie iridi di zia Daisy e minacciando: “Non è poi così tanto lontano il giorno in cui sarai ridotto in questo stesso stato. Io sarò paziente, mi troverai lì ad attenderti, per condurti via dalla luce, e quando il momento sarà arrivato ti renderai conto che tutti voi siete impotenti. Non sei diverso dagli altri; neanche tu potrai sfuggirmi, in nessun modo!”.
Sì, negli ultimi anni mi sono tornate alla mente tutte queste parole, vivide come se le avessi ascoltate ieri per la prima volta, pronunciate in quel tono piatto, disumano e ad un tempo divertito, improvvisamente alto e poi più basso, rauco e subito nuovamente sottile... viscido. Ora sono anche io vecchio e devo avere pietà di quella zia, di me stesso e di tutte quelle allucinazioni provocate dalla mente di un bambino troppo timoroso e forse ingiustificatamente angosciato. Ma basta così! Ci stavo ricadendo di nuovo. Non voglio che lei colleghi ancora quello che provavo da piccolo con ciò che è successo nella stanza della dottoressa. In quella storia tutto è stato colpa mia e non c’entra niente l’immaginazione.
Prima di tornare ancora su quegli eventi voglio sottolineare per l’ennesima volta che so quel che ho visto. Ho tentato di spiegarglielo in tutti i modi: io so perché ho fatto ciò che ho fatto ed ancora oggi quella donna, o almeno la parte umana di quella donna, non ha trovato degna sepoltura. Né mai la troverà, a questo punto. Ora inizia la parte più agghiacciante. Come già sa, la situazione, almeno in apparenza, non partì così male: quando entrai nella sala d’aspetto non sembrava esserci niente di strano. È ovvio, comunque, che per un momento dovevo aver dimenticato la terribile sensazione avvertita solo pochi minuti prima. Suonai al campanello ed attesi qualche secondo. Avvertii il passo leggero sui tacchi, tranquillo ma deciso, della donna che si accingeva ad aprirmi la porta.
La visione che ebbi una volta spalancato l’uscio fu addirittura radiosa. Una fanciulla sotto la trentina mi invitò ad accomodarmi su una delle sedie poste a sinistra, nel salotto, coronato da un ridondante lampadario di cristallo. In quell’ingresso non v’erano finestre e, cosa che trovai un po’ bizzarra, quell’importante cimelio pendente dal centro del soffitto veniva tenuto spento, mentre soltanto alcune graziose applique posizionate sulle pareti, tutt’intorno, garantivano una soffusa e, in un certo modo, sofisticata illuminazione. Quando la giovane donna ebbe terminato di posizionare il mio cappotto ed il berretto sull’attaccapanni accanto alla porta mi passò davanti lasciando una soffice ed agrumata scia di profumo. Doveva trattarsi del solito bergamotto. Non c’è che dire, l’ambiente retro si presentava piuttosto bene. Interruppi il veloce passaggio della segretaria richiamando la sua attenzione: “Mi scusi, signorina”.
Lei si voltò subito a guardarmi.
“Prego, mi dica”.
“È la prima volta che vengo in questo studio. Sono passato solo per un breve consulto, non so se la dottoressa ha tempo...”.
“Lei dev’essere il Signor Crispi, suppongo. Non si preoccupi, la dottoressa la sta aspettando, il prossimo è lei. Si libererà in poco tempo”.
“Ma vedo che queste altre persone stanno attendendo il proprio turno da molto prima di me”.
“Oh no, non si preoccupi”. Disse lei rivolgendo una fugace occhiata d’intesa ai pochi presenti. Proseguì con la sua voce piacevole: “I signori sono nostri abituali pazienti e vengono per visite più specifiche e dunque più lunghe, mentre lei ha solo bisogno di un primo colloquio. Dato che nel suo caso non ci vorrà molto, i signori potranno entrare successivamente”.
Mentre parlava con me non poté sfuggirmi l’eleganza ineccepibile della sua mise. Lo ricordo ancora bene: aveva una camicetta bianca il cui orlo era infilato dentro una stretta gonna nera a tubino, dalla vita molto alta e lunga fino al ginocchio. Naturalmente il tutto corredato da calze di seta color carne ed un paio di classiche decolleté nere. Era alta e magra, aveva capelli biondo cenere, lisci, raccolti in una sobria coda di cavallo, gli occhi azzurri e la carnagione chiara. La sua era una bellezza un po’ algida, ma sicuramente fresca ed apprezzabile. Tutte le segretarie dei ricchi studi medici hanno l’onere dell’eleganza, trovai però quell’abbigliamento un po’ troppo formale, persino per quell’atmosfera. Sarebbe stata perfetta anche per un ruolo d’accoglienza in un hotel di primissimo ordine. Continuava a sorridermi mentre colloquiavamo. A me quello sembrava un sorriso vero, ma forse anche un po’ mesto, e proprio non mi riusciva di capirne il perché.
Non doveva essere un problema legato a qualcosa che fosse al di fuori del lavoro, ebbi l’impressione che il suo fosse uno stato d’animo legato proprio a quel luogo dove ci trovavamo, magari a qualche malumore intercorso fra lei e il capo che se ne stava di là, chiusa nella stanza in fondo al corridoio, con i suoi pazienti ed il denaro suonante che da loro sarebbe di lì a poco arrivato.




(continua...)



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Roberta Andolfo Numero civico (prima parte); Il Pickwick, 30 dicembre 2017

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